Nell’ambito della discussione sull’applicazione dell’articolo costituzionale approvato dal popolo il 9 febbraio 2014, l’OCST ritiene che manchi un tassello fondamentale: quello dei livelli salariali. Questo aspetto va sottolineato e richiamato perché è all’origine delle distorsioni del nostro mercato del lavoro.

Lo si è detto molte volte in questi mesi, il Canton Ticino vive una condizione particolare anche rispetto alle altre zone di frontiera del resto della Svizzera. Lo ha finalmente riconosciuto anche l’Osservatorio sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’UE che nel suo dodicesimo rapporto segnala che nel nostro Cantone la percentuale di lavoratori frontalieri è la più alta in Svizzera (28% della popolazione attiva, 6% al livello svizzero) e che lo scarto salariale tra i lavoratori residenti e i frontalieri in Ticino è del 25,6%, il più importante a livello nazionale. I lavoratori frontalieri italiani, a causa del tasso di disoccupazione alto e dei livelli salariali bassi nelle regioni dalle quali provengono, sono molti e sono disposti ad accettare salari di molto inferiori rispetto ai lavoratori residenti.  Questo diminuisce anche la forza contrattuale dei lavoratori residenti in Ticino, specialmente dei giovani e degli anziani. Per questo sarebbe importante reintrodurre una verifica delle condizioni salariali e di lavoro al momento della concessione dei permessi.

Questi dati confermano quanto l’OCST, grazie al suo impegno quotidiano di approfondimento e contatto con le lavoratrici e i lavoratori, segnala da tempo: la questione salariale è centrale ed è l’unica via veramente efficace per difendere il mercato del lavoro dal dumping salariale ed aumentare in modo consistente le possibilità dei residenti di trovare un’occupazione. Eppure questo, che è il nodo cruciale della questione, non viene preso in considerazione sebbene sia una via di intervento che non intacca i rapporti con l’Unione Europea.

Quanto potrà essere utile chiedere ai datori di lavoro di fare alcuni colloqui ai lavoratori residenti iscritti agli Urc, specialmente se questa norma entra in vigore quando i tassi di disoccupazione saranno molto distanti da quelli attuali? Quanto questa norma potrà incidere sulla pressione cui sono sottoposti i salari ticinesi che, lo ricordiamo, sono il 17% più bassi della media svizzera? Probabilmente poco e sicuramente meno dell’introduzione di contratti collettivi che difendano le condizioni lavorative e salariali.

Il nostro Paese, alla cui ricchezza ha contribuito anche un solido partenariato sociale, vive oggi una cultura imprenditoriale e politica impoverita di questo importante aspetto. Lo dimostrano i contratti collettivi trentennali disdetti senza nessun motivo con l’ostentazione del desiderio di un rapporto diretto con i propri dipendenti. Lo dimostra la diffusione della precarietà. Lo dimostra il grande numero di abusi. Il partenariato sociale e la responsabilità sociale delle imprese devono essere invece rinnovati in vigore ed efficacia.

L’OCST auspica che la politica e l’economia aprano gli occhi su questi importanti temi.