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Come insegna l’enciclica Laborem exercens, il fatto che l’uomo debba lavorare non significa una diminuzio­ne della sua dignità, ma ne è l’espressione au­tentica: «il lavoro è una vocazione universale», «un bene dell’uomo». Grazie a questa affer­mazione dell’antropologia cristiana, la Dottrina sociale della Chiesa porge grande attenzione alle condizioni del lavoro, che devono essere disposte in maniera tale da dare occasione all’accrescimento dell’umanità della persona al lavoro: l’uomo, infatti, attraverso il lavoro deve diventare «più uomo» (LE 9).


 

Tali parole solenni sul lavoro che «esprime questa dignità e la accresce» devono essere intese in maniera giusta: innanzitutto l’uomo possiede la sua dignità già prima del lavoro, e non la può «guadagnare» in nessun modo. Ciò significa che il lavoro non ne è l’unica espressione, e nemmeno la più importante, anche se ne è indispensabile. In altre parole, il lavoro è l’attività in cui l’uomo si libera dai suoi condizionamenti naturali e realizza, libero dalle necessità, il suo «essere umano» come «immagine di Dio», ossia in relazione con Dio e con gli altri (innanzitutto con la famiglia, ma anche con gli amici). In questo senso, come si vede, la festa non è semplicemente un’«inter­ruzione» del lavoro, ma soltanto nella e attra­verso la festa si rivela il senso pieno della vita e quindi del «senso» del lavoro. Per questo, la settimana lavorativa culmina nella domenica, che non soltanto procura il riposo «esteriore», ossia delle forze fisiche, ma soprattutto quel­lo «interiore», ossia la coltivazione dei rapporti essenziali dell’uomo con Dio, con i famigliari e con gli amici. Sono queste le fonti del sen­so della vita umana e i momenti in cui l’uomo sperimenta concretamente la dimensione più profonda della sua dignità. Ecco perché la do­menica o la festa non sono semplicemente un «traguardo da raggiungere», ma i momenti in cui si ricostituisce il senso della sua esistenza. La settimana, in altre parole, non è da interpre­tare «in vista della domenica», ma «a partire dalla domenica»: se si riconosce il senso della vita umana nella realizzazione delle relazioni più intime dell’uomo (religione, famiglia, ami­cizia), allora tali valori che vengono riforniti in queste relazioni diventano una risorsa infinita anche per la quotidianità lavorativa. Soprattut­to le dimensioni del «dono» e del «perdono», dello spirito di servizio all’altro e il riconosci­mento della sua umanità, sono valori che non nascono originalmente nella realtà lavorativa, ma vengono coltivati nelle relazioni a Dio (nei confronti di cui la tradizione cristiana vede ogni uomo come un dono e da cui deriva ogni perdono) e nelle relazioni intime della famiglia e delle amicizie, segnate da queste realtà di «gratuità» e «benevolenza».
La domenica e la festa coltivano quindi va­lori che impediscono di interpretare il tempo lavorativo solo materialisticamente come un momento «da sopportare» per poter raggiun­gere finalmente il fine settimana o per potersi permettere le vacanze o qualche investimento materiale. Da una tale riduzione materialistica risulta il dilemma indicato da Schopenhauer, secondo il quale le nostre settimane consi­sterebbero di sei giorni di dolore e bisogno, e di un giorno di noia. In tale prospettiva, si percepisce il lavoro soltanto come sacrificio e abnegazione, «in vista del riposo domenicale» che però si realizza come noia, perché privo della sua dimensione di senso esistenziale nel­le relazioni umane a Dio e agli altri. Viceversa, considerando la settimana «a partire dalla do­menica», e quindi comprendendo la domenica e la festa come culmine della dignità umana, che è vissuta in relazione, parte una nuova percezione etica del lavoro ossia come luo­go di ricchezza umana. Così davvero il lavoro non diventa fine a se stesso, ma fa parte del ritmo dell’articolarsi della dignità tra lavoro e riposo, tra attività lavorativa e festa ricreativa. Per questo, la lotta dei cristiani e della Dottrina sociale della Chiesa per il rispetto della dome­nica e delle feste non mirava semplicemente ad una riduzione di una quantità inumana di ore di lavoro, ma era la prima e più originale pretesa di dignità del lavoro.