La decisione della Banca nazionale di rinunciare a difendere una soglia minima di cambio rispetto all’euro è di quelle che raggelano. Riesuma gli spettri che pochi anni orsono (2011/2012) avevano iniettato sgomento nel mondo dell’economia e del lavoro, sconvolgendone l’andamento. Le imprese, che a fatica si sono adeguate ad una soglia di 1,20, subiscono oggi un ulteriore e inaspettato scossone che ne mette a soqquadro la tabella di marcia. Nell’affrontare il nuovo ostacolo rischiano d’altronde di disporre di un margine di manovra minore poiché già intaccato per riuscire ad adattarsi alla soglia menzionata.

 

Un impatto economico capillare

Il rilevante  apprezzamento del franco rispetto all’euro esercita una ricaduta capillare sull’economia.

A subirne un urto possente sarà in primo luogo l’industria di esportazione, i cui prodotti rincarano notevolmente causando una tangibile perdita di competitività. I riflessi ricadranno però anche su numerose piccole e medie industrie che, pur non direttamente orientate ai mercati esteri, forniscono prodotti intermedi all’industria di esportazione. Questa, per ricuperare competitività, sarà infatti indotta a rifornirsi all’estero piuttosto che nel nostro Paese.

Particolarmente penalizzato è anche il settore del turismo. Il nostro Paese si ritrova meno attrattivo poiché più caro per i turisti stranieri. Ma non solo; anche la popolazione locale è incentivata a confluire verso mete estere, divenute notevolmente meno costose.

Un pericolo analogo grava poi sul commercio. Acquistare in Svizzera diventa più caro, con accresciuta propensione dei consumatori a rifornirsi all’estero.

 

Negli ultimi anni l’economia svizzera è stati ampiamente sorretta da una solida domanda interna oltre che da un volume sostenuto di esportazioni. La nuova situazione valutaria rischia di incidere, rendendoli più fragili, proprio su questi due pilastri della nostra economia.

Minacce anche sul lavoro

Le difficoltà che ricadono sulle imprese comporteranno un inevitabile impatto anche sul lavoro. All’orizzonte si prospettano sia l’orario ridotto, quale risposta immediata ad un calo di ordinazioni, sia la perdita di posti di lavoro sul medio termine. Alcuni modelli economici stimano che un apprezzamento complessivo della moneta del 10% comporti una perdita di posti di lavoro attorno al 3%. Per la Svizzera potrebbe trattarsi di circa 100’000/150'000 posti di lavoro.

A subire un’ulteriore accelerazione sarà tuttavia anche la flessibilità del lavoro. Per contenere i costi le imprese saranno incentivate a scaricare ulteriormente i rischi aziendali sui dipendenti accrescendo le formule flessibili di impiego del personale (lavoro su chiamata, lavoro interinale, esternalizzazione di attività…). Ne uscirà amplificata la precarietà del lavoro e l’instabilità del mercato del lavoro.

Le condizioni di lavoro e in particolare i livelli salariali di tutti i lavoratori saranno d’altronde messi anch’essi sotto pressione.

Ticino nell’occhio del ciclone

Le ricadute si prospettano tanto più pesanti in Ticino per la struttura produttiva e l’ubicazione geografica del nostro Cantone.

Il suo tessuto industriale è composto da piccole e medie imprese che dispongono sovente di una minore solidità strutturale e conseguentemente di più ridotte capacità di assorbimento.

Quale regione di confine, nel commercio subisce poi in misura ancora più acuta la concorrenza dei punti di vendita ubicati al di là della frontiera e facilmente raggiungibili. Diminuisce da un lato la clientela transfrontaliera e turistica; si accentuano dall’altro gli acquisti oltre confine dei consumatori locali.

Per gli stessi motivi, la vocazione turistica del Cantone, già messa in questi anni a dura prova, viene intaccata ulteriormente.

Anche sul fronte di un mercato del lavoro già in rapido e pervasivo degrado andranno moltiplicandosi le situazioni di pressione sul personale e di precarizzazione del lavoro. La cultura delle imprese, contaminata negli ultimi anni da una concezione strumentale e fuorviante della libera circolazione, finirà per contribuire a dilatare la tentazione di ribaltare senza scrupoli sui lavoratori i contraccolpi del nuovo contesto valutario.

Le condizioni di lavoro potrebbero subire un’ulteriore lombardizzazione, non da ultimo per la tentazione di retribuire la manodopera in euro.

Le sollecitazioni più immediate

L’OCST, facendo sentire la sua voce nei canali sindacali nazionali, si appella anch’essa:

-       alla Banca nazionale, affinché, pur in assenza di una soglia minima di cambio, abbia a mettere in atto tutte le misure che concorrano ad attutirne le ricadute sull’economia e sul lavoro, attenuando se del caso la linea ora adottata;

-       al Consiglio federale, affinché vari provvedimenti di sostegno all’economia e al lavoro in analogia a quanto prefigurato e attuato in particolare per fare fronte alle conseguenze della crisi finanziaria e al franco forte. Si tratta pure di rafforzare la lotta contro gli oligopoli e i cartelli in modo da fare in modo che il minore costo dei beni importati ricada sulle imprese, compensando in parte l’effetto valutario, e sui prezzi dei prodotti al dettaglio, diminuendo l’attrattività degli acquisti all’estero;

-       alla SECO affinché, soprattutto nell’ambito dell’assicurazione disoccupazione, agevoli le imprese nell’utilizzare lo strumento del lavoro ridotto in alternativa alla riduzione dei posti di lavoro.

 

In ambito cantonale l’OCST sollecita:

-       il Consiglio di Stato a varare provvedimenti di sostegno all’economia locale e a promuovere il dialogo tra le parti sociali allo scopo di evitare l’insorgere di tensioni e attriti sociali;

-       la Sezione del lavoro ad abbandonare la linea rigida finora seguita, agevolando le aziende ad introdurre il lavoro ridotto in modo da evitare possibili licenziamenti;

-       le associazioni padronali ad affrontare le situazioni di difficoltà salvaguardando il confronto e la ricerca di intese con le organizzazioni sindacali. Si postula la costituzione di una sorta di cellula di crisi che punti a incanalare i provvedimenti eventualmente adottati dalle imprese in modo da considerare anche la posizione dei lavoratori;

-       le imprese ad un atteggiamento responsabile nel gestire l’eventuale ricaduta della situazione valutaria, tenendo presente che il personale rappresenta il suo autentico capitale strategico.

 

L’OCST, sentendo anche le altre organizzazioni sindacali, intende perciò allacciare i citati contatti e dare forma ad una risposta concertata che miri a salvaguardare l’economia, i posti di lavoro e un corretto funzionamento del mercato del lavoro.