Il degrado del mercato del lavoro ticinese, corroso sempre più profondamente, ha trascinato anche il rispetto per le donne in gravidanza e per le neomamme a livelli minimi. Secondo il principio che tutto ciò che non è strettamente regolato dalla legge può essere tranquillamente dimenticato, sempre più datori di lavoro cercano di mettere le donne al rientro dalla maternità in condizione di andarsene.
In molte aziende si giudica ancora il contributo di una lavoratrice sulla sua completa dedizione alla causa aziendale e la totale assenza di impegni extralavorativi, soprattutto per i figli.

Nel settore terziario in particolare, è diventata prassi consolidata che chi rientra dalla maternità lasci il lavoro: il part time è fuori discussione e bisogna essere sempre e comunque pronte a lavorare anche fuori orario. Molte donne non possono stare a queste condizioni.
La posizione contraria al lavoro a tempo parziale ha giustificazioni ridicole: «Da noi non si timbra, controllare le entrate e le uscite dei dipendenti sarebbe troppo complicato».  
Anche nei confronti di coloro che accettano, per desiderio o per necessità, di continuare a lavorare a tempo pieno sorge una specie di sospetto di inefficienza che le conduce ad essere presto liquidate.
Il risultato è quello che potremmo definire un misto tra panico e senso di colpa da gravidanza. Alla gioia dell’attesa di un figlio si accompagna la coscienza che presto bisognerà farsi i conti in tasca e trovarsi un nuovo impiego; in alcune si insinua persino il dubbio che forse il datore di lavoro non ha poi tutti i torti.
L’atteggiamento ostile nei confronti della maternità non può non avere delle conseguenze sul clima aziendale: chi si allinea ai dettami della direzione facendoli propri e mettendo da parte le proprie legittime aspirazioni e chi si ribella e pretende con forza, strappandolo dalle mani del datore di lavoro, quanto dovuto. In entrambi i casi nasce una grande frustrazione palese o repressa, un ambiente saturo di sospetto e di rancore.
Se per il rientro al lavoro e per la concessione del tempo parziale bisogna purtroppo far conto sul buon cuore, sempre più raro, dei datori di lavoro, è tuttavia importante essere coscienti dei propri diritti.
In molti casi il senso di colpa frena molte donne dal fare richieste legittime al datore di lavoro; richieste che non sarebbero nemmeno rifiutate! È il caso, per esempio, della mamma al ritorno dalla maternità che si toglie il latte di nascosto in bagno nella pausa pranzo. È bastata una richiesta alla direzione dell’azienda per aggiustare la situazione.
È importante che le donne in maternità si ricordino di tenere informato il datore di lavoro sulle proprie intenzioni, per evitare fraintendimenti o facilitare il compito a chi ha intenzione di presentare una lettera di licenziamento al termine del congedo.
Il gruppo Donna-lavoro OCST resta a vostra disposizione per domande e informazioni su questi temi. Non esitare a contattarci nei segretariati regionali OCST.

 

