L’enciclica «Caritas in veritate» propone alcuni criteri per rendere il lavoro più a misura d’uomo: uno di questi è il grado di partecipazione.


In occasione del Seminario nazionale dell’Associazione Culturale «Ettore Calvi», che si è tenuto il 16 e il 17 ottobre scorso a Riccione a cui ha partecipato anche una delegazione dell’OCST, sono intervenuti personalità attive in ambiti diversi, imprenditoriali, universitari e rappresentanti delle associazioni padronali e sindacali per verificare i criteri di un impegno nel mondo del lavoro a partire dalle indicazioni proposte nell’enciclica «Caritas in veritate», recentemente pubblicata.

Il tema dominante di tutti gli interventi è stato la possibilità di vivere il lavoro come compimento del bisogno di esprimersi dentro la realtà e come fonte di soddisfazione, piuttosto che come una condanna.

 

Partecipazione

Tra le tante occasioni di riflessione offerte da questa due giorni di studio sull’ultima enciclica, vale la pena di segnalare il tema della partecipazione.

Il coinvolgimento nella vita dell’impresa e, tramite il lavoro, nella vita sociale, su cui si sofferma anche la «Caritas in veritate», rende certamente il lavoro più umano. Perchè?

Secondo il Prof. Giancarlo Rovati, Docente di Sociologia Generale all’Università Cattolica di Milano, il punto di partenza è proprio che tramite il lavoro si interviene attivamente sulla realtà anzichè subirla. La radice della partecipazione, peraltro, è la stessa che sta alla base del lavoro: un io in azione, un soggetto non rassegnato ma orientato al compimento di sé e di chi gli sta accanto; un individuo mosso dal desiderio di esprimersi, di creare qualcosa e ottenere da questo autostima e riconoscimento dagli altri.

Il bisogno di partecipare è anche il bisogno di contare, ossia di essere protagonista, perché partecipare significa da una parte dare il proprio contributo, assumersi responsabilità, e dall’altra sentirsi parte, con qualcuno e per qualcuno, non come individuo isolato.


La radice del lavoro: contribuire insieme

Il lavoro in sè esprime una forma di interdipendenza. Nell’atto del lavorare infatti ci si incontra, e si sperimenta la propria finitezza. Spesso, per esempio, perchè noi possiamo continuare a lavorare è necessario che qualcun altro faccia la propria parte. Anche in questo senso il lavoro è educativo.

Se si parte da questo concetto di lavoro, allora il non lavorare non è solo a scapito del reddito, anche se certamente esiste anche questo problema, in parte attenuato dagli ammortizzatori sociali. La disoccupazione priva la persona di questa esperienza della coesione, dello stare con gli altri, è motivo di esclusione, non solo dal reddito e dai consumi ma anche dalla cittadinanza attiva.

A fronte della crisi si parla spesso di interventi che sostengano la coesione sociale, ma la coesione è innanzi tutto un’esperienza che bisogna fare e solo facendola si ha la possibilità di alimentarla e di perseguirla.


Se la molla del lavoro diventa il consumo

Tuttavia, pur non volendo accettare la fine della centralità del lavoro, dobbiamo riconoscere che la realizzazione sul piano sociale non è soltanto legata al lavoro. Difatti, per molti insoddisfatti l’ancora di salvezza è il consumo. Il lavoro serve per quel tanto che permette di acquistare delle cose e sono queste cose che danno più gratificazione, più senso di appartenenza alla società.

Il modo di rapportarsi al lavoro diventa passivo, qualcosa da fare nel minor tempo possibile per poterselo dimenticare, desiderio di fuggire.


Lavorare per partecipare alla vita sociale

Se tuttavia il lavoro resta una condizione per l’inclusione è anche vero che per la nostra società non basta un qualsiasi lavoro per sentirsi accettati nella società. Si può fare un lavoro ma restare comunque ai margini. Il caso più evidente è il lavoro povero di reddito.


La partecipazione è intraprendenza e solidarietà

L’emarginazione non dipende però solo dalle condizioni oggettive, ossia le condizioni materiali o organizzative. Dipende anche dalle condizioni soggettive, da come si investe sul proprio lavoro, da come si vive il lavoro. E allora occorre educarsi al lavoro ed educare il lavoro.

Per questo anche i lavori non belli potrebbero essere l’anticamera dell’integrazione, a condizione che siano parti di un percorso e non trappole dentro cui uno resta legato. È l’esperienza che testimoniano tanti immigrati: c’è una differenza da un punto di accesso e un punto di arrivo.

Diventa dunque una questione di opportunità da cogliere ma anche di solidarietà. La trappola della marginalità è da tenere sotto controllo ed occorre che la solidarietà scatti così da sostenere le capacità, farle crescere, accompagnarle. In altre parole, riportare al centro della corsia chi si trova a margine. Perché per il lavoro è necessario che ci sia riconoscimento, apprezzamento non solo da se ma anche dagli altri.

La partecipazione, proprio così come viene proposta dall’Enciclica Caritas in Veritate, è un prendere parte possibile per tutti che non aspettano che altri, lo stato per esempio, si muovano, ma che diventa intraprendenza sia del lavoratore che del datore di lavoro. A beneficio di tutta la società.