Occorre ristabilire un legame virtuoso tra la crescita dell’occupazione e la riduzione della disoccupazione, oggi affievolito dalle preminenti immissioni di personale dall’esterno. L’OCST propone la costituzione di un’Agenzia o di un Nucleo operativo (collegato sia alla Commissione tripartita, sia alla Sezione del lavoro) incaricato di negoziare con le aziende una maggiore considerazione e presa a carico dei bisogni occupazionali del territorio.

Un itinerario dissociato

Introduzione

Diversamente dal passato, l’aumento dei posti di lavoro e degli occupati non equivale ad una parallela riduzione della disoccupazione. L’occupazione e la disoccupazione seguono tracciati ormai dissociati. Occorre perciò allineare maggiormente i due percorsiin modo che la crescita dell’occupazione produca, in misura più estesa rispetto ad oggi, un impatto positivo sulla disoccupazione. A questo scopo l’OCST auspica una linea ancora più attiva a sostegno di chi è alla ricerca di impiego attraverso segnatamente la costituzione di un’apposita Agenzia o Nucleo operativo per l’impiego.

 

La traiettoria favorevole dell’occupazione

L’occupazione ha seguito nell’ultimo decennio una traiettoria particolarmente favorevole. La libera circolazione, pur comportando in altri aspetti risvolti non altrettanto positivi, non è estranea a questa evoluzione di per sé rallegrante. In un decennio, cioè tra il 2002 e il 2012, gli occupati sono aumentati di 33'000 unità passando da 188'000 a 221'000. Considerando i dati più recenti (terzo trimestre 2014) l’incremento rispetto all’anno chiave 2002 (entrata in vigore della libera circolazione) ammonta persino a 43'000 unità.

 

Alla disoccupazione solo le briciole

L’andamento dell’occupazione lascerebbe a prima vista supporre che la disoccupazione abbia potuto essere nel frattempo notevolmente ridimensionata. Benché nel trattare e paragonare categorie tanto generali (occupati e disoccupati) sia d’obbligo una abbondante cautela, la correlazione tra crescita dell’occupazione e parallela decrescita della disoccupazione non è però rintracciabile.

La disoccupazione è rimasta consistente e, se calcolata secondo i criteri dell’Organizzazione internazionale del lavoro (meno influenzati dalle modifiche intervenute nella legge sull’assicurazione disoccupazione), è persino lievitata. L’Ufficio cantonale di statistica indica che, riferendosi a questi criteri internazionali, il numero dei disoccupati è passato nello stesso intervallo (2002/2012) da circa 6'000 a 12'000 unità (vedi “Dati - Statistiche e società”, Ustat, settembre 2014, pag. 6). Questa situazione è convalidata anche dal rigonfiamento dell’assistenza sociale, tra i cui beneficiari è andata dilatandosi la cerchia delle persone che figurano come disoccupate (si tratta generalmente di persone che hanno esaurito il diritto alle indennità di disoccupazione).

 

Le ragioni della discrepanza

Questa discrepanza è in buona parte riconducibile all’imponente aumento di frontalieri come pure – aspetto meno considerato - all’incremento di lavoratori dimoranti insediatisi in Ticino nella scia della libera circolazione.

Nello stesso lasso di tempo (2002 – 2012) la manodopera confinante è passata da 32'000 a 56'000 unità con un aumento di 24'000 unità. Se si considerino i dati più recenti (terzo trimestre 2014) l’aumento rispetto al 2002 supera le 30'000 unità poiché i frontalieri hanno raggiunto quota 62'500.

Di più difficile quantificazione ma non trascurabile è l’impatto derivante dai dimoranti stabilitisi in Ticino negli scorsi anni. Se si prende come riferimento il saldo migratorio con l’estero (che può tuttavia comprendere anche i familiari senza attività) si rileva un incremento netto di dimoranti attorno a 2'000 persone all’anno nel periodo 2002/2007 e tra 3'000 e 4'000 all’anno dal 2008 al 2013.  Pur considerando che una parte dei dimoranti non svolge un’attività professionale (secondo valutazioni contenute nel Rapporto della Commissione della gestione del Consiglio nazionale “Soggiorno degli stranieri nell’ambito dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone”, pubblicato il 04.04.2014, si tratta tuttavia di una parte nettamente minoritaria), l’aumento dell’occupazione non coperta da frontalieri è in buona parte assorbita da nuovi dimoranti.