1945 - 2005: sessant’anni di impegno per la donna e la famiglia

«La massa dei sì esprime chiaramente la volontà popolare di dare ai poteri pubblici il mandato di provvedere con misure appropriate a proteggere la famiglia, minacciata economicamente e moralmente. La base costituzionale adesso non fa più difetto. Occorre dunque mettersi subito al lavoro per realizzare i tre postulati e le altre misure legislative previste dal nuovo articolo entrato nella carta costituzionale svizzera» (il Lavoro n. 47 del 1 dicembre 1945).
Questo il commento di Mons. Luigi Del-Pietro, segretario cantonale dell’OCST all’indomani della votazione che il 25 novembre 1945 sancì l’introduzione nella costituzione svizzera dell’articolo sulla famiglia.
Che sia perché, non ascoltando il monito di Mons. Del-Pietro, non si misero subito al lavoro, o perché è stato necessario molto tempo per trovare una soluzione che convincesse la maggioranza, o perché si è dovuto attendere che maturasse la sensibilità soprattutto nei cantoni della Svizzera centrale, fatto sta che ci sono voluti ben sessant’anni per raggiungere il traguardo dell’introduzione delle indennità di maternità in Svizzera.
Nel frattempo la perdita di guadagno in caso di maternità era coperta dall’Assicurazione malattia, che tuttavia non è obbligatoria, quindi questa protezione valeva solo per le donne assicurate. La legge prevedeva che fossero versate fino a settanta indennità giornaliere, che venissero cioè coperte dieci settimane, almeno sei dopo il parto.
Sul tema della maternità si è votato tre volte: nel 1984 venne bocciata l’iniziativa popolare che prevedeva di concretizzare e attuare le disposizioni costituzionali esistenti; nel 1987 venne invece respinta una revisione dell’assicurazione malattia che prevedeva anche l’introduzione di un’assicurazione maternità per tutte le donne, finanziata con i contributi salariali.
Nel frattempo l’impegno del sindacato OCST ed in particolare del Coordinamento donna-lavoro guidato da Mara Valente si è fatto sempre più intenso. Durante un incontro nel maggio 1992, cui hanno partecipato le delegate delle varie categorie professionali, venne lanciata una petizione a sostegno di un ordinamento legislativo capace di assicurare un più equo congedo (16 settimane per tutte le categorie professionali) e la realizzazione di un’assicurazione maternità. Il 4 febbraio del 1993 una delegazione consegnò al Consigliere federale Flavio Cotti le 2’340 firme raccolte.
Anche la votazione del 1999 bocciò un progetto che prevedeva l’estensione delle indennità Ipg anche alla maternità, finanziate in parte con i contributi di salariati e datori di lavoro ed in parte con un aumento dell’Iva dello 0,25%.
Amaro il commento di Meinrado Robbiani sul nostro giornale: «Il rifiuto popolare traduce purtroppo una insufficiente considerazione del valore della maternità. Sembra pure carente la percezione della sua dimensione sociale. Prevale cioè una concezione individualista, che relega la maternità entro le ristrette mura domestiche, dimenticando che la collettività trova in essa la radice della sua stessa esistenza e il germe del suo avvenire.
L’esito della votazione priva poi la donna e la famiglia di un atto di giustizia. Le attuali disparità di trattamento, in materia di copertura del salario nel periodo del parto, tra il settore pubblico e quello privato nonché, all’interno di quest’ultimo, tra le diverse categorie professionali rimangono intatte. Risultano penalizzate in particolare le madri attive nei rami non coperti da un contratto collettivo di lavoro. Viene pure meno un gesto di solidarietà tra generazioni diverse e tra uomini e donne».
In quell’occasione si palesò una spaccatura netta tra i cantoni latini, nei quali prevalse il sì e la Svizzera tedesca.
Finalmente con la votazione del 26 settembre 2004 con il 55,4 per cento di voti favorevoli venne approvata la modifica alla Legge sulle indennità di perdita di guadagno che, dall’entrata in vigore il 1. luglio 2005, introdusse l’indennità di maternità finanziata con i contributi Ipg versati dai datori di lavoro, dai salariati, dai lavoratori indipendenti e dalle persone senza attività lucrativa.
Anche in quest’occasione il contributo del Coordinamento donna-lavoro è stato decisivo per l’impegno costante di sensibilizzazione che non si è fermato davanti alle numerose sconfitte che hanno costellato la storia dell’introduzione delle indennità di maternità in Svizzera.

 

Paragone OCSE: 14 settimane? Si può fare molto di più!

Con una così tardiva introduzione delle indennità di maternità la Svizzera si posiziona di molto al di sotto della media OCSE per quel che riguarda la durata del congedo maternità pagato.
Pur non considerando i Paesi che concedono fino a tre anni di congedo come l’Estonia, l’Ungheria e la Slovacchia, e quelli che si avvicinano ai due anni, come la Repubblica Ceca , la Bulgaria e la Norvegia, gli altri Paesi dell’OCSE si allineano tra i sei mesi e l’anno complessivamente.
A far peggio della Svizzera, oltre agli Stati Uniti, unico Paese dell’OCSE a non aver ancora introdotto un congedo, Cipro e Malta, la Spagna, il Messico, la Nuova Zelanda e Israele.
La media dei Paesi dell’OCSE si assesta sulla concessione di 53,6 settimane, pagate in media al 60 per cento del salario, suddivise in 17 settimane di congedo maternità e 36.6 settimane di congedo parentale per la cura dei bambini, pagati il 45 per cento. Tendenzialmente più il congedo si allunga, più si abbassa il tasso di remunerazione.

 

In breve

Chi ne ha diritto?
Hanno diritto all’indennità di maternità solo le donne che fino alla nascita del bambino hanno svolto un’attività lucrativa o quelle che, in seguito a disoccupazione o per motivi di salute, hanno dovuto cessare l’attività lucrativa prima del parto.
La madre deve inoltre soddisfare le due condizioni seguenti:
1.  essere stata assicurata obbligatoriamente ai sensi della legge sull’AVS durante i nove mesi immediatamente precedenti il parto e
2. durante questo periodo avere esercitato un’attività lucrativa per almeno cinque mesi.
La durata di attività minima di cinque mesi deve sempre essere adempiuta, anche in caso di parto prematuro.
In caso di adozione, invece, non vi è alcun diritto all’indennità di maternità.

