Provo a dire qualcosa su questo impegnativo tema, da semplice militante sindacale e storico che non si sente certo al «di sopra» della mischia.

La prima convenzione collettiva implicante la pace del lavoro è stata firmata nel 1937 tra sindacati e associazioni padronali dell’industria metallurgica. Nel dopoguerra i contratti con questa clausola si sono generalizzati e quindi la pace sociale, insieme ad altri elementi, ha costituito la base di quel patto sociale tipicamente svizzero basato sulla ricerca del dialogo, della trattativa e del compromesso che ha permesso alla nostra nazione di operare un forte sviluppo dell’economia, grazie anche all’aiuto fondamentale dei lavoratori immigrati.

Questa situazione è durata fino alla metà degli anni Settanta, poi con la fine del boom economico e del fordismo e l’inizio della globalizzazione a partire dagli anni Ottanta è iniziato un nuovo periodo più complesso e delicato. Le nuove dinamiche di gran parte del mondo economico, basate sulla ricerca di un crescente profitto immediato, hanno radicalmente cambiato i precedenti equilibrati (beh, per modo di dire!) rapporti di forza.

In questi ultimi anni la ricerca di un nuovo patto sociale, in questi tempi di grandi cambiamenti, risulta oggettivamente più difficile.

Una nuova generazione di manager rampanti non è particolarmente interessata al metodo del dialogo fra partner. Il sistema svizzero della pace del lavoro poteva considerarsi uno strumento in vista di un bene comune, cioè l’interesse dei partner sociali e di tutta la società.

In ogni caso nell’insegnamento sociale della Chiesa l’obiettivo non è certo quello dell’aumento del PIL fine a se stesso, o il solo sviluppo e successo dell’economia. Al contrario il centro è la promozione della persona in tutti i suoi aspetti e il valore primario è quello del lavoro: il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro; tra lavoro e capitale vi è complementarietà, ma il lavoro è superiore agli altri fattori di produzione.

Siamo realisti: se oggi vi è una crescente polarizzazione tra datori di lavoro e salariati, è (quasi) sempre perché sono i primi a voler aumentare il proprio profitto spesso in maniera non rispettosa dei lavoratori, e dunque questi ultimi sono costretti a ricorre a mezzi di protesta e di lotta.

Insomma la nuova «questione sociale» di questi tempi esige una nuova volontà di dialogo, che però metta i partner davvero sullo stesso piano.

 

La pace del lavoro, per vari decenni «soluzione svizzera» ai problemi sociali, può ancora tenere?

In grande parte dipenderà dall’atteggiamento padronale. Nella storia dell’OCST è interessante ricordare che mons. Luigi Del-Pietro ha sempre sostenuto la pace sociale e la via contrattuale come prassi principale e basilare della sua azione, ma quando questa via era bloccata - per l’intransigenza padronale - non ha esitato a svolgere alcuni fra i principali scioperi della storia ticinese del Novecento.

Allo stesso modo era cosciente che anche i sindacati dovevano cambiare e adattarsi ai tempi nuovi (nella Caritas in veritate vi è pure un richiamo a questo). Un esempio: nel 1969 a più riprese afferma che fino a quel momento aveva fatto del «paleo sindacalismo» e che ormai era ora di entrare nei nuovi tempi con un nuovo tipo di sindacalismo basato sulla «partecipazione», sull’«essere» più che sull’ «avere», ecc.

Cosa direbbe oggi?