Un’ulteriore fonte di sfasamento tra occupazione e disoccupazione è l’affluenza nettamente accresciuta di personale confinante ed anche di nuovi dimoranti verso il settore terziario, nel quale opera e al  quale guarda con predilezione la manodopera locale. L’ingresso di frontalieri è soprattutto esploso dopo l’abolizione della fascia tradizionale di confine, che limitava in passato la zona dalla quale potevano provenire i frontalieri. E’ del resto a partire da questo momento (2007/2008) che i confinanti occupati nel terziario hanno superato quelli attivi nel settore secondario (industria e edilizia).

Un fattore analogo di pressione (solo in parte coincidente con quello appena evidenziato poiché trasversale a tutti i settori economici) è costituito dall’entrata consistente di frontalieri in professioni particolarmente ambite dalla manodopera locale. Tra il 2002 e il 2014 si è ad esempio passati, per gli impiegati amministrativi, da un migliaio di frontalieri a quasi 7'000. Nelle professioni intellettuali e scientifiche da circa 1'000 a quasi 5'000. Nella vendita da quasi 4'000 a circa 10'000. Tra i dirigenti e i quadri superiori da 500 a oltre 2'000.

 

Occasioni mancate

Se si rivolge lo sguardo all’aumento dell’occupazione (+ 43'000 unità dal 2002 ad oggi), dei frontalieri (+ 30'500) e dei dimoranti di recente insediamento si costata come gli spazi per un assorbimento della disoccupazione siano risultati angusti.

L’ultimo decennio, a partire cioè dalla libera circolazione, è costellato di occasioni mancate per un più ragguardevole assorbimento della disoccupazione. Giovani in entrata nel mondo del lavoro e disoccupati hanno beneficiato della favorevole evoluzione dei posti di lavoro e dell’occupazione in misura molto minore rispetto alle potenzialità di un mercato in espansione.

In questo contesto meritano un accenno specifico i giovani, la cui posizione appare particolarmente sfavorita e persino penalizzata. Da un lato subiscono la concorrenza di un mercato del lavoro più aperto e del gigantesco bacino occupazionale d’oltre confine, che offre alle ditte la possibilità di reperire profili rispondenti con precisione alle loro esigenze, immediatamente produttivi e disposti sovente a ricevere retribuzioni inferiori a quelle usuali. D’altro lato hanno subìto un netto peggioramento delle prestazioni dell’assicurazione disoccupazione che li ha sospinti verso un’area sommersa nella quale organizzano al di fuori dei canali istituzionali la ricerca di un impiego. Lo stesso Ufficio di statistica stima a circa 3'000 i giovani alla ricerca di un impiego, solo poco più di 1’000 dei quali annunciati presso gli Uffici regionali di collocamento (si veda il contributo “Carenza di lavoro tra i giovani ticinesi” apparso su “Dati - Statistiche e società”, Ustat, maggio 2014)

 

Un’Agenzia o un Nucleo per l’impiego

L’evoluzione appena descritta rende auspicabile un’analisi aggiornata delle politiche di assunzione seguite dalle imprese come pure delle strutture, dei canali e delle modalità di reclutamento. L’area del collocamento è mutata considerevolmente rispetto al passato. L’efficacia della lotta contro la disoccupazione e delle politiche di collocamento esigono che si tenga conto dei mutamenti intervenuti.

L’OCST sollecita perciò un’analisi approfondita su questi aspetti.

