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Il Lavoro, periodico dell'OCST, da decenni è un punto di riferimento per le informazioni sui contratti, le nuove normative, la previdenza, il mondo del lavoro, la formazione.

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2017

No image Il Lavoro n. 1 del 26 gennaio 2017
Il Lavoro n. 2 del 9 febbraio 2017 Il Lavoro n. 3 del 23 febbraio 2017
Il Lavoro n. 4 del 16 marzo 2017 Il Lavoro n. 5 del 30 marzo 2017
Il Lavoro n. 6 del 13 aprile 2017 Il Lavoro n. 7 del 4 maggio 2017
Il Lavoro n. 8 del 18 maggio 2017 Il Lavoro n. 9 del 1. giugno 2017
Il Lavoro n. 10 del 22 giugno 2017 Il Lavoro n. 11 del 13 luglio 2017
Il Lavoro n. 12 del 7 settembre 2017 Il Lavoro n. 13 del 21 settembre 2017
Il Lavoro n. 14 del 5 ottobre 2017 Il Lavoro n. 15 del 19 ottobre 2017

Prima pagina

 Oggi, più che mai, si avverte una forte necessità di orientamento e formazione continui.

Questo bisogno ha una stretta connessione con le sfide imposte dal cambiamento della società e dell’economia nella direzione di una dinamicità e precarizzazione sempre più spinte nel mondo del lavoro. La formazione è del resto lo strumento più efficace per garantire la parità di opportunità tra le persone. È quindi essenziale che venga pienamente riconosciuto il diritto della persona ad apprendere su tutto l’arco della propria vita, secondo le proprie aspettative, cogliendo le occasioni che si presentano nelle diverse transizioni lavorative ed esperienziali.

 

Edilizia Esistono due modi di fare impresa: il primo, sempre meno di moda, è concentrato su una concorrenza leale, su prezzi di offerta equilibrati e con margini di guadagno adeguati, su investimenti aziendali costanti, su una qualità del lavoro di standard elevato, su una corretta remunerazione dei lavoratori, su un progressivo miglioramento delle condizioni di lavoro e su un costante controllo della realtà e delle disfunzioni sui cantieri.

Un modo di fare impresa che può esistere unicamente se il mercato edile ed i partner contrattuali dimostrano nei fatti «di condividere la rotta». Il secondo, molto attraente per gli speculatori, è rivolto all’affannosa ricerca della riduzione dei costi, al peggioramento delle condizioni di lavoro, allo sfruttamento della manodopera, allo smantellamento del contratto collettivo di lavoro e alla sfrenata rincorsa verso il facile ed immediato guadagno da parte di chi fa dell’etica professionale un optional.

 Venerdì 2 dicembre oltre 2000 lavoratori dell’edilizia di tutto il cantone hanno lasciato i cantieri per ritrovarsi a Bellinzona e manifestare per il rinnovo del Contratto nazionale mantello.

I lavoratori di tutti i fronti sindacali compatti hanno protestato per richiamare agli impresari costruttori e all’opinione pubblica l’importanza di un contratto forte per difendere le maestranze, ma anche le imprese del settore.

Riuniti in assemblea presso lo Stadio di Bellinzona hanno ribadito la loro volontà che le trattative riprendano in tempi rapidi e su un piano costruttivo. Il contratto deve puntare al «rafforzamento della protezione della salute e dei diritti dei lavoratori e ad introdurre la responsabilità solidale dell’imprenditore e del committente nelle opere di subappalto», viene indicato nella risoluzione accolta con un applauso scrosciante dai presenti.

«Bisogna rafforzare e migliorare il Contratto nazionale mantello, ve lo meritate!» ha detto Paolo Locatelli, responsabile OCST dell’edilizia.

La jungla di sfruttamento, subappalti, forme fantasiose di impiego, caporalato e irregolarità, ha minato la sicurezza e la salute sul lavoro nel settore edile in Ticino.

 La situazione economica generale rimane incerta, la crisi del debito sovrano unito alle tensioni politiche e sociali presenti in molti paesi continuano ad alimentare un clima di incertezza. A queste si aggiungono purtroppo indici di debolezza della congiuntura globale. I primi segnali di questo nuovo anno non sembrano promettere al settore manifatturiero cantonale un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi mesi del 2011.

L’andamento degli affari appare contrastante, a fronte di aziende che hanno potuto consolidare le proprie entrate ordini così da tornare verso la zona di crescita, ma nella maggior parte dei casi ci troviamo confrontati con un settore industriale che risente della mutata situazione valutaria. Ad essere colpite però non sono solo le imprese esportatrici ma anche numerose imprese che, pur non essendo direttamente rivolte ai mercati esteri, sono sottofornitrici di queste ultime.

La ricaduta sul tessuto industriale cantonale è di duplice natura. Un numero per ora minoritario di aziende risente di un calo effettivo degli ordini. Nella maggior parte dei casi si continua al contrario a godere di un interessante volume di ordini ma ci si scontra con difficoltà di redditività.

È in particolare la domanda di beni di investimento (centri di lavoro, sistemi di controllo, macchine utensili) a migliorare le entrate ordini. Resta invece ancora negativo l’andamento legato ai beni di consumo (utensili, pezzi di ricambio e piccoli assemblaggi), per i quali commesse, produzione, fatturati e utili rimangono ancora molto bassi. Questa tendenza resterà tale almeno sino alla metà dell’anno.

 

In un’intervista a Enzo Lucibello apparsa recentemente su un noto domenicale, il presidente della Disti (organismo che rappresenta la grande distribuzione) si è dilettato a spargere considerazioni scriteriate che sollecitano una seppur breve presa di posizione.

L’emerito presidente torna in particolare a lasciare intendere che i sindacati avrebbero interesse a introdurre un contratto collettivo nella vendita non tanto per proteggere il personale ma perché, con i contributi di solidarietà versati dai lavoratori non sindacalizzati, incamerebbero più di un milione all’anno.

Se non gliel’avessimo spiegato e rispiegato! I contributi di solidarietà non sono destinati ai sindacati ma vanno ad alimentare un fondo, gestito pariteticamente da sindacati e commercianti, che serve per attuare scopi comuni in favore della categoria. La ripartizione del provento tra le parti firmatarie del contratto è esclusa. Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare e il nostro presidente dimostra di appartenere a questa categoria.

Siccome le stupidaggini non camminano sole, un’altra svirgolata riguarda l’attribuzione ai sindacati (chi ne avrebbe dubitato?) della responsabilità per la rottura delle trattative sul contratto collettivo e sugli orari di apertura dei negozi. Dimentica l’emerito presidente che è la forzatura padronale sull’orario di chiusura durante la settimana ad avere comportato l’impossibilità di raggiungere un’intesa.

Malgrado le esternazioni del presidente della Disti, la necessità di tutelare il personale di vendita attraverso un contratto collettivo e l’esigenza di regolare gli orari di apertura conciliando non solo gli interessi del personale e dei datori di lavoro ma anche del piccolo commercio e della protuberante Disti rimangono inalterate.

Qualcosa di incoraggiante sembra muoversi nell’ambito dell’elaborazione del progetto di legge sugli orari di apertura dei negozi.

C’è da auspicare che si possa essere risparmiati da uscite fuori luogo provenienti dai piani alti della Disti poiché nuocerebbero visibilmente al già delicato percorso in atto.