Lunedì 23 marzo il Gran Consiglio ha votato la Legge che regola gli orari di apertura dei negozi, ampliandoli.
Il dibattito per la stesura del testo approvato, che dura da molti anni, ruotava attorno al nodo dell’introduzione di un Contratto collettivo vincolante per il settore: per l’OCST non è mai stato pensabile accettare un ampliamento dell’orario senza introdurre le necessarie misure di protezione dei lavoratori.

Pur non essendo giunti ad un accordo, a causa dell’intransigenza della parte padronale, in particolare dei rappresentanti della grande distribuzione, il Consiglio di Stato ha deciso di sottoporre al Parlamento il progetto di legge, dichiarando di fatto il suo fallimento nel tentativo di conciliazione fra le parti.
Il rischio era quindi che lunedì venisse approvata una legge sulla vendita nella quale venivano totalmente accantonate le esigenze della parte più debole, che tuttavia è il perno del settore: gli oltre 15’000 lavoratori, il 65 per cento dei quali residenti.
Gianni Guidicelli ha proposto quindi un emendamento, che è stato approvato dal Parlamento, che lega l’entrata in vigore della legge all’introduzione di un contratto collettivo di obbligatorietà generale per il settore, idea lanciata in aula da Lorenzo Jelmini lo scorso anno. Si tratta di un segnale politico inequivocabile della rilevanza del tema delle condizioni di lavoro in questo dibattito.
La polemica secondo la quale questo emendamento sarebbe già stato dichiarato inaccettabile in casi analoghi dal Tribunale federale non sussiste. Infatti quanto proposto a Basilea Città era sostanzialmente diverso da quanto approvato dal Gran Consiglio lunedì. In quel caso la legge conteneva la clausola secondo la quale i negozi che non applicavano le condizioni poste nel Ccl non avevano accesso agli orari prolungati.
Il caso ticinese è invece in linea con quanto accaduto a Neuchâtel: legare l’entrata in vigore di una legge a quella di un contratto di lavoro valido in tutto il settore.
Il tema degli orari di apertura è già di per sé controverso: non è affatto dimostrato che i clienti spenderanno di più avendo più tempo a disposizione e che quindi valga davvero la pena, sia cioè economicamente efficace, mantenere gli orari prolungati. L’esperienza dei paesi vicini sembra dire proprio il contrario: i clienti spendono la stessa cifra, ma il fatturato dei negozi è distribuito su più giorni. Il conto è presto fatto: i costi aumentano e i ricavi rimangono uguali. Il tutto a spese dei dipendenti e della società che, anche nei giorni e nei momenti di riposo, rimane commerciocentrica.

Paolo Locatelli