Anche quest’anno il tema fondamentale è quello dei provvedimenti che il nostro datore di lavoro attua per risparmiare sui dipendenti.
L’attualità impone di esaminare quanto succede nella procedura di adozione della nuova Legge stipendi, ma è inevitabile ricordare la modifica delle tariffe dei parcheggi, che fa seguito all’adozione della tassa di collegamento.
 
Tassa di collegamento
L’approvazione della tassa di collegamento ha portato alla sorpresa che il Consiglio di Stato (CdS), per imporre i propri dipendenti, ha pensato bene di intervenire sull’ammontare degli affitti dei posteggi. Un atteggiamento contraddittorio se si pensa che Claudio Zali ha più volte affermato che la tassa verrà richiesta ai generatori di traffico e non direttamente ai collaboratori.
L’esercizio, almeno nella forma e come è stato annunciato, non sarebbe stato legato alla nuova tassa, ma doveva solo essere un adeguamento dei canoni, invariati da anni. Nella comunicazione a tutti il riferimento alla tassa era comunque chiaro (entrata in vigore corrispondente all’entrata in vigore della tassa, aumento solo dove c’è l’imposizione ecc.). Questa intima connessione è stata poi confermata in occasione degli incontri con i nostri rappresentanti e con la sospensione dell’aumento fino alla decisione del TF e ha confermato che l’operazione altro non è che un modo di far pagare la tassa di collegamento ai dipendenti pubblici. La tassa diventa perciò solo una penalizzazione e il pretesto per diminuire la retribuzione dei collaboratori.
L’adeguamento è stato fissato inoltre in modo arbitrario e contrario alla parità di trattamento. Pur ammettendo che ci possano essere delle differenze di canone tra i diversi parcheggi, non si vede perché l’aumento interessi solamente i parcheggi compresi nei comuni soggetti al prelievo della tassa, con una diversa penalizzazione. Se si tratta solo di un adeguamento dell’affitto non si può avere un aumento uguale per tutti?
In relazione con la tassa di collegamento ritengo doveroso sottolineare l’atteggiamento poco collaborativo del Governo al quale con una lettera del 18 maggio 2016 avevamo chiesto quale sarebbe stato il suo atteggiamento dopo la votazione del 5 giugno. Prima del voto, che evidentemente avrebbe potuto essere influenzato dalla risposta, non è stata data nessuna risposta, che è arrivata solo il 28 giugno per informarci che il CdS stava studiando il problema. A fine luglio, senza nessun preavviso, abbiamo ricevuto tutti la comunicazione dell’aumento delle tariffe. Anche in questo caso il Governo non si è smentito e ha deciso (imposto) direttamente senza nessun coinvolgimento delle organizzazioni dei dipendenti.
Di questa incresciosa situazione abbiamo informato gli organi di stampa con un comunicato, biasimando lo Stato, che dovrebbe dare l’esempio all’economia privata, che invita i datori di lavoro a non mettere a carico dei dipendenti questa tassa e che si permette di fare esattamente il contrario.
 
