La Giustizia viene rappresentata con gli occhi bendati: simbolo della sua im­parzialità che si realizza attraverso la legge che è uguale per tutti.
La legge, o norma, definisce, appunto, la nor­malità e viene spesso percepita come fredda perché non ha occhi per i casi particolari. I porta­tori di handicap fisici e psichici, invalidi o disabili spesso si trovano doppiamente svantaggiati. Ac­canto all’emarginazione sociale e alla mancanza di rispetto morale che devono talvolta subire, ven­gono infatti dimenticati anche dalla legge. Spesso nel legiferare si trascurano i casi particolari, e a molte buone leggi manca l’efficacia e l’imposizio­ne o semplicemente non vengono applicate agli handicappati. La legge, così il sospetto, è fatta per la normalità, non per l’eccezione.


 

Questo problema vale per la società in ge­nerale, ma innanzitutto per la realtà del lavo­ro. Nell’enciclica Laborem exercens infatti il lavoro viene definito come la «chiave di volta» di tutta la questione sociale: in altre parole, il miglioramento della società deve partire dal miglioramento delle condizioni di lavoro.
Una concreta attenzione agli handicappati, invalidi o disabili nella realtà lavorativa potreb­be quindi avere un enorme effetto di richia­mo per tutta la società. Chi impara sul posto di lavoro a trattare tutti gli uomini, anche gli svantaggiati come «soggetti pienamente uma­ni, con corrispondenti diritti innati, sacri e in­violabili», lo farà anche nella vita quotidiana, sull’autobus, al supermercato ecc. L’enciclica indica che per favorire un maggior rispetto nei loro confronti, ci vuole un duplice impegno: innanzitutto ognuno deve «educarsi», in tutti i momenti concreti in cui incontra una persona handicappata. Inoltre, viene rivolto l’appello al miglioramento delle strutture sociali – concre­tamente delle norme e leggi che regolano la realtà del lavoro: l’offerta lavorativa, l’assun­zione, il contratto, l’attrezzatura sul posto di lavoro, la remunerazione, la possibilità di pro­mozione e la rimozione di ostacoli ecc. – per rendere la realtà del lavoro sempre più corri­spondente alla dignità che è di tutti gli uomini. Ossia nel linguaggio dell’enciclica: di valoriz­zare sempre di più l’aspetto «soggettivo» del lavoro nei confronti di quello «oggettivo».
Riflettendo su questi spunti dell’enciclica, si può davvero dire che la Giustizia nella sua «imparzialità» non vede le esigenze particolari degli handicappati? A questo proposito, l’en­ciclica ci consiglia di differenziare tra «leggi» e «diritto»: se spesso le leggi non arrivano alla realtà dell’handicappato, sono insufficienti o inefficaci nei suoi confronti, oppure semplice­mente non trovano applicazione, il diritto non è affatto indifferente. È infatti l’affermazione dell’uguale dignità di tutti, che proprio nella sua imparzialità prende decisamente parte per tutti coloro che sono lesi nella loro dignità.
La dignità della persona, che è il suo diritto più originale, proprio nel momento in cui viene lesa lancia un grido energico che rivendica il suo riconoscimento.
In questo senso la dignità dell’uomo è rappre­sentata tanto più dai portatori di handicap che dagli altri cui la legge fa normalmente riferimen­to. Gli handicappati infatti «con le limitazioni e le sofferenze inscritte nel loro corpo e nelle loro facoltà, pongono in maggior rilievo la dignità e la grandezza dell’uomo». Pertanto, per capire che cosa la nostra società intende con «dignità umana», bisogna proprio far riferimento a chi ha più difficoltà: il modo in cui sono conside­rati nella realtà lavorativa, sia per il rispetto che dobbiamo a loro, sia per le norme e le leggi giuste che sono da implementare, diventa una prova importante per capire quanto rispettosa della dignità umana è la nostra società..