Che cos’è il part-time e che vantaggi porta?
Il lavoro a tempo parziale (part-time) è un tipo di contratto di lavoro individuale con il quale un lavoratore si obbliga a lavorare regolarmente per ore, mezze giornate o giornate, ma non a tempo pieno.

È indubbio che il lavoro a tempo parziale sia un’ottima possibilità di impiego per tutte quelle persone che hanno parte della giornata occupata da impegni di tipo personale o familiare. Emblematico è il caso delle donne e, più recentemente, anche degli uomini che hanno la necessità di coniugare la vita familiare con quella professionale. Tuttavia spesso la lavoratrice e il lavoratore accettano un contratto part-time, magari provvisoriamente, non riuscendo a reperire un’occupazione a tempo pieno.

Diritti, obblighi e particolarità del lavoro part-time
Il lavoro a tempo parziale è soggetto, in proporzione, a tutto quanto previsto nel Codice delle Obbligazioni (CO) e dalla Legge sul Lavoro (LL) per il contratto a tempo pieno. Ci sono almeno tre argomenti che è interessante approfondire: come applicare questa regola generale al diritto alle vacanze? E come ci si muove per gli assegni familiari? Che voci trovo nella mia busta paga?  

Le vacanze
Una delle domande che affiora più frequentemente nei colloqui con i lavoratori part-time è quella sulle vacanze. A che cosa ho diritto? Per semplicità rispondiamo con un esempio.
Chi lavora al 50% ha diritto ad un egual numero di settimane di ferie del suo collega full-time (per esempio 4 settimane), che verranno retribuite la metà. Nel nostro caso non è possibile godere di due settimane di ferie retribuite al 100%.
Come regola generale: chi lavora a tempo parziale ha diritto ad un egual numero di settimane di ferie del suo collega full-time. La differenza è che la retribuzione deve essere ridotta in corrispondenza al grado di occupazione.

Gli assegni familiari
L’unica eccezione alla regola della proporzionalità di cui si parlava poc’anzi, riguarda l’assegno familiare: se la/il dipendente percepisce uno stipendio mensile superiore ai 585.- franchi, (7’020.- franchi annuali), ha di principio diritto a ricevere l’assegno intero, ovvero 200.- franchi per un figlio da 0 a 15 anni, e 250.- franchi per un figlio con più di 16 anni agli studi. Chi avesse due o più datori di lavoro, può sommare i diversi stipendi mensili per raggiungere il minimo di 585.- franchi; in questo caso l’onere di pagare gli assegni familiari spetta al datore di lavoro che versa il salario più alto.
Si ricorda comunque che un solo genitore può percepire l’assegno per il medesimo figlio.

Contributi sociali, assicurazioni e LPP
Come si diceva prima, il dipendente a tempo parziale ha proporzionalmente gli stessi diritti e obblighi di chi lavora a tempo pieno. In particolare, sono previste le deduzioni per contributi sociali  (AVS, AI, IPG, AD e, se si lavora come minimo 8 ore settimanali, anche infortunio non professionale), nonché, se stabilite contrattualmente, anche quelle riferite all’assicurazione per perdita di guadagno in caso di malattia.
Per quanto riguarda il secondo pilastro (LPP), invece, c’è un’importante riflessione da fare. La legge federale sulla previdenza professionale garantisce la copertura assicurativa per tutti i lavoratori che percepiscono almeno 20’880.- franchi lordi di salario annuo.
Chi non raggiunge questa cifra minima, può comunque richiedere di essere assicurato, ma questo non corrisponde ad un obbligo per il datore di lavoro, che spesso vede questa possibilità unicamente come un onere finanziario in più. È obiettivo del sindacato allargare la copertura e un primo risultato concreto è stato raggiunto negli anni scorsi, grazie all’abbassamento della soglia minima. Si tratta di stimolare una visione di responsabilità morale e sociale verso i lavoratori, onde garantire un miglior  aiuto sociale al momento del pensionamento, o in caso di invalidità.

Il contratto su chiamata
Le testimonianze che presentiamo in queste pagine mettono in evidenza alcune esperienze  di lavoro a tempo parziale. Non si può non notare come sia diversa la situazione di Cinzia, che è occupata a tempo parziale con un orario regolare, e Tatiana, che invece sottostà ad un contratto su chiamata.
Il contratto di lavoro su chiamata infatti, se non prevede un minimo di ore di lavoro garantite, può rivelarsi esageratamente penalizzante per il lavoratore, in particolare se deve rimanere a disposizione del datore di lavoro, in attesa di essere convocato. Il lavoratore è occupato di volta in volta secondo le necessità del datore di lavoro e si trova in una situazione di grande precarietà. Tale forma di lavoro non garantisce al lavoratore un determinato reddito. Si tratta di una forma di precariato, assolutamente combattuta dal nostro sindacato.
Il Tribunale federale ha stabilito che se il lavoratore deve rimanere a disposizione del datore di lavoro, il tempo «di attesa» deve essere retribuito dal datore di lavoro (con un importo minore rispetto a quanto previsto per il lavoro effettivo), poiché equivale ad una sorta di «picchetto».

