Nel recente discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, il Santo Padre ha ripercorso alcuni temi dell’Enciclica «Caritas in Veritate» (CV) e dell’Esortazione apostolica «Evangelii gaudium» (EG) che sono di grande rilevanza economica e sociale.

La crescita delle diseguaglianze e della povertà sono di stretta attualità anche alle nostre latitudini. Papa Francesco riprende e arricchisce l’analisi del suo predecessore Benedetto XVI e si inserisce nell’attualissima discussione  sullo Stato sociale e sull'intervento pubblico sul sistema economico, da molti considerato piuttosto come un’ingerenza, con una posizione chiara e illuminante sull’attuale crisi.
Il Papa ha sottolineato l’importanza di «tre strumenti fontamentali per l’inclusione sociale dei più bisognosi, quali l’istruzione, l’accesso all’assistenza sanitaria e il lavoro per tutti».
La posizione della Chiesa non è certo assistenzialista, mette piuttosto in risalto il valore del lavoro e considera gli esclusi come una risorsa persa dalla società e dall’economia. Quello che si deve desiderare per tutti è la «prosperità nei suoi molteplici aspetti. Questo implica educazione, accesso all’assistenza sanitaria, e specialmente lavoro, perché nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» (EG, n.192). Il Papa nel suo discorso infatti richiama che «lo Stato di diritto sociale non va smantellato ed in particolare il diritto fondamentale al lavoro. Questo non può essere considerato una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari. Esso è un bene fondamentale rispetto alla dignità, alla formazione di una famiglia, alla realizzazione del bene comune e della pace».

Un liberismo a spese della collettività
Il sistema dello Stato sociale, come attualmente concepito, è sostenibile dal punto di vista finanziario? Da un’attenta analisi emerge che in realtà lo Stato sociale è attualmente caricato di costi derivanti da un atteggiamento tutt’altro che etico che si è imposto nel sistema economico.
Scrive papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium: «mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole» (EG, n.56). Invece, aggiunge il Papa, anche nel sistema economico «l’etica - un’etica non ideologizzata - consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano» (EG, n.57).
I mercati azionari tendono a premiare le aziende che risparmiano sui costi del personale: licenziano, sottopagano o trasferiscono uffici e produzione dove il lavoro è meno remunerato. Gli azionisti ricevono un immediato vantaggio che deriva dal risparmio dei costi.  Il risultato di questa politica è invece nefasto per la collettività che sostiene economicamente i  lavoratori indigenti e paga il prezzo dell’esclusione di molti dal mercato del lavoro.
Ricorda papa Francesco nel suo intervento: «uno degli aspetti dell’odierno sistema economico è lo sfruttamento dello squilibrio internazionale nei costi del lavoro. Un tale squilibrio non solo non rispetta la dignità di coloro che alimentano la manodopera a basso prezzo, ma distrugge fonti di lavoro in quelle regioni in cui esso è maggiormente tutelato». Una fotografia di quello che succede non solo a livello internazionale, ma anche alle nostre latitudini.
Il liberismo più spinto sostiene l’autoregolazione del mercato e si oppone all’intervento dello Stato. Tuttavia l’ampliarsi della fascia dei poveri e la fame che derivano da questa concezione, generano un clima sociale che frena i consumi, vero motore della crescita economica.
 

Il mercato e la responsabilità individuale

La critica, raccolta dall’attuale Pontefice nell’enciclica «Caritas in veritate» di Benedetto XVI, non è al sistema di mercato in sé, ma alla concezione distorta che lo colloca al di là dell’etica. «La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani [...] non è lo strumento ad essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale. [...] La dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (CV n.35).
La salute dell’economia di mercato, in sostanza, dipende fortemente dalla qualità dei rapporti che si generano al suo interno. Il mercato non ha una sua vita propria e indipendente dalle persone che lo popolano. E, d’altra parte, anche le relazioni commerciali, come ogni relazione umana, sono soggette all’etica.

Regole condivise per un sistema economico più sano
L’ipotesi liberista secondo la quale il mercato si regola da solo, presuppone che chi subisce un’ingiustizia prima o poi reagisca per ridare equilibrio al sistema. L’alternativa, che evita emarginazione e violenza, è quella, anche in economia, di prevenire o curare le ingiustizie definendo i principi fondamentali di convivenza con regole o leggi nate dal confronto tra le parti coinvolte.
Per salvaguardare la sua salute a lungo termine, l’economia deve tornare a ragionare in termini di bene comune e di solidarietà che, citando l’enciclica Caritas in veritate, «è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti» e per questo «non può essere delegata solo allo Stato».

Benedetta Rigotti