L’apprendistato è da sempre un indiscusso vanto del nostro sistema formativo. Abbinando segmenti di formazione e di pratica in azienda incanala i giovani in modo più fluido (e con vantaggi occupazionali) verso l’esercizio di una professione. Il connubio fruttuoso tra formazione e pratica si sta espandendo sempre più anche ad altri settori della formazione. Non ne è esclusa nemmeno la via agli studi per eccellenza e cioè il settore universitario. I giovani, in parte già durante gli studi, ma anche alla loro conclusione vengono sempre più spesso risucchiati da formule di transizione tra formazione e lavoro, durante le quali acquisire un iniziale bagaglio di pratica professionale.


Una galassia variegata sotto un cappello comune
Se nella formazione professionale di base (tirocinio) l’abbinamento tra formazione e pratica in azienda è formalizzato in maniera precisa ed è sottoposto ad una supervisione rigorosa, per chi esca dagli studi a tempo pieno le modalità sono molto più indefinite e multiformi. Non deve illudere la denominazione comune sotto la quale tendono a confluire: lo stage. Lo stage assume profili molto variegati e cangianti.
Ci sono forme di stage relativamente organizzate e correttamente finalizzate a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro. E’ il caso delle istituzioni scolastiche (stages richiesti per accedere ad un curricolo formativo o sollecitati durante l’iter scolastico) o di altre istituzioni che si occupano di inserimento professionale. Spicca in particolare l’assicurazione disoccupazione che fa ricorso agli stages quale provvedimento volto a favorire il collocamento. Anche l’AI utilizza provvedimenti analoghi.
All’impiego della formula dello stage accedono tuttavia in misura crescente e libera anche le aziende, muovendosi al di fuori di qualsiasi inquadramento particolare. Gli stages rientrano nel loro autonomo margine di apprezzamento quanto a motivo, finalità, durata, modalità di esecuzione e retribuzione.

Un palpabile rischio di abuso
Nell’odierno mercato del lavoro, gravato da indiscussi condizionamenti e tentazioni speculative, anche lo stage finisce per cadere nelle maglie dell’abuso e dello sfruttamento, trascinando i giovani in aree di precarietà ingiustificata.
Sono sempre più numerosi i casi di giovani al termine degli studi che accettano di svolgere periodi di stage i cui contorni si prestano a non poche riserve. Lo stage si tramuta in uno stratagemma per impiegare manodopera a basso costo, velandone lo sfruttamento.
Ad alimentare questa tendenza concorre il contesto di libera circolazione. Le carenze occupazionali oltre confine offrono un copioso bacino di laureati disposti ad accettare condizioni lavorative e retributive ben al di sotto dei livelli usuali.

Un esempio?
Abbastanza diffuso ed emblematico è il caso dei rami tecnici e segnatamente degli studi di architettura. Un esempio tra i tanti. Un giovane laureato viene assunto a 500 franchi mensili per poi essere portato a poco più di 1000 franchi dopo alcuni mesi. Il tutto sotto il manto dello stage che dura da più di un anno. Manco a dirlo si tratta di un giovane laureato frontaliere.
Oltre alla indecenza retributiva emerge il pericolo di svilire la professione stessa e l’intera categoria che finirà per risultare sempre meno attrattiva per i giovani locali. Verrà pure a trovarsi intaccata la finalità delle scuole locali, ai cui diplomati finirebbe per essere prevalentemente prospettabile lo sbocco oltre Gottardo.

Un passo apprezzabile ma solo iniziale
Degli abusi che si celano sotto il cappello dello stage si è occupata anche la Commissione tripartita. Ha in particolare elaborato alcune linee guida che consentono di definire quando si è in presenza di uno stage e quando non è invece il caso.
È un passo apprezzabile ma solo iniziale. Deve potere confluire in una regolamentazione più vincolante. L’ampiezza assunta da questa forma di passaggio dalla formazione alla vita professionale merita di rientrare in un alveo più chiaro e ordinato.

Direzioni di intervento
L’argomento non è privo di insidie. L’obiettivo – pur giustificato – di regolare lo stage può concorrere a rafforzare e nobilitare questa formula, favorendone la diffusione anche laddove il suo impiego non sia necessario. Ignorare questo fenomeno e le sue deviazioni è però altrettanto inadeguato. È perciò perlomeno opportuno avanzare nella riflessione su questo tema in modo da poterne meglio delineare i contorni e arginare gli abusi.
Dal profilo dei possibili assi di intervento, si potrebbe ipotizzare che la Divisione per la formazione professionale (o un servizio appositamente designato) abbia ad assumere un ruolo di rilevamento, verifica e regolamentazione degli stages in parziale analogia con una parte delle funzioni svolte nel settore dell’apprendistato.
Un ruolo più immediato e diretto potrebbe pure essere assunto dalle parti sociali. Potrebbero segnatamente valutare:
- un intervento conoscitivo preliminare da concordare con un ente di ricerca (ad esempio la SUPSI) volto a fornire elementi quantitativi e qualitativi più precisi sul fenomeno degli stages nel nostro mercato del lavoro;
- un accordo tra le principali associazioni sindacali e padronali che assuma il concetto di stage elaborato dalla Commissione tripartita come riferimento al quale ispirarsi nei casi concreti e che, partendo dalle varie tipologie di stage, punti a circoscriverne l’impiego ai casi dove è giustificato;
- una regolamentazione restrittiva dello stage nei contratti collettivi di lavoro dei rami dove si è diffusa questa formula di lavoro in parallelo all’afflusso di giovani al termine della formazione universitaria o di terzo livello;
- la segnalazione alle commissioni paritetiche o in loro assenza alle associazioni di categoria delle assunzioni di stagisti esteri (frontalieri in particolare) così da consentire una verifica della loro correttezza. In assenza di tali associazioni dovrebbe farsene carico l’ispettorato del lavoro.

Discernere e arare
Intervenire nel settore degli stages è da un lato auspicabile per impedire il diffondersi di abusi che le imprese mascherano dietro questa formula di transizione dalla formazione al lavoro. Occorre però evitare che, generalizzandosi, questa formula si sostituisca all’assunzione a pieno titolo dei giovani al termine della formazione.
Si aprono cioè delicati spazi di discernimento per identificare e separare ciò che contribuisce ad un più solido inserimento dei giovani nel mondo del lavoro da ciò che riflette piuttosto un espediente di risparmio a scapito della corretta valorizzazione delle competenze conseguite dai giovani durante la loro formazione.
La materia è tuttora in movimento. Non approfondirla equivale a lasciarla prosperare senza argini e regole. Alle parti sociali (e perché no anche all’amministrazione pubblica) si presenta cioè un campo che sono chiamate ad arare con l’intento di meglio governare il mercato del lavoro in un’area oltretutto molto significativa poiché vi si gioca l’inserimento dei giovani nella vita lavorativa.

Meinrado Robbiani