Negli ultimi dieci anni, sintomo preoccupante di una situazione di disagio sociale, si viaggia con una media di nove rapine all’anno commesse nel canton Ticino a danno delle stazioni di servizio. Un problema di ordine pubblico al quale i vari corpi di polizia hanno, con molta sensibilità e merito, rivolto una particolare attenzione.

 

I dati sull’evoluzione del commercio al dettaglio rilevano una situazione di perdurante contrazione della cifra d’affari. L’Ufficio cantonale di statistica, riferendosi all’ultimo trimestre del 2011, indica che la cifra d’affari ha segnato, rispetto ad un anno prima, un regresso del 5,3 per cento ad ottobre, del 2,9 per cento a novembre e del 4,6 per cento a dicembre. Segnala anche che «la situazione problematica del settore non è più limitata alla piccola distribuzione ma coinvolge pure le superfici commerciali di media e grande entità». Rivolgendo poi lo sguardo ai prossimi mesi, annota che non si intravvedono indizi di una possibile inversione di tendenza.

 

In un’intervista a Enzo Lucibello apparsa recentemente su un noto domenicale, il presidente della Disti (organismo che rappresenta la grande distribuzione) si è dilettato a spargere considerazioni scriteriate che sollecitano una seppur breve presa di posizione.

L’emerito presidente torna in particolare a lasciare intendere che i sindacati avrebbero interesse a introdurre un contratto collettivo nella vendita non tanto per proteggere il personale ma perché, con i contributi di solidarietà versati dai lavoratori non sindacalizzati, incamerebbero più di un milione all’anno.

Se non gliel’avessimo spiegato e rispiegato! I contributi di solidarietà non sono destinati ai sindacati ma vanno ad alimentare un fondo, gestito pariteticamente da sindacati e commercianti, che serve per attuare scopi comuni in favore della categoria. La ripartizione del provento tra le parti firmatarie del contratto è esclusa. Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare e il nostro presidente dimostra di appartenere a questa categoria.

Siccome le stupidaggini non camminano sole, un’altra svirgolata riguarda l’attribuzione ai sindacati (chi ne avrebbe dubitato?) della responsabilità per la rottura delle trattative sul contratto collettivo e sugli orari di apertura dei negozi. Dimentica l’emerito presidente che è la forzatura padronale sull’orario di chiusura durante la settimana ad avere comportato l’impossibilità di raggiungere un’intesa.

Malgrado le esternazioni del presidente della Disti, la necessità di tutelare il personale di vendita attraverso un contratto collettivo e l’esigenza di regolare gli orari di apertura conciliando non solo gli interessi del personale e dei datori di lavoro ma anche del piccolo commercio e della protuberante Disti rimangono inalterate.

Qualcosa di incoraggiante sembra muoversi nell’ambito dell’elaborazione del progetto di legge sugli orari di apertura dei negozi.

C’è da auspicare che si possa essere risparmiati da uscite fuori luogo provenienti dai piani alti della Disti poiché nuocerebbero visibilmente al già delicato percorso in atto.

 

1118-cassieraI manager delle medie e grandi imprese del commercio continuano a perseguire politiche aziendali orientate alla massimizzazione dei profitti, attraverso la deregolamentazione degli orari dei negozi e con strategie sociali e salariali sempre più al ribasso.

Non ci sarà da stupirsi quando da questi ambienti scaturiranno proposte di aperture ventiquattrore su ventiquattro, giornate lavorative da dodici ore per il personale di vendita e magari anche il pagamento dei salari in rupie.