Nel dibattito che ci avvicina alla votazione sul referendum della Legge cantonale sugli orari di apertura nei negozi, ognuno la racconta a modo suo. Una cosa è certa: nei prossimi anni, piaccia o meno, l’intero pacchetto (fatto di Leggi federali e cantonali) sarà riveduto e modificato. Proprio perché si deve trovare il giusto equilibrio tra le necessità del personale di vendita ed i bisogni economici-commerciali dei negozi, sarebbe opportuno concertare soluzioni senza cristallizzare le reciproche posizioni.

Il punto di partenza deve essere la sottoscrizione di un Contratto collettivo di lavoro, vincolante per tutto il settore, per disciplinare – senza libertà di fantasiose interpretazioni – i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori occupati nel settore. Come si possa anche solo pensare di «ammorbidire» l’attuale contesto legale senza stabilire le regole minime del gioco, la Disti e la FederCommercio non l’hanno mai spiegato. Sarebbe come guidare una fuoriserie con un potente motore, sprovvista però dei freni: alla prima curva, si cappotta. A cosa giovano le provocazioni del filantropo di Grancia, importante esponente della Disti, quando afferma «i sindacati vogliono il CCL per chiedere le tangenti al personale?» Per chi lo dice, qualche minuto di notorietà… ma per chi è costretto ad ascoltarlo, un anacronistico disprezzo verso il partenariato sociale.
Stipulato un CCL, ci si può accordare su diversi aspetti (aperture prolungate, deroghe e necessità «turistiche» ineluttabili). Ma per fare questo esercizio, comunque, una buona dose del senso della misura può certamente giovare.
Facciamo un esempio: negli scorsi giorni l’OCST ha inoltrato un ricorso al lodevole Tribunale Amministrativo contro l’apertura dei negozi di ogni genere la domenica del 27 dicembre 2015. Impedire al personale di godere di 3 giorni filati di riposo (Natale, S. Stefano e la domenica della Santa Famiglia) solo per fare una doppietta «primo giorno di saldi in una domenica festiva» risponde solamente ad un egoismo consumistico non motivato. L’annuncio del ricorso ha scatenato scomposte reazioni: c’è chi ci bolla come sindacalisti da medioevo, chi ci accusa di incentivare il turismo dello shopping e chi ci indica come i killer dell’occupazione. Tranquilli ragazzi, non esageriamo! Il personale di vendita, dopo il tour de force delle prime settimane di dicembre (un festivo e due domeniche lavorate) ha sicuramente il diritto di starsene a casa tre giorni con la propria famiglia e riposare. Chi va in Italia a fare spesa lo fa, principalmente, per una convenienza economica: sono i prezzi più convenienti, non certamente gli orari e le aperture straordinarie, a spingere il consumatore a varcare il confine. E poi, c’è veramente qualcuno in grado di credere che, non lavorando il 27 dicembre 2015, si dà una mazzata all’occupazione? Ma fateci il piacere. Certo, per dirla come il consigliere di Stato, on. Christian Vitta, «ogni giorno di dicembre è buono per sostenere il commercio»: prepariamoci, il prossimo anno il personale di vendita lavorerà anche a Natale?

Finalmente una voce fuori dal coro
Una piccola scossa al dibattito è giunta da Palazzo federale negli scorsi giorni. Il Consiglio agli Stati motivando la «non entrata in materia» sull’armonizzazione a livello nazionale delle aperture dei negozi (dalle 06.00 alle 20.00) proposta dal senatore Lombardi ha precisato come la questione degli orari di apertura non incide sulla concorrenza esterna. Se la gente si reca nella vicina Penisola a fare acquisti, lo fa per una questione economica: come dire, il prezzo dei prodotti, non le finestre d’apertura prolungate, attira la clientela.
Del resto non possiamo dimenticare che in Svizzera i prezzi dei beni di consumo sono fino al 50 per cento più alti della media dei prezzi applicati nei ventotto paesi dell’Unione europea. Questa enorme differenza, che tuttavia non si palesa per tutte le categorie merceologiche, non si spiega con i maggiori costi di sdoganamento, di trasporto o per gli stipendi dei lavoratori del settore. Sembra piuttosto poggi su una maggiore disponibilità degli svizzeri a spendere.
D’altra parte è noto che la fissazione del prezzo dei beni di consumo si basa più sulla disponibilità del consumatore a spendere che sul costo sopportato dal produttore. La teoria è che si cerca di alleggerire il portafoglio dei consumatori imponendo un prezzo appena inferiore a quello che farebbe perdere il cliente; tutto questo a beneficio di inutili operazioni di marketing o con l’obiettivo di far lievitare gli utili.
I dati dello scorso anno che segnalano una perdita del 10 per cento complessiva del fatturato del commercio svizzero a favore di negozi  esteri fisici e online, non fanno che segnalare che il consumatore svizzero non è più disposto ad accettare di pagare il 50 per cento in più per la stessa merce. Complice una migliore diffusione delle informazioni e una mobilità più veloce, i commerci svizzeri si trovano a confrontarsi con una moltitudine di nuovi concorrenti con i quali si devono abituare a fare i conti.  
E, come ha ricordato Mister Prezzi, Stefan Meierhans, all’incontro del 1. maggio di quest’anno organizzato dall’OCST, «bisogna promuovere la concorrenza e lavorare sui margini di guadagno, non sugli stipendi».

Le pessime esperienze d’oltre confine
Con il decreto Salva-Italia del 2011, nella vicina penisola è entrata in vigore la totale deregolamentazione degli orari di apertura dei negozi rendendo possibile, a partire dal 1. gennaio 2012, l’apertura 24 ore al giorno per tutti i giorni dell’anno, inclusi i giorni festivi e le domeniche.
Tuttavia gli studi confermano che i consumi non sono affatto aumentati, si sono invece concentrati nel fine settimana, in particolare la domenica. Del resto era evidente che fosse così: ampliare gli orari di apertura non aumenta il budget delle famiglie...
Confesercenti ha denunciato inoltre che in seguito al decreto moltissime imprese del commercio al dettaglio hanno dovuto chiudere i battenti, non riuscendo a sostenere i costi del lavoro domenicale e la concorrenza con i grandi centri commerciali. Le città vengono abbandonate dalle piccole imprese commerciali. «Il lavoro festivo e domenicale costa di più, non produce nuova occupazione, non determina aumento dei consumi, è penalizzante per le gestioni familiari e per le piccole e medie imprese e distorce gli equilibri di mercato», scrive la Confesercenti.
E allora, lasciatecelo dire: non ce l’ha ordinato il medico di clonare tutti gli esempi peggiori che esistono in Europa!

Paolo Locatelli, resp. OCST vendita