Già Adam Smith insegnava che il lavoro è stato uno dei fattori principali del progresso moderno: la divisione del lavoro, la retribuzione salariale e la separazione del lavoro dalla vita privata sono stati fattori centrali della rivoluzione economica e sociale moderna.

Poi è diventato anche motivo di rivoluzioni politiche e dalla Costituzione italiana fu riconosciuto nel primo articolo come il fondamento principale della Repubblica. E non per ultimo, la crisi economica e morale attuale è in larga parte anche una crisi del lavoro: della disoccupazione, anche giovanile, del working poor, di condizione di stress psicologico fino a forme di burn out ecc.
Cercare nei Documenti della Dottrina sociale della Chiesa risposte agli interrogativi economici e politici, dovrebbe quindi significare innanzitutto interessarsi per i capitoli sul lavoro. Ma seppure dall’enciclica Rerum novarum la Dottrina sociale della Chiesa è stata spinta e motivata dalla «questione operaia», tale capitolo sembra spesso quello più negletto. Certamente, la Rerum novarum (RN) sottolineava l’esigenza di rispettare le feste, di diminuire le ore lavorative e del giusto salario, sollecitava le associazioni dei lavoratori e della cura della dimensione religiosa nella vita del lavoratore. Inoltre, la Quadragesimo anno (QA) lanciava l’idea delle corporazioni e sottolineava ancora una volta l’esigenza familiare del salario. Ma solo con i Pontefici Roncalli e Wojtyla la Chiesa iniziò a riflettere su cosa significa il lavoro per la vita umana e per la società. Fino a quel momento, il rischio di posizionarsi troppo vicino al socialismo, impediva al Magistero sociale di considerare il lavoratore come perno della realtà sociale. Solo ora, la domanda in quale modo tutta l’esistenza umana, individuale e sociale, trova espressione attraverso il lavoro, poteva essere affrontata in profondità.
I due Pontefici, infatti, interpretavano il lavoratore non come l’operaio, dipendente del padrone (questa la logica della Rerum novarum) la cui libertà deve essere assicurata tramite diritti naturali (di proprietà privata, di famiglia, di associazione). Questa prospettiva, infatti, vede l’operaio sempre come vittima del progresso sociale moderno che deve in qualche modo essere protetto contro gli sviluppi accelerati e tendenzialmente disumanizzanti della modernità. La contrapposizione tra operai e capitalisti dovrebbe allora essere superata con l’impegno morale e con gli sforzi sociali: infatti, l’idea di un loro rapporto armonioso, attraverso l’imposizione dei doveri agli ultimi e il riconoscimento del diritto dei primi, rispecchiava la dottrina della dipendenza reciproca tra lavoro e capitale (RN 15). Ovviamente, tale prospettiva non è sbagliata e infatti non fu mai né revocata né corretta dalla stessa Dottrina sociale della Chiesa.
Combattere per i diritti dei lavoratori, ancora oggi deve essere una delle preoccupazioni centrali non solo dello stesso Magistero sociale, ma anche dei sindacati cristiani. Ciononostante, in questa prospettiva non si esaurisce la ricchezza dell’insegnamento sociale dei Pontefici, che con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno cambiato questa prospettiva passiva di considerare l’operaio sotto il dovere naturale ed esistenziale del lavoro (RN 34, QA 134), nella prospettiva attiva di riconoscere in lui il lavoratore che realizza positivamente se stesso, fino ad essere in un certo senso imprenditore di se stesso. In tale modo, innanzitutto, questi Pontefici non stabiliscono più una sorta di contrapposizione principale tra operaio e padrone ma vedono sia il lavoratore che l’imprenditore nella stessa dinamica della realizzazione della persona: entrambi sono chiamati a vivere ciò che per la Chiesa è l’immagine cristiana dell’uomo, ossia la dimensione individuale e sociale di ciascuno (questa dimensione si trova in realtà già in QA 70).
Infatti, nell’enciclica Mater et magistra (MM) Giovanni XXIII sottolineava che bisogna intendere il lavoro come «espressione della persona umana» (MM 10). Papa Roncalli formula tutta una sintesi sociale del lavoro quando afferma la «fecondità del lavoro; che costituisce un mezzo idoneo all’affermazione della persona umana e all’esercizio della responsabilità in tutti i campi; un elemento di consistenza e serenità per la vita familiare e di pacifico e ordinato sviluppo nella convivenza» (MM 99).
Giovanni Paolo II nella Laborem exercens (LE) vede nel lavoro la realizzazione di «soddisfazione personale e lo stimolo alla creatività e alla responsabilità» (LE 5): «come persona, l’uomo è soggetto del lavoro» (LE 6)  – mai una enciclica aveva identificato con il lavoro queste dimensioni attive della persona.
Ciò significa che per i Pontefici Roncalli e Wojtyla il lavoratore non ha soltanto diritti da rivendicare, ma anche doveri da compiere, perché sul posto di lavoro si trova in una relazione sociale con gli altri. Così risulta forte l’appello di vivere il lavoro anche «come adempimento di un dovere e prestazione di un servizio» (MM 79): «l’uomo deve lavorare per riguardo al prossimo, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società, alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio o figlia, all’intera famiglia umana, di cui è membro, essendo erede del lavoro di generazioni e insieme co-artefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia. Tutto ciò costituisce l’obbligo morale del lavoro» (LE 16).
L’etica cristiana, allora, non è affatto un insieme di doveri e divieti morali sterili, ma si realizza concretamente nell’impegno creativo della persona e nella responsabilità di ciascuno per la generazione presente e futura.
Ricordare queste dimensioni del lavoro, ugualmente ai datori di lavoro, ai politici, e ai lavoratori, è un contributo importante del sindacato cristiano per uscire dalla crisi economica e morale attuale.

PROF. Markus Krienke