Per fare ricadere più ampiamente sulla lotta contro la disoccupazione i benefici di un andamento favorevole dell’occupazione è pure auspicabile rafforzare sin d’ora l’azione già condotta dalla Sezione del lavoro e dagli Uffici regionali di collocamento. In questo ambito l’OCST propone l’istituzione di una Agenzia o di un Nucleo per l’impiego che abbia segnatamente i compiti seguenti:

- seguirele entrate di manodopera estera verificando, nei rami più sensibili (in particolare il terziario impiegatizio e le professioni tecniche), se si sia rivolta un’attenzione adeguata all’assunzione di manodopera locale e valutando attentamente i motivi dell’eventuale assunzione di personale estero allo scopo di elaborare eventuali provvedimenti volti a favorire un maggiore inserimento di personale disoccupato. In questo ambito è importante identificare eventuali azioni di sostituzione di manodopera indigena con manodopera estera;

- avvicinare sistematicamente, previa selezione dei campi professionali più interessanti e attrattivi, le imprese che occupano e che assumono un numero significativo di frontalieri e di dimoranti di nuova entrata in modo da sollecitare una maggiore attenzione ai bisogni del territorio e negoziare l’offerta di occasioni di inserimento per giovani e per disoccupati;

- rilevaregli eventuali profili che sono difficilmente reperibili in loco così da valutare se siano attuabili forme di riqualificazione di singoli candidati locali o, più in generale, se siano programmabili curricoli scolastici per preparare manodopera qualificata residente.

Questo organismo non dovrebbe tanto occuparsi di collocamento diretto (compito assegnato agli Uffici regionali di collocamento - URC) quanto di intervenire a monte con contatti e negoziati che inducano le aziende a seguire una diversa linea nelle assunzioni. Si tratta di agire sulla politica delle imprese che riservano un’insufficiente attenzione ai bisogni occupazionali del territorio. Questa esigenza è tanto più fondata nel caso delle ditte insediatesi dall’estero grazie alla libera circolazione; i loro responsabili (dirigenti e capi del personale) hanno non di rado un fragile legame con il territorio, verso il quale omettono di saldare il debito che detengono nei suoi confronti (in termini di servizi efficienti, amministrazione pubblica celere, stabilità e pace sociale, fiscalità favorevole...).

Una simile agenzia contribuirebbe del resto ad attenuare una delle carenze principali che l’OCST imputa alle misure di accompagnamento: l’assenza di provvedimenti volti ad attenuare le pressioni sull’occupazione. Le misure di accompagnamento sono infatti essenzialmente concepite per contrastare gli abusi salariali e rivolgono al contrario poca attenzione alle pressioni occupazionali.

Da un profilo organizzativo, poiché chiamata ad influenzare le ditte che fanno capo a manodopera estera, l’agenzia potrebbe essere agganciata all’Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro e per il suo tramite alla Commissione tripartita (coinvolgendo conseguentemente le parti sociali).

Pur con un preminente aggancio con l’Ufficio per la sorveglianza del mercato del lavoro, l’Agenzia dovrebbe evidentemente operare in stretto contatto e coordinamento anche con la Sezione del lavoro e gli URC per quanto attiene al collocamento puntuale di persone senza impiego.

 

Ritrovare la via della complementarietà

Conclusione

La proposta di istituire un’Agenzia per l’impiego si inserisce nella ricerca di una relazione serena e reciprocamente fruttuosa tra la manodopera indigena e frontaliera, soffocando la contrapposizione che si è andata purtroppo diffondendo negli scorsi anni per l’insufficiente senso di responsabilità, nella politica del personale e delle assunzioni, di un numero non indifferente di aziende.

Il Ticino continuerà a necessitare di manodopera estera ed in particolare frontaliera. Questo apporto è stato e si manterrà prezioso sia per coprire carenze quantitative di manodopera, sia per fornire alle imprese profili difficilmente reperibili in loco. Occorre muoversi tuttavia su una linea di complementarietà tra manodopera residente e frontaliera, scongiurando quei fenomeni di concorrenza e persino di sostituzione che si sono diffusi negli scorsi anni e sono fonte di attriti dannosi per entrambe le componenti.

L’OCST auspica che sia la sollecitazione a svolgere un’analisi delle politiche di reclutamento e dell’area del collocamento, sia la proposta di istituire un’Agenzia o un Nucleo per l’impiego possano essere approfondite. In considerazione dell’importanza di una più efficace politica di collocamento, si prefigge di portarle anche sul piano politico.