L’attualità è sotto il giogo della questione valutaria. Il 2015 è però anche un anno elettorale intenso, con un appuntamento cantonale e uno federale. Da questo profilo, l’OCST auspica che la duplice campagna elettorale, pur tra schermaglie aspre e non sempre produttive, sappia anche affrontare con rigore le debolezze e le contraddizioni che rallentano il cammino del Ticino.

Il paradosso occupazionale
Il numero di occupati è cresciuto tra il 2002 e il 2014 (dati terzo trimestre) di circa 43’000 unità, passando da 188’000 a 231’000.
L’aumento dell’occupazione è stato coperto in prevalenza da manodopera proveniente dall’esterno: frontalieri e residenti di nuova entrata. I primi sono pressoché raddoppiati, passando nel periodo indicato da 32’000 a 62’500 con un incremento di circa 30’000 unità. Per i secondi i dati sono meno precisi. Facendo riferimento al saldo migratorio, l’incremento netto di dimoranti si è collocato annualmente attorno alle 2’000 unità fino al 2007 per poi attestarsi attorno a 3’000/4’000 negli anni successivi.
Utilizzando i criteri internazionali - meno soggetti alle modifiche della LADI -, nel periodo 2002/2012 il numero di disoccupati è persino aumentato, passando da circa 6’000 unità a 12’000. Vi spiccano in particolare i giovani (stimati in circa 3’000), buona parte dei quali si muovono nel sommerso.

Salari e redditi sotto pressione
Secondo un recente rapporto del Consiglio federale, dal profilo retributivo, tra il 2004 e il 2010 in Ticino si registra una contrazione dei salari reali in particolare dei salari più bassi (primo decile), regrediti dell’1,8%. Il salario mediano ha subìto una contrazione dello 0,5%. Solo i salari più alti (ultimo decile) sono progrediti del 2%.
Questa evoluzione contrasta con quanto accaduto sul piano nazionale dove tutte le categorie menzionate hanno conosciuto un avanzamento (+ 1,4%, + 1,9%, +5,4%).
Anche i redditi sono rimasti al palo. Tra il 2007 e il 2010 (periodo preso in esame nel rapporto del Consiglio federale) hanno faticato a tenere il passo con la pur debole inflazione. Pur aumentato in termini nominali, il valore mediano dei redditi ha subìto una leggera erosione dal profilo reale (+ 0,70% annuo rispetto all’aumento medio del costo della vita pari allo 0,88%). A livello svizzero, l’aumento del valore mediano si è invece attestato all’1,30%, risultando superiore al costo della vita.

Porte aperte alla speculazione e alle disparità
I redditi, già in leggero ritardo sull’inflazione e gravati da oneri per l’assicurazione malattia superiori alla media nazionale, hanno anche subìto l’imponente contraccolpo del costo degli alloggi. Gli aumenti più rilevanti sono riscontrabili sul versante dell’accesso alla proprietà. Tra il 2000 e il 2012 i prezzi degli appartamenti in proprietà sono pressoché raddoppiati. Gli alloggi in affitto hanno registrato una crescita più contenuta anche se differenziata. Gli alloggi rimasti occupati dagli stessi inquilini hanno avuto, grazie anche alla legislazione a loro protezione, una crescita più moderata (comunque in netto contrasto con la rilevante contrazione dei tassi ipotecari intervenuta nel frattempo). Diversa invece la progressione degli affitti degli appartamenti disponibili sul mercato, che sono aumentati di circa il 60%.
Tra il 2007 e il 2010, la disuguaglianza - calcolata con il coefficiente di Gini - è aumentata in Ticino più che in qualsiasi altro Cantone. Una costatazione analoga vale per la distribuzione della ricchezza. Il Ticino è tra i Cantoni che hanno registrato l’incremento più marcato delle disparità nella ripartizione della ricchezza.

