Anche quest’anno OCST donna-lavoro vuole cogliere l’occasione della festa della donna per creare un momento di riflessione e sottolineare come la donna sia ancora oggi discriminata a livello lavorativo.
La Costituzione federale e la legge federale sulla parità dei sessi sanciscono il principio della parità salariale, secondo cui un lavoro di ugual valore deve essere retribuito con un salario uguale per entrambi i sessi. Nonostante la semplicità di questo principio, la sua attuazione pratica non è purtroppo altrettanto semplice ed il principio esiste di fatto solo sulla carta. In Svizzera le donne guadagnano in media il 20 per cento in meno rispetto agli uomini. Le donne in posizioni direttive guadagnano addirittura il 30 per cento in meno.

Un’ulteriore discriminazione difficile da sconfiggere e provare è quella strutturale: il mondo del lavoro è infatti ancora fortemente caratterizzato da professioni tipicamente maschili e tipicamente femminili. Il livello retributivo nelle professioni specificatamente maschili è nettamente superiore a quello nelle professioni specificatamente femminili.
Un caso che ha fatto scalpore e giurisprudenza in questo contesto è quello del 1996 riguardante la discriminazione salariale nei confronti del personale di cura del canton Zurigo. Tra le promotrici delle azioni giudiziarie vi erano le infermiere di diversi ospedali e case di cura cantonali, le quali rivendicavano il loro inserimento nella stessa classe salariale degli agenti di polizia. Il cantone ha dovuto pagare retroattivamente circa 280 milioni di franchi.
In caso di discriminazione salariale, la possibilità di opporsi e difendersi quindi esiste. La Legge sulla parità dà alle donne il diritto di richiedere lo stesso salario, anche retroattivamente fino a 5 anni, e le protegge da un licenziamento abusivo.
I salari dei colleghi sono però spesso e volentieri sconosciuti. Alcuni datori di lavoro, contrariamente alla legge, vietano addirittura ai loro dipendenti di parlare dei loro salari. È quindi difficile dimostrare le discriminazioni.
Come si può fare allora? Bisogna in primo luogo scoprire quanto guadagna un collega uomo (o più colleghi). Per poter effettuare un paragone è necessario indicare almeno il nome di una persona di sesso maschile attiva all’interno della stessa azienda, dato che dal punto di vista giuridico si può far valere il diritto alla parità salariale tra donne e uomini solo se si è impiegati presso lo stesso datore di lavoro, mentre lo stesso diritto non viene applicato tra datori di lavoro diversi. Non è però necessario dimostrare l’effettiva esistenza di una discriminazione salariale: è sufficiente che questa venga resa verosimile. Quando una lavoratrice adduce dei fatti che lasciano presumere una probabile discriminazione, sta al datore di lavoro dimostrare che non vi è alcuna discriminazione di genere.

Nadia Ghisolfi, responsabile OCST donna-lavoro