Dottrina sociale della Chiesa

«Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale». (Rerum novarum, 15)
 
Senza dubbio, l’attuale crisi ci ripor­ta al problema cruciale della società moderna: il rapporto tra lavoro e ca­pitale.
La prima enciclica sociale Rerum novarum sottolinea che solo se questi due elementi sono in equilibrio, si realizza la «giustizia so­ciale». Nella storia della Svizzera, la Pace del lavoro è un esempio concreto.
L’equilibrio sociale tra lavoro e capitale, non è niente di prestabilito ed eterno, ma il risultato di un sistema che deve essere continuamente verificato, a seconda delle sfide economico-sociali del momento.


 

Quanto affermato nella Laborem exercens al paragrafo 20, e cioè che lo scopo del sindacato è la «difesa degli interessi essenziali dei lavoratori in tutti i settori», può apparire ai nostri occhi un po’ scontato.
Il sindacato, allora, non è altro che una lobby, un gruppo di interessi? A ben vedere, è pro­prio tale fraintendimento che Giovanni Paolo II vuole evitare quando specifica che si tratta di «interessi essenziali». A differenza degli «in­teressi personali» o «individuali», che un lavo­ratore pretende esclusivamente per se stesso e contro gli altri, cioè in questo caso contro i datori di lavoro, gli «interessi essenziali» gli spettano in quanto persona.


 

Il capitolo 19 dell’enciclica Laborem exer­cens è l’unico che fa riferimento al ruolo della donna nell’ambito lavorativo sotto un titolo insospettabile: «Salario e altre presta­zioni sociali». Questa modalità di presentazio­ne è la prima indicazione che i principi etici ge­nerali del lavoro non fanno nessuna distinzione nell’uguale dignità tra «uomo» e «donna» (così anche nei capitoli 9, 25 e 26).
Del riconoscimento dell’uguale dignità, fa parte anche la necessità di un adattamento del lavoro alle competenze e forze diverse dei due sessi. Se si facesse per esempio infatti finta che uomini e donne abbiano la stessa forze fisica, si lederebbe gravemente la dignità della donna, perché in questo modo si model­lerebbe il mondo del lavoro soltanto sull’idea dell’uomo lavoratore.


 

Come insegna l’enciclica Laborem exercens, il fatto che l’uomo debba lavorare non significa una diminuzio­ne della sua dignità, ma ne è l’espressione au­tentica: «il lavoro è una vocazione universale», «un bene dell’uomo». Grazie a questa affer­mazione dell’antropologia cristiana, la Dottrina sociale della Chiesa porge grande attenzione alle condizioni del lavoro, che devono essere disposte in maniera tale da dare occasione all’accrescimento dell’umanità della persona al lavoro: l’uomo, infatti, attraverso il lavoro deve diventare «più uomo» (LE 9).


 

La Giustizia viene rappresentata con gli occhi bendati: simbolo della sua im­parzialità che si realizza attraverso la legge che è uguale per tutti.
La legge, o norma, definisce, appunto, la nor­malità e viene spesso percepita come fredda perché non ha occhi per i casi particolari. I porta­tori di handicap fisici e psichici, invalidi o disabili spesso si trovano doppiamente svantaggiati. Ac­canto all’emarginazione sociale e alla mancanza di rispetto morale che devono talvolta subire, ven­gono infatti dimenticati anche dalla legge. Spesso nel legiferare si trascurano i casi particolari, e a molte buone leggi manca l’efficacia e l’imposizio­ne o semplicemente non vengono applicate agli handicappati. La legge, così il sospetto, è fatta per la normalità, non per l’eccezione.