Da sempre la donna, il suo modo di essere, le sue capacità ed attitudini sono state ripetutamente respinte e schiacciate nelle diverse epoche storiche.
Tra il 1400 e il 1700 nell’Europa intera si era scatenata la famosa caccia alle streghe. Questa colpiva principalmente donne di ceto medio-basso, ed in particolare erano prese di mira curatrici e guaritrici, ovvero donne il cui sapere empirico sull’utilizzo di erbe, fiori e piante, spesso dava un miglior risultato rispetto alla medicina riconosciuta (e maschile) dell’epoca.

Questo naturalmente urtava i medici riconosciuti, che hanno cercato in ogni maniera di eliminare la concorrenza, cavalcando il fanatismo collettivo verso le fantomatiche «streghe».
Nell’800 molti famosi neurologi dell’epoca trovarono la spiegazione di molti comportamenti femminili «strani», identificandoli come «isteria». Secondo loro, una donna impulsiva, che non vedeva il matrimonio come priorità, che sosteneva la sua indipendenza, che insisteva sulle proprie idee in maniera forte e costante, era da considerarsi una persona malata, da curare anche con metodi invasivi. Secondo questi «luminari», l’isteria era causata dalla presenza dell’utero nel corpo femminile, che si credeva fosse in grado di determinare la personalità e i comportamenti femminili. Naturalmente, la vera causa dell’irrequietezza di molte donne, era unicamente la volontà di essere viste come persone, avere dei diritti, avere altre aspirazioni oltre al matrimonio, poter accedere ad un’istruzione superiore.
Solo più tardi alcune donne vennero ammesse agli studi universitari, anche se erano costrette a lottare incessantemente per guadagnarsi il rispetto e i diritti necessari per poter studiare e per svolgere, in futuro, la professione per cui si stavano preparando. Anche qui sono stati formulati fiumi di stravaganti teorie relative alla presunta inadeguatezza fisica e mentale delle donne. Di seguito sono riportati alcuni frammenti di testo (tradotti in italiano per una migliore comprensione), tratti da un articolo della rivista medica «La Médecine Moderne» del 7 febbraio 1900 scritto dal Dottor Fiessinger, membro dell’Accademia di Medicina in Francia:
«tralascio l’infermità fisica, essendoci un altro intralcio non minore; indisposte più giorni al mese, delicate e fragili il resto del tempo, come può la donna credersi pronta a combattere?»
«la donna medico è una delle erbe folli che hanno invaso la flora della società moderna. Molto innocentemente lei si immagina che aprire i libri e dissezionare i cadaveri possa generare un nuovo cervello».
«Il temperamento di sensibilità avventata che è vostra, impedisce la calma indispensabile per la professione».
 Quando si parla di discriminazione  verso  le donne nella storia  si rammentano tanti fatti   molti dei quali, dopo tanti anni, sono diventati quasi epici e sono stati un po’ trasformati dall’ironia. Del resto, a distanza di tempo, ci si concede di scherzare persino sulle tragedie. Eppure tutto questo ha causato torture, sofferenza e morte.
Ed ora? Tutto bene per le donne? Ci sarebbe molto da eccepire. A volte ci si chiede se stiamo andando avanti o se ci ostiniamo a sbattere il muso contro i vetri come fanno talvolta le mosche.
Parliamo dell’India e degli stupri di gruppo di donne, giovani donne e persino bambine, del Pakistan e dei matrimoni forzati di ragazze che alle nostre latitudini sono considerate poco più che adolescenti e dell’abitudine, che ormai va diffondendosi in tutto il mondo, di sfigurare le donne con l’acido per i più futili motivi.
Ed arriviamo alla laicissima Cina, alla politica del figlio unico e alla pratica degli aborti forzati. In questo caso un esempio concreto, anche se toglie il fiato, può giovare a capire. Lili Zeng, sposata con un uomo divorziato, scopre di aspettare un bambino. Il marito l’abbandona, e, dato che ne ha la possibilità avendo già avuto un figlio da un precedente matrimonio, firma la richiesta per farla abortire. Lei si oppone con tutte le sue forze, ma viene ricoverata con la forza. Al nono mese di gravidanza i medici (forse è lecito definirli macellai?) le inducono il parto dopo aver praticato un’iniezione letale nella testa del bambino. Il piccolo nasce e spira poco dopo tra le braccia della mamma. La donna, disperata tenta tre volte di uccidersi. L’associazione Women’s rights without frontiers segnala che ogni giorno in Cina  si suicidano 590 donne, pari al 56 per cento dei suicidi femminili mondiali. La Cina rurale è l’unico posto al mondo in cui è maggiore il tasso di suicidi femminili rispetto a quelli maschili ed il suicidio è la prima causa di morte fra le donne.
Però da noi queste cose non succedono, ci viene da dire. E allora pensiamo a quella donna, di professione badante, cui il datore di lavoro ha chiesto di abortire pena il licenziamento. Lei, per fortuna, ha deciso di rimanere senza un lavoro e senza nessuna prospettiva  futura  pur di non farsi derubare di quanto di più prezioso aveva. E, alla faccia del suo datore di lavoro e di tutti quelli come lui, qualcuno ha potuto darle una mano ed ora è felice.
Il fatto è che le donne, e con loro i bambini che potrebbero arrivare, arriveranno o magari  non arriveranno mai, rischiano di rompere il bell’equilibrio statico del mondo, della società, del condominio, ma anche dell’azienda.
Avere paura della fecondità femminile, fisica, ma anche intellettuale, che certo genera un po’ di subbuglio, equivale, in fondo, a rifiutare la vita stessa.

Diana Camenzind e Benedetta Rigotti