Il capitolo 19 dell’enciclica Laborem exer­cens è l’unico che fa riferimento al ruolo della donna nell’ambito lavorativo sotto un titolo insospettabile: «Salario e altre presta­zioni sociali». Questa modalità di presentazio­ne è la prima indicazione che i principi etici ge­nerali del lavoro non fanno nessuna distinzione nell’uguale dignità tra «uomo» e «donna» (così anche nei capitoli 9, 25 e 26).
Del riconoscimento dell’uguale dignità, fa parte anche la necessità di un adattamento del lavoro alle competenze e forze diverse dei due sessi. Se si facesse per esempio infatti finta che uomini e donne abbiano la stessa forze fisica, si lederebbe gravemente la dignità della donna, perché in questo modo si model­lerebbe il mondo del lavoro soltanto sull’idea dell’uomo lavoratore.


 

Questo per la Dottrina sociale della Chiesa  non basta:  viene infatti considerata riduttiva la visione individualista che, in nome dell’uguale dignità, privatizza ogni rapporto sociale speci­fico, come lo sono innanzitutto i rapporti fami­liari. In altre parole nella realtà lavorativa e nelle leggi che la regolano, l’individualismo esclude i rapporti familiari: tutti gli individui sarebbero da trattare solo tenendo conto della loro dignità come individui, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno una famiglia. I rapporti familiari, in altre parole, sarebbero solo «interessi privati».
Ora è vero che l’ambito familiare è espres­sione della dimensione più privata della digni­tà personale, in cui né lo Stato né il datore di lavoro ha diritto di interferire. Allo stesso mo­mento, però, la struttura familiare, e i compiti che svolge la famiglia al suo interno, sono di importanza sociale e perciò essa è un’istitu­zione socialmente riconosciuta e protetta: non solo a livello giuridico tra i diritti fondamentali e nel codice civile, ma anche per la politica e per i servizi sociali è oggetto di particolare atten­zione e protezione. Già questa osservazione ci fa capire che la nostra società è pensata, appunto, non secondo una mera ideologia in­dividualistica.
Contro l’individualismo del suo tempo Ro­smini (1797–1855) osservò nella sua «Filosofia del diritto» che «con un tal principio [dell’in­dividualismo] non si troveranno mai gli spe­ciali diritti di marito e di moglie, di genitore e di figliuolo […] e però quel principio è impo­tente e sterile». Infatti, i lavoratori non sono mai semplicemente «singoli», ma spesso an­che «mariti» o «mogli». Per l’enciclica è pro­prio l’impegno in seno alla famiglia che esige una particolare attenzione nei confronti delle donne che si dedicano alla cura della casa e dell’educazione.
L’enciclica si esprime per un maggiore rico­noscimento sociale dei «compiti materni», per­ché la cura e l’educazione dei figli è un com­pito svolto privatamente ma ha un’importanza sociale inestimabile. In generale viene richiesta una maggiore attenzione nei confronti della fa­miglia sia per quel che attiene il salario di colui  che è responsabile del suo sostentamento (per l’enciclica, dell’81, lo è generalmente ancora il marito), sia rispetto alla protezione sociale.
In un momento nel quale alla mamma in pri­mis erano affidate la cura dei figli e della casa,  nell’enciclica si legge che «l’abbandono forza­to di tali impegni [famigliari], per un guadagno retribuitivo fuori della casa, è scorretto dal punto di vista del bene della società e della famiglia, quando contraddica o renda difficili tali scopi primari della missione materna». Tra­dotto in termini più attuali, il fatto che entram­bi i genitori siano costretti, a causa dei salari bassi, a lavorare a tempo pieno e non possano dedicarsi come vorrebbero alla loro famiglia è un danno per tutta la società.