Il problema del finanziamento dei nidi d’infanzia  si protrae da alcuni anni. L’entrata in vigore della Legge sul sostegno alle attività delle famiglie nel 2003 ha introdotto molti aspetti interessanti soprattutto riguardo alla certificazione della qualità dei servizi offerti; sarebbe tuttavia da rivedere rispetto alla questione del finanziamento delle strutture.

La prima fonte di finanziamento di un nido d’infanzia deriva dalle rette che i genitori versano per la cura dei figli. Questo contributo è certamente il principale, ma giunge, in media ragionevolmente, a coprire solo la metà dei costi di gestione. Non è pensabile infatti di aumentare oltre un certo livello l’ammontare del costo per i genitori, considerando in particolare le difficoltà finanziarie oggettive di molte famiglie, specialmente quelle monoparentali.
Il secondo contributo rilevante giunge dal Cantone che si prende carico del 40 per cento dei costi del personale educativo (salari, spese di formazione, di aggiornamento, di supervisione e del materiale didattico).
La legge prevede poi un contributo facoltativo dei Comuni. Ed è qui che si verificano i problemi maggiori. La procedura prevede infatti che sia compito dei nidi richiedere i finanziamenti, e che i comuni possano finanziare ogni nido d’infanzia, indipendentemente dalla sua localizzazione geografica. Molte strutture non ricevono quindi sussidi e la maggior parte non riceve sussidi sufficienti.
La conseguenza di questo sistema è che le strutture che non possono fare capo ad un finanziatore (comune o azienda) che garantisca la copertura dei costi, soffrono di gravi difficoltà economiche e non hanno i mezzi sufficienti per garantire salari adeguati alla responsabilità, alla formazione e al carico di lavoro richiesti al personale.
In una mozione del maggio del 2010 firmata dalla Commissione petizione e ricorsi del Gran Consiglio, e promossa da Nadia Ghisolfi, responsabile del gruppo Donna-Lavoro OCST, si chiedeva proprio di rivedere questo sistema in modo che i contributi giungessero da ogni Comune ad ogni asilo nido riconosciuto.
Del resto la frequenza del nido, anche solo a tempo parziale, è un’esigenza particolarmente sentita da molte famiglie.
La legislazione introdotta dal 2003 assicura la qualità delle cure prestate ai bimbi, regolamentando per esempio il numero di educatori e la formazione specifica richiesta: sia la direzione che il personale devono avere i titoli adeguati.
Quello dell’educatore è un lavoro piuttosto impegnativo che si svolge sull’arco di 40 ore settimanali gestite a turni. Anche il lavoro della direzione è piuttosto complesso perché molti degli impiegati lavorano a tempo parziale e non è sempre facile gestire la copertura dei turni e degli imprevisti, per esempio la malattia.
I nidi d’infanzia in Ticino sono localizzati soprattutto nel Luganese e nel Mendrisiotto ed è lì che si concentra anche la domanda da parte delle famiglie. Ci sono diversi tipi di strutture che si differenziano soprattutto per tipo di finanziamento. Nei nidi gestiti dai comuni e in quelli aziendali, per i quali i costi sono spesso coperti dagli enti fondatori, le condizioni salariali sono di solito piuttosto buone.
Sono invece le entità private ad avere i problemi finanziari più grandi e, spesso, ad offrire stipendi troppo bassi.
Il problema del finanziamento resta quindi il nodo cruciale che ostacola la nascita e lo sviluppo di nuove strutture e il consolidamento di condizioni eque per il personale. Per questo la stessa Nadia Ghisolfi ha presentato un’iniziativa parlamentare che si aggiunge alla mozione del 2010. Questo nuovo atto (vedi riquadro in basso) ha l’obiettivo di proporre che anche le aziende partecipino al finanziamento dei nidi d’infanzia.

Benedetta Rigotti

 

L'intervista

L’attività di un asilo nido è piuttosto complessa e allo stesso modo è molto impegnativo il lavoro delle educatrici. Del resto «I bambini non sono pacchetti postali», ci confida Sofia (nome di fantasia), educatrice con un’esperienza nel settore di oltre 10 anni che ha accettato di raccontarci quanto vivono le professioniste del settore ogni giorno.

