In una recente intervista, Sergio Ermotti, commentando i risultati del terzo trimestre, ha dichiarato che la banca è in crescita nel nostro Paese, e che «gli attivi in gestione in Svizzera sono cresciuti a livelli record». Tuttavia nei giorni seguenti ha confessato che non è certo se la sede centrale di UBS rimarrà in Svizzera. Le condizioni quadro non sarebbero favorevoli, a suo dire. 
Ermotti ha ricordato «non ho fatto che dire la verità. Il mio scopo non è di creare scompiglio, ma di chiarire alla gente e alle autorità quanto può avvenire nel settore bancario». Detto dal Ceo di una banca di queste dimensioni, il «chiarire alla gente e alle autorità quanto può avvenire nel settore bancario» sa un po’ di minaccia. Quello che uno capisce quando sente una frase di questo tipo è: attenzione alle regole che imponete e a come le applicate perché posso anche andarmene. Non è mica perché mi chiamo Unione di banche svizzere che devo rimanere in Svizzera. E forse nemmeno perché non sono stati i contribuenti in Asia o negli Stati Uniti a parare il colpo nel 2008, quando è stato necessario, ma i contribuenti svizzeri. Il fatto che quella operazione si dimostrasse persino profittevole per i contribuenti, non era affatto scontato.
Posso anche andarmene.
Le nostre banche sono cresciute, sono diventate globali e ora faticano ad indossare i panni imposti negli stati che hanno ancora (ma che anacronismo!) leggi locali. Nella finanza non c’è appartenenza, non c’è gratitudine, non c’è rispetto. C’è l’utile, che non basta mai. E c’è il rapporto di sostenibilità, che racconta di quanto la banca sia attenta all’ambiente, alla società, allo sviluppo, perché questi aspetti interessano sempre di più i clienti e i consumatori. Salvo poi rendersi conto che questi rapporti sono troppo spesso infarciti di statistiche e di slogan pubblicitari che poco hanno a che vedere con la realtà.
 
B.R.