La vicenda Südpack rischia di passare alla storia come la classica lite tra datori di lavoro e sindacati, nella quale i sindacati cercano di difendere principi che non interessano nemmeno più ai lavoratori. Specialmente alla luce dei fatti di giovedì scorso. 
Cosa è successo il 26 gennaio? OCST e Syndicom hanno organizzato una manifestazione, durante la quale si è chiesto ai politici presenti di attivarsi perché l’Ufficio cantonale di conciliazione abbia un maggior margine di manovra. La manifestazione si è conclusa con quella che è stata definita da molti media una «contestazione dell’iniziativa sindacale da parte degli stessi lavoratori». La descrivo brevemente: il direttore Riesel esce dall’azienda seguito da un gruppo di lavoratori ben ordinati che mostrano un foglio; parla, rigorosamente in tedesco, e, ad un suo cenno, tutto il gruppo rientra in azienda. Sulla spontaneità di questa contestazione deve sorgere per lo meno qualche dubbio.
Perché per l’OCST è tanto importante ciò che succede in questa azienda? Si tratta di rispetto e partecipazione, cioè di democrazia. In questa vicenda c’è una direzione aziendale che ha deciso che il contratto collettivo e i sindacati non servono. Molti dipendenti accettano tale decisione perché hanno paura di perdere il lavoro e perché, nel breve periodo, le cose non cambieranno, anzi miglioreranno. E non poteva essere diversamente: le migliorie, che hanno riesumato proposte sindacali presentate negli anni passati, si sono rese necessarie per convincere i dipendenti della bontà dell’offerta. Le cose invece cambieranno a livello sostanziale perché il regolamento del personale non è un contratto collettivo, non ha valenza giuridica e perché una commissione interna del personale, priva del sostegno del sindacato e senza contratto collettivo, può avere solo scarsa influenza su ciò che accade in azienda. Cosa succederà dunque nei momenti di vera difficoltà aziendale?
Per l’OCST ciò che accade alla Südpack è lo sgretolamento della cultura di collaborazione e lavoro comune tra lavoratori e dei lavoratori con chi li dirige, di quella forma di democrazia che si chiama partecipazione. 
Per questo vogliamo svelare la superficiale gravità delle affermazioni più volte diffuse dalla direzione dell’azienda in questi giorni: che il regolamento aziendale rafforzi i diritti dei dipendenti; che l’assenza del sindacato renda più liberi e franchi i rapporti tra direzione e lavoratori; che la presenza dei sindacati appesantisca e burocratizzi le decisioni interne. L’assenza di un contratto collettivo consegna completamente nelle mani della direzione le sorti dei lavoratori; i rapporti potranno essere liberi e franchi solo dall’alto verso il basso; le decisioni saranno meno burocratiche semplicemente perché si è tolto di mezzo un interlocutore.
È questo ciò che vogliamo per le nostre aziende, per il nostro Paese, per il nostro futuro? Noi certamente no! Per questo abbiamo chiesto che alla Südpack si torni a votare d’accordo con la direzione, che la votazione sia segreta, non compromessa da minacce. Qualora, in condizioni democratiche, i lavoratori decidessero di estromettere i sindacati, siamo disposti a tirarci indietro. 
L’OCST ha inoltre chiesto alla politica di intervenire affinché l’Ufficio cantonale di conciliazione diventi uno strumento davvero efficace di valorizzazione del dialogo tra le parti sociali, e non resti sostanzialmente impotente e privo di qualsiasi strumento di incentivo.
 
Giovanni Scolari, Segretario regionale del Luganese