Venerdì 22 gennaio si è svolto presso il Liceo Diocesano di Lugano un incontro di approfondimento sull’enciclica Caritas in veritate, organizzato nell’ambito delle iniziative di formazione per i collaboratori dell’OCST, ed aperto a tutti gli interessati.

Ospite di questo incontro è stato Gianmaria Martini, professore di Economia politica presso l’Università della Svizzera italiana e l’Università degli studi di Bergamo.

 

L’uomo secondo le scienze economiche: un lupo che lotta con altri lupi

Ciò che stupisce un economista nel leggere l’enciclica Caritas in veritate, ha esordito il professor Martini, è la descrizione dell’uomo che ne emerge, una visione rivoluzionaria che ha delle fortissime implicazioni economiche e sociali.

Uno dei padri dell’economia moderna, Adam Smith, nel suo celeberrimo libro «La ricchezza delle nazioni» scriveva: «Non é dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione del proprio interesse. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai dei nostri bisogni ma dei loro vantaggi».

Sosteneva cioè che il cuore dell’economia non ha a che fare con l’aspirazione di giustizia, di verità, di bene e di felicità, ma che l’uomo, individualista ed egoista, è guidato da una «mano invisibile», che regola i rapporti economici. Questa «mano invisibile» è il mercato nel quale gli interessi constrastanti appunto si scontrano ed in questo modo si ridimensionano.

Anche i lavoratori sono visti nello stesso modo: come tutti, vogliono minimizzare lo sforzo e massimizzare il beneficio. Sta al datore di lavoro di trovare il contratto ottimo che incoraggi i dipendenti a darsi un po’ da fare.

 

L’uomo nella «Caritas in veritate»: debole, ma amato e capace di amare

Nell’enciclica il Papa alza subito il tiro e già nel primo paragrafo dell’introduzione compie due passaggi che ampliano subito lo sguardo sull’uomo.

«Tutti gli uomini avvertono l’interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente», e parlando delle nostre reali povertà umane ricorda che sono superate dalla presenza di Cristo. «In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto».

 

La carità dà sostanza al sociale, allo sviluppo e al benessere

Nell’enciclica la carità non è indicata solo come il criterio per le micro-relazioni (i rapporti interpersonali), «ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici» (CV n. 2). Infatti «senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere» (n.5).

Il vero benessere non deriva dal solo progresso tecnico, ma dalla condivisione dei beni e delle risorse, «dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr Rm 12,21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà» (n. 9).

 

Il mercato deve essere uno strumento per il perseguimento del bene comune

Piuttosto che parlare di interesse individuale, l’enciclica fa riferimento al bene individuale, che non si contrappone al bene comune «il bene di quel ‘noi-tutti’, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale».

Il mercato in questo contesto ha certamente un ruolo positivo come «istituzione economica che permette l’incontro tra le persone», ma ha dei limiti. «Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave» (n. 35).

 

La gratuità nei rapporti mercantili

I rapporti economici quindi non possono prescindere dalla trasparenza, dall’onestà e dalla responsabilità ed occorre che il mercato si apra a nuove modalità di rapporto diverse dal profitto come la gratuità e la «logica del dono» (n. 36) e tante iniziative dimostrano che ciò è possibile.

 

Il bene comune nelle imprese: sono molti gli interessi in gioco

Le imprese, per le dimensioni e la complessità della struttura, fanno sempre meno riferimento ad un territorio specifico ed in un certo modo si allontanano dalla realtà: «si dimenticano di tutto ciò che ruota attorno alla loro attività: i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente e la società circostante.[...] Uno dei rischi maggiori è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale» (n. 40).

Partendo dal presupposto che l’interesse degli azionisti sia solo il profitto ottenuto subito, manager a tempo determinato, che fanno rimpiangere gli imprenditori che costruivano la storia e il successo delle imprese in decenni di impegno, spremono le imprese per ottenere risultati di breve termine e il rendimento del titolo in borsa.

A questo il Papa risponde citando Giovanni Paolo II che avvertiva che «investire ha sempre un significato morale, oltre che economico» (n. 40).

 

L’uomo lavoratore

Molto diversa è anche la concezione di lavoratore che emerge dall’enciclica Caritas in veritate: l’uomo nel lavoro non tende a minimizzare lo sforzo, al contrario «è un creatore».

«L’imprenditorialità, prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come «actus personae», per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso «sappia di lavorare ‘in proprio’» (n. 41).

 

Il ruolo del sindacato

Nell'attuale contesto di globalizzazione «le organizzazioni sindacali sono chiamate a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società» e rivoluzionare il loro modo d’agire volgendo «lo sguardo anche verso i non iscritti e, in particolare, verso i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo, dove i diritti sociali vengono spesso violati (n. 64).