L’importanza di un minimo garantito
Il Codice delle Obbligazioni non prevede l’obbligo di un contratto in forma scritta, ma questo, in assenza di un CCL, è sicuramente il sistema migliore per tutelarsi e per fissare in maniera chiara le condizioni di impiego.
Alla luce di quanto esposto riguardo il contratto di lavoro su chiamata, si consiglia di specificare un minimo di ore garantite mensili o settimanali, in funzione di una sicura e sacrosanta regolarità lavorativa, nonché di una minima entrata economica su cui poter far affidamento. È importante rilevare che, in assenza di un orario minimo garantito sul contratto, è molto complicato fare valere adeguatamente i diritti del lavoratore.
Per esempio, il lavoratore residente in Svizzera che subisce un’importante contrazione delle ore lavorative su chiamata, avrà diritto alle prestazioni in regime di guadagno intermedio, secondo la legge assicurazione contro la disoccupazione, se ha adempiuto un periodo di contribuzione di almeno un anno e se le ore lavorative prestate hanno registrato oscillazioni mensili che non hanno superato il 20%, in più o in meno della media delle ore prestate mensilmente durante il periodo di riferimento di 12 mesi, oppure il 10%, se il periodo di lavoro è stato inferiore a un anno.

Essere impiegati presso due o più datori di lavoro diversi
Se un dipendente fosse già assunto presso un datore di lavoro e volesse stipulare un contratto a tempo parziale presso un’altra azienda, è tenuto ad informare e ad attenersi alle regole ordinarie della diligenza e della fedeltà nei confronti di entrambi i datori di lavoro.

Le regole d’oro del part-time

  • Firmate sempre un contratto scritto, possibilmente con una percentuale minima di lavoro garantita.
  • Fatevi consegnare un piano orario, e annotatevi tutte le ore di lavoro, per poterle verificare sulla busta paga.
  • Richiedete, anche quando non è obbligatorio, l’assoggettamento al secondo pilastro, è importante pensare al proprio futuro.

ricorda inoltre che...
Il Tribunale federale ha stabilito che se il lavoratore deve rimanere a disposizione del datore di lavoro, il tempo «di attesa» deve essere retribuito dal datore di lavoro (con un importo minore rispetto a quanto previsto per il lavoro effettivo), poiché equivale ad una sorta di «picchetto».

Diana Camenzind


Vi presentiamo le testimonianze di tre donne che lavorano a tempo parziale e che hanno esperienze molto diverse tra loro. Chi ha scelto di lavorare part-time per potersi occupare dei figli e chi vorrebbe lavorare più ore ed avere una maggiore sicurezza economica...

Cinzia, 44 anni, impiegata, coniugata e con un figlio
Il lavoro a tempo parziale è per me la soluzione ideale, che permette di combinare i miei doveri (piaceri) familiari, con la vita lavorativa. Ho trovato da qualche anno un posto di lavoro presso una fiduciaria di Lugano. Sono riuscita a concordare con il mio datore di lavoro un orario che mi permette di seguire mio figlio nelle sue attività. Alle 8.00 lo accompagno a scuola, e mezzora dopo inizio il lavoro in ufficio. A mezzogiorno termino e ho il tempo necessario per andare a prenderlo, cucinare ed occuparmi della casa nel pomeriggio. Ogni tanto faccio qualche oretta extra di lavoro pomeridiano, per arrotondare lo stipendio.
Sono chiaramente conscia di essere una persona molto fortunata, nell’aver trovato un posto di lavoro così e una direzione sensibile ai fabbisogni famigliari. Inoltre mio marito lavora al 100% presso una ditta edile, e il mio contributo lavorativo arrotonda le entrate mensili della nostra famiglia, oltre a farmi sentire realizzata come donna, e come madre.

Gloria, 49 anni, collaboratrice domestica
Da un po’ di tempo svolgo la mia professione presso un ufficio dove mi occupo delle pulizie. Purtroppo gli spazi sono stati ridotti, e così anche il mio contratto, che è stato portato al 50%. Vivendo da sola, questo naturalmente non mi permetteva di far fronte alle mie spese mensili, ho avuto la fortuna di trovare un altro impiego come operaia presso una ditta di orologi. All’inizio è andato tutto bene, ma dopo qualche tempo è diventato complicato far combaciare i turni in fabbrica con quelli del primo datore di lavoro... e ho dovuto fare una scelta.
Ora lavoro ancora come operaia all’80%, e per il restante mi sono arrangiata facendo qualche lavoretto qua e là, in modo da arrotondare lo stipendio e coprire (comunque a fatica) tutte le mie spese mensili.

Tatiana, 29 anni, commessa, ragazza madre con una figlia
Lavoro da un anno presso una catena tedesca di vendita al dettaglio. Il mio contratto è a tempo parziale, con un minimo garantito del 20% (circa un giorno lavorativo alla settimana). Sul contratto, però, c’è una clausola che mi obbliga a rimanere a disposizione del datore di lavoro qualora vi fosse bisogno di coprire ulteriori turni. Questo naturalmente mi impedisce di trovare un altro lavoro part-time per arrotondare lo stipendio, e mi costringe a vivere costantemente vicino al telefono nella speranza di essere chiamata. Senza contare che, oltre al 20% garantito, ogni mese lo stipendio varia molto e di conseguenza non ho assolutamente una stabilità economica.