“Merci de bien prendre en compte TOUS les chômeurs!” (Per favore contare tutti i disoccupati). È questo il titolo dato da Micheal Siegenthaler, esperto per il mercato del lavoro del KOF (Konjunkturforschungsstelle, Centro di ricerca congiunturale del Politecnico di Zurigo) , alla propria pubblicazione (KOF Bulletin Nr. 100, Ottobre 2016). 

Ancora una volta al centro della discussione sono finite le statistiche sulla disoccupazione che la Seco pubblica mensilmente. Statistiche, vale la pena ricordarlo, che conteggiano unicamente i disoccupati iscritti presso un ufficio regionale di collocamento (Urc). L’OCST aveva più volte dichiarato che queste cifre non rispecchiano pienamente la realtà. Luca Camponovo, responsabile cantonale della Cassa disoccupazione OCST, a ottobre 2014 (“il Lavoro”, n. 16 del 16 ottobre 2014) affermava che “Pur confermando le indicazioni espresse in termini numerici dalla Sezione del Lavoro, è importante osservare che le statistiche, elaborate correttamente su indicazioni federali, non rispecchiano in maniera completa la vera situazione che attualmente viviamo in territorio svizzero e maggiormente nel nostro Cantone”. Già a maggio dello stesso anno, Gonzalez e Brughelli(Dati - Statistiche e società; Anno XIV - N. 01 - Maggio 2014; Moreno Brughelli e Oscar Gonzalez, Carenza di lavoro tra i giovani ticinesi e statistiche incomplete) affermavano quanto segue: “…confermano che i dati amministrativi della Seco sottostimano il fenomeno della disoccupazione, e in secondo luogo come la componente giovanile del mercato del lavoro sia quella relativamente più esposta alla disoccupazione”. Ora è il turno del KOF che va ad aggiungersi al coro di voci che afferma che non rispecchino realmente la situazione (che non per forza deve essere drasticamente peggiore!).

Nella pubblicazione l’esperto afferma che, seguendo solo le statistiche degli iscritti agli Urc, non si avrebbe il numero esatto di disoccupati e non si riuscirebbe ad avere una reale idea dell’andamento della disoccupazione svizzera. Un piccolo esempio: secondo la statistica degli iscritti, lo scorso anno, la disoccupazione era del 3,2%, mentre utilizzando i parametri ILO si arriva al 4,5%. Una discrepanza statistica notevole.

Conteggiare anche i non iscritti è, secondo l’autore, fondamentale per avere un’idea reale dell’andamento della nostra economia. Siegenthaler quantifica i non iscritti a un Urc (ma comunque disoccupati) come “più della metà dei disoccupati in Svizzera”. Nel 2015 erano 120'000 i disoccupati in questa condizione. La tendenza a iscriversi a un ufficio regionale di collocamento è continuamente al ribasso, in particolare “donne, giovani e le persone con una scarsa qualifica”. A livello svizzero, dal 2010, ogni trimestre i giovani (15-24 anni) iscritti erano 10-20'000. Ciononostante andrebbero aggiunti tra i 25 e i 60 mila giovani disoccupati.

Nella pubblicazione si cerca infine di capire come mai vi sia questa tendenza a non iscriversi presso un ufficio regionale di collocamento. Si passa da un alquanto sorprendente “non sapere di aver diritto alle indennità, ad altri motivi già conosciuti, tra i quali la stigmatizzazione sociale, il non aver diritto alle indennità oppure averle terminate”. Di conseguenza i disoccupati di lunga durata, una volta terminate le indennità, hanno la tendenza a uscire dalla disoccupazione, non rientrando più nei conteggi. Camponovo, nell’articolo già citato, affermava più o meno le stesse cose: “Al tasso percentuale ufficiale, si devono aggiungere le persone in cerca di impiego che racchiudono coloro che rivendicano la disoccupazione ma, essendo al beneficio di un guadagno intermedio (attività parziale) o partecipando alle misure di occupazione o di formazione, non sono inserite nella percentuale sopra indicata. Inoltre vi è da enunciare il nutrito gruppo di persone che sono scomparse dalle statistiche come ad esempio coloro che hanno esaurito il diritto alle prestazioni e si disiscrivono dagli URC. Questa categoria è tra l’altro aumentata in maniera sensibile, soprattutto in questi ultimi anni, in seguito tra l’altro all’inasprimento del diritto alle prestazioni del 2011. Infine da notare che proprio con le modifiche di legge effettuate ad aprile 2011, vi è stato anche un nutrito numero di giovani assicurati che ha deciso, dopo aver concluso la propria formazione scolastica, di rinunciare ad iscriversi in disoccupazione in quanto la legge prevede un periodo di attesa di 120 giorni (6 mesi) prima di ricevere le prestazioni dall’assicurazione disoccupazione”.

Va da sé dunque, che la riforma del 2011, ha sensibilmente ridotto le cifre della disoccupazione misurate. Siegenthaler afferma dunque che, senza la revisione, le cifre oggi sarebbero certamente superiori. L’influenza della riforma è particolarmente marcata per la disoccupazione di lunga durata, in quanto circa 16'000 disoccupati sono bruscamente arrivati a fine diritto nel marzo del 2011. La riforma, conclude l’autore, è dunque la ragione per cui le statistiche della Seco non indicano l’aumento della disoccupazione in Svizzera.

Era dunque davvero necessaria la riforma? Tenendo presente che negli anni successivi l’assicurazione disoccupazione ha chiuso con degli utili ben oltre le aspettative previste per il rientro del debito… Era dunque davvero necessario penalizzare così tanto i disoccupati?

gad