Quali sono le principali sfide del vostro lavoro?
Si tratta innanzitutto di gestire le differenze di età fra i bambini, che nella prima infanzia sono particolarmente rilevanti. Fino almeno ai due anni e mezzo i bambini non possono essere considerati come gruppo perché hanno ciascuno delle esigenze specifiche di cui è necessario tenere conto. Hanno bisogno che ci si dedichi in maniera speciale a ciascuno di loro.
La legge prevede che ogni nido d’infanzia debba disporre di almeno un’educatrice ogni quattro bambini fino ad un anno e mezzo di età. In questa fase, per fare comprendere quanto sia impegnativo il nostro lavoro, ci troviamo sostanzialmente nelle condizioni di una mamma che abbia avuto quattro gemellini: nel momento in cui ci si occupa di uno, si privano gli altri delle attenzioni ed è probabile che qualcuno si lamenti.
Bisogna anche considerare che ciascun bimbo va seguito anche dal punto di vista alimentare e igienico. Bisogna imboccarli e cambiare loro il pannolino. Vorrei potermi sempre prendere il tempo necessario per fare queste cose: sono i momenti intimi nei quali più si dimostra l’affetto e non voglio, come ho già detto, che i bimbi si sentano dei pacchetti postali sballottati di qua e di là.

Che caratteristiche deve avere un educatore o un’educatrice?
Bisogna certamente amare i bambini che hanno un notevole potere destabilizzante, specialmente nella fascia d’età di cui ci occupiamo. Sono speciali: allegri e teneri, acuti e intelligenti, furbi ed esigenti.
Non bisogna avere paura delle grida e dei pianti ed avere tanta pazienza e capacità di adattamento.

Come cambiano le cose quando ci si avvicina ai tre anni?
A partire da un anno e mezzo iniziamo a programmare delle attività per intrattenerli: brevi passeggiate, pittura, lettura di racconti che li impegnano per un’oretta alla mattina. A questa età iniziamo ad insegnare loro le prime regole di convivenza: orari regolari dei pasti e della nanna e l’igiene dentale.
Non è facile imporsi anche perché ho notato una forte complicità fra di loro, tanto che se mi capita di riprenderne uno, gli altri sdrammatizzano ridacchiando.

Il servizio che offrite è professionale: cosa mi dice delle condizioni di lavoro?
Innanzitutto abbiamo spesso delle forti limitazioni riguardo alle vacanze. Sono fisse e se, per qualche ragione, abbiamo bisogno di prenderci qualche giorno di riposo al di fuori dei periodi stabiliti, siamo costrette a fare ricorso ad un congedo non pagato. Questo avviene nella struttura nella quale lavoro, ma anche in molte altre.
Il problema più grave sono però gli stipendi: sono troppo bassi per le responsabilità che ci vengono affidate e per il carico di lavoro. Si parla di retribuzioni lorde intorno ai Fr. 3’000 e orarie fra i 18.- e i 20.- franchi. Nella nostra struttura una parte del personale è assunta ad ore per coprire le assenze degli altri e le necessità urgenti.
Gli orari di apertura vanno, generalmente, dalle 7/7.30 del mattino alle 19/19.30 la sera che il personale copre lavorando a turni con 40 ore di impegno settimanale. Una parte del nostro tempo deve essere dedicata alla programmazione delle attività. Di solito riusciamo ad organizzarci nel momento del riposino; purtroppo spesso i bimbi si svegliano prima del previsto e dobbiamo ritagliarci degli altri momenti. Spesso acquistiamo il materiale didattico il sabato mattina.
Certo il lavoro è appassionante, ma i disagi, le competenze e la capacità di adattamento richieste sono notevoli. Vorremmo che il nostro  salario fosse commisurato al nostro impegno e alla responsabilità che ci viene affidata.

Secondo lei qual è il motivo di un livello salariale così basso?
Ad incidere è certamente la confusione che regna nel sistema di finanziamento delle nostre strutture. D’altra parte non è possibile chiedere un contributo troppo elevato alle famiglie, molte delle quali hanno un reddito basso e una necessità molto forte di far capo ai nostri servizi. Pensiamo al caso delle famiglie con un solo genitore.
D’altra parte, se è certo che i finanziamenti sono carenti, è anche vero che sarebbe utile dare un’occhiata ai bilanci di certe strutture. Come spesso accade infatti i disagi imposti ai dipendenti possono dipendere anche da una gestione economica e finanziaria discutibile.

 

L'iniziativa

Iniziativa parlamentare presentata da Nadia Ghisolfi nella forma generica per la modifica delle Legge sul sostegno alle attività delle famiglie e di protezione dei minorenni (Legge famiglie) e l’istituzione di un Fondo cantonale per le attività di accoglienza complementari alla famiglia e alla scuola.

