Dottrina sociale della Chiesa

Nell’enciclica Caritas in veritate, si identifica  nella sostituzione  del classico «imprenditore» con il «manager» uno dei cambiamen­ti più caratteristici nel mondo dell’economia e del lavoro.
Infatti, nel paragrafo 40, que­ste due figure vengono delineate quasi come stereotipi e contrap­poste l’una all’altra: mentre il profilo dell’im­prenditore si caratterizza per i suoi rapporti personali con i suoi dipendenti e per la sua responsabilità quasi paterna nei loro confronti, il manager corrisponde soltanto ed esclusiva­mente ai parametri del profitto, dettato dagli azionisti.


 

In occasione del Congresso il segreta­riato cantonale dell’OCST ha realizzato un’intervista con il professor Stefano Zamagni, consulente della Pontificia commissione Justitia e Pax, su alcuni temi proposti dall’enciclica «Caritas in veritate».


La crisi economica in atto non è passegge­ra; è piuttosto lo specchio di uno squilibrio profondo. Quali indicazioni si trovano nella «Caritas in Veritate» per affrontare i proble­mi strutturali che hanno generato la crisi?
La crisi in atto è una crisi di tipo entropico, dunque è diversa dalle crisi che si chiamano di tipo dialettico. Qual è la differenza? La se­guente: che le crisi dialettiche nascono da un conflitto fondamentale che la società, per una ragione o per l’altra, non riesce a risolvere.
Le crisi si chiamano di tipo entropico quando nascono invece da una perdita di senso, quan­do cioè la società perde il senso del proprio in­cedere, del proprio agire in ambito economico come in altri ambiti, ecco che entra in crisi.
Quella di oggi è una crisi di tipo entropico  che è dunque più grave di quella di tipo dialettico. La Caritas in veritate ha questa caratteristica, quel­la di offrirci una chiave di lettura della presente crisi che tenga conto della sua specificità. La letteratura che oggi esiste, ed è ormai diventata enorme sulla crisi in atto, focalizza l’attenzione solamente sulle cause prossime della crisi, non su quelle remote. Ebbene la Caritas in veritate compie esattamente questo sforzo. Questa è la ragione per la quale questa Enciclica sta aven­do, in giro per il mondo, un successo che non si era mai riscontrato con nessuna altra Enciclica, almeno dei tempi recenti.


 

Un sindacato cristiano all’origine del superamento del blocco orientale comunista – ecco in poche parole l’importanza storica di Solidarnosc.
Quando il 31 agosto 1980 fu concessa la costituzione di questo primo movimento di opposizione all’interno dell’ambito di potere sovietico, l’ideologia marxista, che pretende­va di essere la verità storica definitiva, è stata sconfitta proprio sul piano della storia.
Dopo il colpo di stato militare del 13 dicem­bre 1981 Solidarnosc – che si era formato dopo il drastico rialzo dei prezzi alimentari e il licenziamento di Anna Walentynowicz dai cantieri navali di Danzica – è stato dichiarato illegale: diecimila persone, tra cui i fondatori Lech Walesa, anch’egli operaio nei cantieri di Danzica, e Bronislaw Geremek, professore di storia, furono arrestate.
Questa imposizione piuttosto che soffocare il movimento che già nel settembre 1981 conta­va oltre 10 milioni di membri, lo nutrì. Nel 1989 fu il partito vincente delle prime elezioni demo­cratiche. Avendo compiuto così la sua opera rivoluzionaria, esaurì la sua forza politica, e dal 2001 continua unicamente nella sua missione sindacale.


 

Nell’enciclica Laborem exercens (LE) Giovanni Paolo II spiega che la di­gnità del lavoro non sta tanto in ciò che produce o nella scelta del posto di lavo­ro, ma piuttosto nell’essere una dimensione importante per l’autorealizzazione dell’uomo. Anzi, il Papa ribadisce più volte che tramite il lavoro si «diventa più uomo» (LE 9). Rileg­gendo queste frasi e riflettendoci oggi, nel 30° della loro pubblicazione, ci sentiamo un po’ a disagio: è senz’altro vero che cerchiamo tut­ti di autorealizzarci nel nostro lavoro, ma chi direbbe che il lavoro costituisce un luogo per «diventare più uomo»? Anzi, può essere que­sta una richiesta adeguata per il mondo del la­voro oggi? E, infine, il grado della realizzazione di sé e della propria umanità dipende allora dal tipo di lavoro che si trova?


 

L’enciclica «Caritas in veritate» si ri­volge esplicitamente ai sindacati, incoraggiandoli ad affrontare le sfi­de della società attuale. Senz’altro gli eventi a Roma il 15 ottobre, in occasione della «giornata internazionale dell’indignazione», costituisco­no un’occasione allarmante per un sindacato di porsi determinati interrogativi. Innanzitutto, bisogna chiedersi se le spiegazioni dei gran­di partiti, sia di destra che di sinistra, colgano veramente il problema: il gruppo dei ca. 1.000 «black bloc» sarebbero semplici «criminali» che non c’entrerebbero con la stragrande maggio­ranza di alcuni centinaia di migliaia di manife­stanti pacifici. Questo è indubbiamente vero. Ma in questo modo, si interpreta la manifesta­zione degli «indignati» come un evento «nor­malissimo», «previsto» da una democrazia che garantisce la «libertà d’opinione».