Da quando viene versata e per quanto tempo?
L’indennità di maternità è versata a partire dal giorno della nascita di un neonato vitale durante al massimo 98 giorni, vale a dire 14 settimane.  Vengono versate 7 indennità giornaliere alla settimana. Nel caso di un neonato che nasce morto o che decede alla nascita, il diritto all’indennità è riconosciuto se la gravidanza è durata almeno 23 settimane.
Il diritto all’indennità si estingue in ogni caso non appena la madre riprende l’attività lucrativa, indipendentemente dal tasso e dalla durata di occupazione.  
Se, dopo la nascita, il neonato deve rimanere in ospedale durante almeno tre settimane, la madre può chiedere di rinviare il versamento dell’indennità.  
Per il periodo anteriore alla nascita non vi è alcun diritto all’indennità di maternità. Se la madre non può lavorare fino al parto, la perdita di guadagno è coperta soltanto se vi è un’assicurazione d’indennità giornaliera in caso di malattia o il datore di lavoro è ancora tenuto a versare il salario.

A quanto ammonta e come viene calcolata?
L’indennità di maternità ammonta all’80 per cento del reddito lordo medio conseguito prima del parto, ma al massimo a 196 franchi al giorno (2009).
L’indennità giornaliera massima è versata alla salariata che consegue un reddito medio mensile di almeno 7.350 franchi (7.350 franchi x 0,8 : 30 giorni = 196 franchi al giorno) o alla lavoratrice indipendente che fa stato di un reddito annuo di almeno 88.200 franchi (88.200 franchi x 0,8 : 360 giorni = 196 franchi al giorno).
Se, al momento del parto, la madre non consegue alcun reddito da lavoro, ma riceve un’indennità giornaliera dell’assicurazione contro la disoccupazione, dell’AI o dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, l’indennità di maternità corrisponde almeno all’importo dell’indennità giornaliera. Si applica la stessa regola se, al momento del parto, alla madre sono versate un’indennità giornaliera in caso di malattia da parte dell’assicurazione malattie obbligatoria (LAMal) o un’indennità di perdita di guadagno per chi presta servizio.

Si può ricevere nel contempo un’indennità di maternità e un’indennità giornaliera di un’altra assicurazione?
Finché viene versata un’indennità di maternità, non vi è alcun diritto al versamento di un’indennità giornaliera dell’assicurazione contro la disoccupazione, dell’AI o dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni. Lo stesso vale per le indennità giornaliere dell’assicurazione militare o per le indennità per perdita di guadagno per chi presta servizio.
Di regola le indennità giornaliere di altre assicurazioni vengono ridotte se, sommate all’indennità di maternità, superano un determinato importo (guadagno assicurato o perso). Il contratto d’assicurazione stabilisce le modalità della riduzione nel caso singolo.

Come bisogna procedere per riceverla?
Il versamento dell’indennità di maternità non avviene automaticamente, ma deve essere richiesto esplicitamente presso la competente cassa di compensazione. La richiesta può essere presentata solo dopo il parto, in quanto per poter versare l’indennità di maternità la cassa di compensazione deve essere a conoscenza della data esatta della nascita.
Se la madre svolge un’attività dipendente, la richiesta deve essere inoltrata al datore di lavoro, che la trasmette alla cassa di compensazione con cui conteggia i contributi AVS.
Se la madre esercita un’attività indipendente, la richiesta va presentata alla cassa di compensazione cui essa versa i contributi AVS.
Se, al momento del parto, la madre è disoccupata o incapace al lavoro, la richiesta deve essere inoltrata alla cassa di compensazione cui è affiliato l’ultimo datore di lavoro.

A chi e quando viene versata?
Se, durante il congedo di maternità, la madre continua a percepire il salario, l’indennità di maternità è versata al datore di lavoro. Negli altri casi è versata direttamente alla madre. Analogamente al salario, è versata alla fine del mese. Se inferiore ai 200 franchi mensili, è versata alla fine del congedo di maternità.

Esistono anche un’indennità in caso di adozione o un congedo di paternità pagato?
A livello federale non esistono ancora né un’indennità in caso di adozione né un congedo di paternità pagato. Tali prestazioni possono invece essere previste dai contratti di lavoro (individuali o collettivi), dai regolamenti aziendali o dal diritto cantonale.

Testo tratto da http://www.bsv.admin.ch

Info e approfondimenti
http://donna-lavoro.ocst.com