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Riportiamo la conclusione della conferenza che il Cardinal Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, ha tenuto il 26 febbraio scorso nell’ambito delle Conferenze di Quaresima di Notre-Dame di Parigi.

Nel contesto dell’attuale mondo globalizzato (a livello ecologico, comunicativo, economico e finanziario, geo-politico) ci rendiamo conto di quanto sia attuale, concreta e discriminante la pratica della solidarietà come condizione di quella socio-politica. Ed è anche facile comprendere come l’unica alternativa concreta ad una visione globale solidale sia non certo un democraticismo neutrale, bensì un confronto sempre più spietato tra politiche di potenza. Proviamo a dare anche solo uno sguardo all’attuale crisi economico-finaziaria globale: come non riconoscere che non è in gioco solo un problema tecnico, un disfunzionamento del sistema, bensì una patologia più profonda, che implica un intero modo di concepire l’umano?

 

Come non vedere che se non si agisce responsabilmente a questo livello etico-antropologico, nemmeno il mercato meglio congegnato e garantito risolverà il problema? Ecco perché varrebbe la pena, letteralmente, affrontare la crisi pensandola anche come travaglio, in analogia con il senso tipicamente materno del termine: «una condizione di sofferenza anche acuta, ma con lo sguardo già rivolto alla vita nascente». Il che significa, fuor di metafora, affrontare la crisi provando a sostenere la fatica di sperare per un modo nuovo, più vero, di essere insieme.

Infatti, non è possibile nemmeno immaginare «un nuovo ordine economico-produttivo, socialmente responsabile e a misura d’uomo» senza i quattro «ingredienti»:

bene comune: non esiste benessere economico sostenibile, se non ricostruendo pazientemente quella fiducia tra le persone che la crisi finanziaria ha intaccato, e solo lasciando al contempo libera la speranza di compimento del desiderio umano al di là di ogni possibile ordine economico-sociale.

dignità umana: non esiste fiducia senza un ordine economico in cui il valore della persona sia riconosciuto come irrinunciabile, cioè senza generare «un bene secondo la giustizia che deve riversarsi sulle persone e che ha come valore principale l’accesso delle persone alla loro libertà di svilupparsi» .

solidarietà: non ci può essere un ordine economico giusto, rispettoso della dignità della persona, senza reimparare a usare dei beni in un modo opposto alla logica ossessiva del profitto. A questo proposito è opportuno ricordare, con i Vescovi francesi, che noi «discepoli di Cristo siamo più spinti dalla carità in questo periodo di crisi economica e sociale. Le povertà d’oggi sono forse meno nuove che radicali».

sussidiarietà: non esiste uso solidale dei beni senza confidare nella partecipazione responsabile di ciascuno, cioè senza quella libertà d’iniziativa che può davvero cambiare le cose, portandoci fuori dalla crisi.

Un’architettura complessa, che può forse scoraggiare, ma che, in realtà, ha un punto di partenza semplicissimo. Ci riporta – come già detto con De Lubac – a quello che siamo veramente: soggetti interdipendenti, capaci di rispondere moralmente di questo fatto, cioè capaci – per l’appunto – di diventare solidali.

Possiamo, in questo modo, affermare con il compianto cardinal Lustiger: «i principali problemi della crisi mondiale (miseria, sottosviluppo, guerre, ecc.) hanno una soluzione tecnica possibile. Noi potremmo nutrire tutti gli uomini, sviluppare tutti i paesi nuovi, interrompere la corsa agli armamenti, ecc., se lo volessimo. Ebbene, di fatto non abbiamo i mezzi tecnici disponibili perché non vogliamo il buon fine. L’impossibilità si trova quindi nelle nostre volontà, nei nostri cuori. Ragion per cui le uniche risposte vere saranno quelle spirituali, oppure non lo saranno. Il futuro di una società umana è anzitutto una questione di carità».

La solidarietà non può essere scambiata per sentimentalismo: perché dipende da un giudizio pratico sulla nostra comune condizione umana. Ed è proprio da questo giudizio che dobbiamo partire. Aggiungendo che si tratta davvero di imparare una virtù. Essere virtuosi, come dice Sant’Agostino, significa usar bene le cose di cui potremmo usar male. In che senso, dunque, la solidarietà ci fa usare bene di qualcosa?

La risposta è molto concreta e, ancora una volta, può essere meglio compresa come un’implicazione sociale dei misteri cristiani. La solidarietà, infatti, significa dare qualcosa di proprio agli altri. Se non arriva fino a questo punto, è un inganno sentimentale o peggio (torniamo ai due luoghi comuni di cui si è detto all’inizio). Se invece arriva a questo punto, allora diventa – come dice San Tommaso – «buon uso del denaro» ; cioè si combina concretamente con la liberalità, ovvero con quella disposizione d’animo di chi – dice ancora Tommaso – «è libero dall’affetto» verso le cose materiali, dunque è libero per gli altri.

Ora, non è forse vero che questa libertà dal denaro dovrebbe proprio essere un’implicazione quasi naturale per chi crede nella vita eterna? E non è forse vero che questa implicazione aiuta a edificare la convivenza degna dell’umano? Anche l’idea di virtù va dunque riabilitata, perché la pratica solidale di cui abbiamo bisogno deve radicarsi non solo in un complesso di idee e in una prospettiva culturale, ma anche in una disposizione soggettiva acquisita con l’esercizio in un contesto educativo e vissuta con maturità in un impegno comunitario e storico-sociale.

È nota l’affermazione lapidaria di Kant sulla necessità di un ordine giusto: «Se la giustizia scompare, non ha più alcun valore che vivano uomini sulla terra». Ma forse, arrivati a questo punto, bisognerebbe aggiungere qualcosa, magari facendo un passo indietro, fino a Sant’Ambrogio. Qual è – si chiede Sant’Ambrogio – il fondamento, la ratio che fa di una società una società umana? «La natura del vincolo sociale presenta due aspetti, la giustizia e la beneficenza che chiamano anche libertà e generosità».

È proprio questa ratio che l’etica cristiana ha a cuore, quando gioca la sua partita pubblica per una vita sociale migliore, in un tempo di crisi e di travaglio come quello che stiamo vivendo.