Approfondire insieme la nuova enciclica "Caritas in veritate" e rivisitare il nostro modo di essere sindacato, è per noi la via per iniziare.


Le risposte che l’enciclica di Benedetto XVI dà ad alcuni problemi dell’economia e della vita sociale costituiscono delle vere e proprie sfide. Provocano, infatti, ad un cambiamento di mentalità e indicano una concezione dell’uomo, che il Papa propone «a tutti gli uomini di buona volontà», come cita il frontespizio della lettera enciclica.

Come rilevava il collega Andrea Fontana nell’articolo che abbiamo pubblicato nello scorso numero (Il Lavoro n.14 del 17 settembre 2009, p. 12), la sfida può essere raccolta da uomini aperti alla ricerca della verità di se stessi e del mondo, che sentono la forza attrattiva di una vita di fraternità e vissuta con un significato che dia sostanza alle cose.

 

 

Si tratta di una sfida che deve essere raccolta nella vita quotidiana, anche lavorativa, e che dà un respiro diverso al lavoro che si svolge e alle relazioni che si intrattengono. Quante volte incontriamo nei luoghi di lavoro persone prive di una tale attrattiva e quante volte noi stessi affrontiamo senza questo slancio il nostro lavoro. Il Papa indica la ragione di questa aridità nelle prime pagine dell’enciclica, quando si sofferma a spiegarne il titolo: «Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati – con cui giudicarla e orientarla» (CV n. 9).

La verità va cercata anche perché solo così è possibile incontrare un’ipotesi su cui fondare la vita personale e la convivenza sociale.

La verità va anche sperimentata: per quanto siamo capaci di astrazione è necessario partire dai nostri bisogni primari, sperimentare che può esserci un valore buono per ciascuno di noi. Bisogna aver fatto l’esperienza che la vita è dono per tentare di vivere i rapporti e le attività umane con gratuità; bisogna essere amico di qualcuno per sapere che la fraternità è possibile.

Ma spesso non riconosciamo questo bene, «a causa – indica il Papa – di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza» (n. 34).

Il bello è che non siamo soli ad affrontare questo cammino. L’uomo spesso crede di bastare a se stesso, ma con le sue sole forze finisce per autodistruggersi e rendere di fatto impossibile la convivenza umana. È come un atomo isolato, incapace di costruire una comunità sociale e lavorare per il bene comune.


La crisi, «occasione di discernimento e di nuova progettualità»

Una parte importante dell’enciclica è riservata allo «sviluppo umano nel nostro tempo» (n. 21-33). Vi sono contenuti giudizi puntuali sulle cause che hanno portato alle «distorsioni» e ai «drammatici problemi» che vivono ancora molti paesi, messi ancora più in risalto dall’attuale situazione di crisi. «Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (n. 35), infatti «la logica mercantile va finalizzata al perseguimento del bene comune». L’economia, per essere sana, deve essere concepita come uno strumento a servizio dell’uomo: «l’economia e la finanza possono essere mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici» (n. 36). Bisogna «concepire il profitto come uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e della società» (n. 46).


Un cambiamento di rotta

Nell’enciclica sono contenute affermazioni che sconvolgono il modo usuale di vivere e di giudicare i fatti sociali ed economici, che accadono nell’ambito della globalizzazione. Potrebbero sembrare anche utopiche. Ma è qui che entra in gioco il cambiamento di mentalità e di vita a cui ci chiama l’enciclica: dobbiamo «impegnarci incessantemente per favorire un orientamento culturale personalistico e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria. Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti» (n.42).

Sembra impossibile da realizzare, ma non lo è. Se si tiene presente lo scopo di tutto, che non si è soli a viverlo e, come dice Benedetto XVI, che «senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia» (n. 38).