Le attività di accoglienza complementari alla famiglia e alla scuola nel nostro Cantone, così come previsto dall’art. 7 dell’attuale Legge sul sostegno alle attività delle famiglie e di protezione dei minorenni (Legge famiglie), sono costituite dai nidi dell’infanzia, le famiglie diurne e i centri che organizzano attività extrascolastiche. Negli ultimi anni, diversi atti parlamentari hanno sollevato più problematiche relative al finanziamento, alle condizioni di lavoro del personale dipendente e al numero di queste strutture. Il finanziamento è iniquo, insufficiente e non garantisce condizioni di lavoro e salari adeguati al personale attivo presso queste strutture. C’è una disparità di trattamento tra i diversi nidi, alcuni percepiscono un sostegno dal Cantone e dai Comuni, altri solo dal Cantone; eppure il servizio che erogano è lo stesso ed è controllato dal Cantone. Bisogna quindi correggere questa distorsione del sistema di finanziamento, poiché si ripercuote negativamente sulle condizioni di impiego: i salari riscontrati per il personale formato sono ben al di sotto dei 4'000 franchi al mese (secondo i dati di consuntivo 2007 la media generale indicava 3'390 franchi; in alcuni casi si arrivava a 1'800 franchi!) e quelli per il personale non formato raggiungono a malapena i 2'500 franchi. Inoltre, si rilevano delle importanti disparità di offerta tra le varie regioni del Cantone, in particolare tra Sottoceneri e Sopraceneri: i nidi per l’infanzia, così come le famiglie diurne, sono maggiormente concentrati nelle zone urbane. L’offerta di posti globale (40 nidi sovvenzionati e 5 non sovvenzionati – dati 2011) è ancora insufficiente e le liste di attesa/i rifiuti per fare capo a queste strutture sono sempre più frequenti. La carenza di strutture è stata d’altra parte dimostrata anche dallo studio condotto nel 2011 sulla domanda e l’offerta nelle strutture di accoglienza della prima infanzia in Ticino.
L’importanza di queste strutture quale elemento fondamentale di sostegno alle famiglie e a favore del raggiungimento dell’obiettivo di uguaglianza tra uomo e donna nel mondo del lavoro, è stato ampiamente dimostrato negli anni. Per permettere lo sviluppo di queste strutture, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, è quindi necessario chinarsi sulle modalità di finanziamento delle stesse e sugli attori coinvolti. Attualmente, le strutture fanno capo a finanziamenti da parte del Cantone, del Comune e naturalmente, dalle rette pagate dalle famiglie. Nei Cantoni di Vaud, Friborgo e Neuchâtel il sistema di finanziamento è stato rivisto e a completare il sostegno a queste strutture sono entrati in campo anche i datori di lavoro. È importante sottolineare che queste strutture vanno pure a favore delle imprese: dal punto di vista macroeconomico questi provvedimenti mirano a ridurre al minimo la perdita di capitale umano che si verifica quando una persona si ritira dal mercato del lavoro. I sistemi adottati variano a dipendenza del Cantone. Si va dall’istituzione di una Fondazione (Canton Vaud) con relativo Fondo al cui finanziamento partecipano Cantone, Comuni (con un contributo pro rata di 5 CHF/abitante) e imprese (0.08% della massa salariale). Nel Canton Friborgo invece, la deduzione ammonta allo 0,4‰. Nel Canton Neuchâtel i datori di lavoro contribuiscono con lo 0.18% dei salari (determinanti per l’AVS) per un massimo di 10 milioni di franchi. Naturalmente, le aziende che si affiliano a delle strutture per l’infanzia in favore dei loro dipendenti, o creano una struttura al loro interno sono esonerate parzialmente o totalmente dal pagamento del contributo.
Il nostro Cantone ha introdotto un simile sistema di finanziamento con l’istituzione del Fondo Cantonale per la formazione professionale. Il Fondo è alimentato dalle aziende mediante un contributo calcolato in ragione di un’aliquota sui salari soggetti all’AVS, variante da un minimo di 0.9‰ a un massimo di 2.9‰.
Viste le premesse, un cambiamento d’impostazione al sistema di finanziamento delle strutture per la prima infanzia - così come la ripartizione di questo finanziamento - è più che mai necessario. Con la presente iniziativa generica, chiedo pertanto che la Legge sul sostegno alle attività delle famiglie e di protezione dei minorenni (Legge famiglie) sia modificata e preveda l’istituzione di un Fondo cantonale per il finanziamento delle attività di accoglienza complementari alla famiglia e alla scuola, alimentato da Cantone, Comuni e aziende, che permetta di finanziare secondo criteri equivalenti le strutture riconosciute presenti sul territorio ticinese.