Mercato del lavoro in accelerato degrado
Le difficoltà che investono i salari, che hanno contagiato anche il settore terziario, sono un sintomo emblematico del rapido e capillare degrado che sta corrodendo il mercato del lavoro. La ricerca febbrile di flessibilità, abbinandosi alla libera circolazione, ha dato corpo ad una miscela esplosiva. Le imprese scaricano i rischi aziendali sul personale, dal quale si succhia il massimo grado di produttività. I rischi vengono anche sovente riversati sull’esterno, attraverso lo scorporo e l’esternalizzazione di spicchi di attività o di collaborazioni (lavoro su chiamata, interinale, a tempo determinato…).
Le pressioni non mancano però di assumere anche forme più mascherate ma tanto più spregevoli come far figurare assunti a tempo parziale – e retribuiti di conseguenza - dipendenti impiegati al contrario a tempo pieno. Lo stesso dicasi per il personale assunto con qualifiche inferiori (non qualificati, stagisti) o statuto errato (indipendenti impropri).

Macchie di fragilità nel tessuto economico
La situazione valutaria sta evidenziando in modo ancora più netto la presenza nel nostro Cantone di un numero significativo di imprese a debole valore aggiunto che si reggono sulla disponibilità di manodopera a costo modesto. Questa costatazione vale per il settore industriale ma è oggi estendibile anche al terziario.
Benché il Ticino si sia arricchito negli ultimi decenni di imprese particolarmente competitive, anche grazie ad impulsi provenienti dalle istituzioni universitarie, emerge la necessità di elevare il livello complessivo di capacità innovativa e competitiva dell’economia cantonale.

Necessità di cambiamento
Snaturando il concetto di libertà insito nella libera circolazione, le imprese tendono a fare propria una concezione di mercato del lavoro senza regole.
Occorre riappropriarsi delle redini del mercato del lavoro. Allineare l’andamento dell’occupazione e della disoccupazione impone un intervento sulle politiche del personale seguite dalle singole imprese, oggi insufficientemente attente ai bisogni locali. Tutelare i livelli salariali richiede una strategia concordata di diffusione dei contratti collettivi di lavoro. Lottare contro il degrado del mercato del lavoro implica la volontà di regolarne in modo più efficace il funzionamento. Proteggere i redditi esige che si lotti contro i fenomeni speculativi - che nel settore immobiliare hanno anche contribuito a deturpare in profondità il territorio - e si contrasti l’incremento delle disuguaglianze.
Sul versante dell’economia è parimenti indispensabile conferire una maggiore solidità strutturale e capacità innovativa al tessuto delle imprese. La presenza di istituzioni universitarie, di centri di ricerca, di organismi operanti nel campo del transfer tecnologico, abbinandosi ad organiche reti di collaborazione tra le imprese stesse e sorretta da una legislazione che incentiva l’innovazione, deve consentire di intensificare e accelerare il processo di arricchimento competitivo del tessuto economico.

Non chiudersi a riccio
Il necessario vigore nel combattere le fonti di distorsione e di abuso non deve tuttavia essere disgiunto dalla capacità di mantenersi aperti verso l’esterno e sul futuro, curare e alimentare le fonti del futuro sviluppo del Ticino, che sono indissociabili dalle relazioni con l’esterno. Il tessuto economico, il mondo della formazione e importanti politiche settoriali (trasporti, energia...) vivono di intensi e strutturati rapporti con l’esterno, che ne sono una linfa vitale.
È perciò necessario contrapporsi ai disagi del presente ma senza sacrificare il futuro.
Per la sua posizione geografica e culturale, il Ticino può ambire ad un ruolo di raccordo verso Sud che è di interesse strategico per l’intera Confederazione. Per puntare in questa direzione è tuttavia indispensabile che si esca dal recinto del ripiegamento difensivo e che il dibattito politico rifugga l’ossessiva ricerca di comodi bersagli e capri espiatori.
Lo sviluppo della nostra regione dipende anche dalla capacità di agganciarsi ai poli di eccellenza presenti sul territorio nazionale e internazionale (soprattutto nel campo della ricerca e dell’innovazione). Dipenderà anche da come saprà inserirsi nei flussi che la nuova trasversale ferroviaria alpina incrementerà e dal ruolo che saprà interpretare rispetto alla Lombardia. L’OCST chiede perciò che il dibattito sulla libera circolazione non prosciughi gli spazi di approfondimento delle fonti di sviluppo menzionate.