Legge stipendi
Forse ci siamo, la Legge sugli stipendi degli impiegati dello Stato e dei docenti entrata in vigore il 1° gennaio 1955 va in pensione.
Siamo contenti dell’avvicendamento anche se non tutto quanto propone la nuova legge ci entusiasma, sia nelle modalità di adozione sia nei termini proposti. Mi limiterò a ricordare qualche considerazione generale.
Ritengo sia importante sottolineare che, come già rammentato in occasione dell’assemblea 2015, la fase di «gestazione» del progetto è stata incredibilmente lunga. 
Dal punto di vista della struttura della nuova legge possono essere ravvisati dei miglioramenti: la fissazione di una classe salariale per ciascuna funzione, con il superamento delle classi alternative, tra parentesi o altro, la riduzione del numero delle funzioni, con l’abolizione delle funzioni che nel tempo si erano create in modo artificiale per giustificare le posizioni di determinati collaboratori (che spesso avevano il sentore di favoritismi) sono sicuramente degli aspetti positivi. Poco soddisfacente deve essere ritenuto invece il modo di procedere all’analisi e la poca trasparenza delle valutazioni (per altro rese accessibili alle organizzazioni sindacali solo negli ultimi mesi).
Per il resto le analisi svolte sia negli incontri con il CdS sia (soprattutto) dei tavoli tecnici hanno evidenziato una serie di situazioni inaccettabili per le quali si sono proposti dei correttivi e dei miglioramenti. Su alcuni temi ci siamo battuti per evitare delle gravose imposizioni o per migliorare le proposte. Non li elencherò tutti, ma mi sembra doveroso sottolineare almeno un paio, che correggono delle «storture» della nuova legge.
In primo luogo una più corretta definizione dei minimi salariali, con l’introduzione del principio che i salari minimi previsti dalla scala degli stipendi non possono essere inferiori ai salari previsti da CCL nei singoli settori.
Un aspetto sul quale per il momento non sembra essere possibile avere un miglioramento è quello relativo al periodo detto di «aggancio», che di fatto impone a tutti (chi più, chi meno) il prolungamento degli effetti penalizzanti delle misure di risparmio del 2016, che non avrebbero, secondo le promesse del Governo, dovuto avere conseguenze negli anni successivi.
Su nostra proposta è prevista la costituzione di una commissione paritetica che dovrebbe vegliare alla corretta implementazione della nuova legge adottando gli eventuali correttivi per i casi di rigore e approfondire le valutazioni delle funzioni, in modo da modificare le possibili incongruenze ed errori. Purtroppo, secondo le previsioni, questa commissione sarebbe prevista di principio fino «a conclusione della fase introduttiva della nuova classificazione, al più tardi a conclusione del primo anno di entrata in vigore della legge». Questa durata è sicuramente insufficiente, se solo si pensa che la nuova scala salariale sarà operativa per tutti i collaboratori solo a partire dal 1. gennaio 2020. Negli anni precedenti il cumulo delle penalizzazioni dipendenti dalle misure adottate per il preventivo 2016 e gli agganci vedranno l’applicazione della nuova legge a scaglioni solo per pochi collaboratori (al 1. gennaio 2018, dopo verosimilmente un anno dall’entrata in vigore della nuova legge, solo i dipendenti con uno stipendio attuale sotto il minimo della nuova scala sarebbero a regime). 
Indipendentemente dagli aspetti che meritano dei correttivi, ritengo che la nuova legge stipendi debba essere approvata ed entrare in vigore al più presto. Per tutti i dipendenti attualmente in carica non è previsto nessun peggioramento. Per la stragrande maggioranza degli attuali collaboratori (più del 98%) sono previsti dei miglioramenti dello stipendio massimo, che per almeno il 60% di questi (dipendenti già al massimo dello stipendio) sarà certo. Per gli altri sarà comunque realizzabile, con la riserva che il periodo per raggiungerlo potrà essere più o meno lungo. La durata dell’evoluzione dello stipendio di 24 anni potrà determinare più lunghi termini di attesa ed eventualmente l’acquisizione di un salario cumulato inferiore a quello attuale. Questo meccanismo inciderà sicuramente sui nuovi assunti.
 
Attività della sezione e situazione interna
Un breve accenno alle attività principali del 2016 della nostra sezione:
- assieme ai nostri rappresentanti sindacali abbiamo preso parte sia agli incontri previsti con il CdS, sia ai lavori dei tavoli tecnici;
- grazie al dinamismo delle nostre organizzatrici abbiamo anche quest’anno proposto una gita sezionale a Trento.
Anche nel corso del 2016 il comitato si è riunito regolarmente, rispettando il programma allestito all’inizio anno. Anche se la partecipazione non è sempre stata massiccia le riunioni hanno sempre permesso un confronto vivace sui vari temi, raccogliendo importanti suggerimenti sugli indirizzi da sostenere nelle discussioni con il Governo e nei tavoli tecnici.
 
Enrico Pusterla, presidente Sindacato OCST dei dipendenti e pensionati dello Stato