Sul crinale della libera circolazione
Gli scompensi generati dalla libera circolazione tendono non solo a comprometterne l’accettazione ma anche a condizionare la valutazione complessiva delle relazioni con l’UE (e di conseguenza anche con la nazione e le regioni limitrofe).
Pur senza concederle nessuno sconto sui suoi risvolti sfavorevoli e talvolta perversi, la valutazione sulla libera circolazione va collocata in un quadro più ampio che si estenda  agli accordi bilaterali, di cui è un anello inscindibile, e alle ricadute di questi ultimi sull’intera Svizzera e alla visione delle relazioni odierne e future del nostro Paese con l’Unione europea.
Su questi temi, le forze politiche cantonali tendono ormai da tempo a muoversi con preminenti finalità e condizionamenti di breve termine. L’obiettivo di sedurre gli elettori, comprensibilmente preoccupati per le pressioni gravanti sul mercato del lavoro, sembra prevalere sull’identificazione degli interessi di lungo termine del Ticino e della Svizzera.
Non si tratta per nulla di ignorare i contraccolpi della libera circolazione, che vanno combattuti con vigore e fermezza. Le forze politiche sono chiamate a dare forma ad un ordinamento legale più attrezzato; le parti sociali a regolare in modo più efficace e capillare il mercato del lavoro; le imprese a utilizzare la libera circolazione per sopperire alle carenze di manodopera e non certo per sostituire o svantaggiare i lavoratori residenti;  per accrescere il benessere collettivo grazie ai più agevoli scambi con l’UE consentiti dagli accordi bilaterali e non certo per speculare sui salari.
Una buona parte delle sue ricadute negative, prima ancora che alla libera circolazione sono da addebitare alla debolezza dell’ordinamento legale svizzero a protezione dei lavoratori, come pure alla condotta delle imprese, insufficientemente attente ai bisogni del territorio. Vanno perciò in primo luogo colmate le falle dell’ordinamento legale e corretti i comportamenti impropri delle imprese.
L’attuazione dell’art. 121 a della Costituzione e il parallelo negoziato con l’UE vanno colti quale occasione per riconsiderare la libera circolazione e per riconfigurare l’ordinamento legale che la governa e che deve contrastarne i risvolti negativi.
Quale regione maggiormente esposta alle ricadute della libera circolazione il Ticino, oltrepassando la tentazione di fare dei frontalieri un comodo capro espiatorio, deve sapere fornire un contributo influente alla ricerca di una soluzione che si faccia carico delle preoccupazioni espresse dalla popolazione preservando nel contempo una produttiva relazione con l’Europa.

Un’occasione privilegiata
Un’ampia responsabilità ricade sulle parti sociali. L’assunzione prioritaria di manodopera locale; la regolamentazione delle condizioni di lavoro e la fissazione di salari minimi nelle diverse categorie; la regolazione del mercato del lavoro in campi quali la lotta contro la precarietà, la formazione continua, la conciliabilità tra lavoro e famiglia; sono aspetti decisivi che incombono in primo luogo alle parti sociali.
Non è evidentemente da meno la responsabilità della politica. Un tessuto sociale compatto ed un mercato del lavoro ordinato sono tributari di norme e strumenti legali che incombono alla politica.
Il dibattito che precederà le elezioni cantonali e federali è un’occasione privilegiata per mettere all’ordine del giorno i temi qui sollevati, che interpellano tanto il mondo politico quanto le parti sociali.
Nel farlo, occorre tuttavia evitare di cedere a chiusure regressive per lasciarsi piuttosto spronare da una ritrovata voglia di futuro. Di fronte ad una realtà profondamente mutata, è illusorio ritenere di potersi rituffare nel passato. È pure irrealistico pensare di proteggersi attraverso l’isolamento. Il contesto, nel quale anche il nostro Cantone si muove, vive di irreversibili connessioni e interdipendenze.
Un fruttuoso impasto tra protezione e apertura è perciò quanto l’OCST chiede alla politica e alle parti sociali.

Meinrado Robbiani