Quanto affermato nella Laborem exercens al paragrafo 20, e cioè che lo scopo del sindacato è la «difesa degli interessi essenziali dei lavoratori in tutti i settori», può apparire ai nostri occhi un po’ scontato.
Il sindacato, allora, non è altro che una lobby, un gruppo di interessi? A ben vedere, è pro­prio tale fraintendimento che Giovanni Paolo II vuole evitare quando specifica che si tratta di «interessi essenziali». A differenza degli «in­teressi personali» o «individuali», che un lavo­ratore pretende esclusivamente per se stesso e contro gli altri, cioè in questo caso contro i datori di lavoro, gli «interessi essenziali» gli spettano in quanto persona.


 

L’idea fondamentale degli «interessi essen­ziali» è quindi che non costituiscono una pre­tesa egoistica del lavoratore ma che con essi egli richiede qualcosa che il datore di lavoro gli deve per ragioni di giustizia. Ciò che può sem-brare una differenza sottile di formulazione o persino una sofisticheria, in realtà si evidenzia come un radicale cambiamento del punto di vista: il lavoratore non chiede un atto di be­neficenza né deve «lottare» per ciò che gli è dovuto, ma la sua dignità consiste nell’essere riconosciuto come persona sul posto di lavoro.
Solo tra datore di lavoro e lavoratore si costi­tuisce un rapporto di giustizia: infatti l’enciclica parla dei «giusti diritti» che devono essere defi­niti per il lavoratore.
In questa dimensione, il sindacato non è solo un’associazione per difendere interessi o combattere per vantaggi sociali, ma mira ad una dimensione molto più fondamentale, ossia che nella struttura del lavoro deve realizzarsi il valore della persona. Infatti, secondo la bella definizione di Antonio Rosmini, la persona è il «diritto umano sussistente» – e se si tratta di concretizzare nella struttura del lavoro i «giusti diritti» ossia gli «interessi essenziali», ciò signi­fica allora che deve essere rispettata e realiz­zata la persona.
A ben vedere, in questo modo Giovanni Pa­olo II richiede al sindacato ciò che è il compi­to della società in quanto tale: riconoscere la persona nei suoi diritti fondamentali. Il fine più proprio del sindacato è costruire nel suo ambi­to una parte del senso della «società», ossia la solidarietà tra le persone nella prospettiva del bene comune.
Non si comprende allora la dimensione eti­ca del sindacato quando si restringe la sua missione alla lotta per interessi particolari e quindi quando si interpreta la sua solidarietà come una «solidarietà esclusiva» che si rivolge «contro» i datori di lavoro o determinate classi sociali. Così questa «solidarietà esclusiva» non sarebbe altro che un «egoismo di gruppo o di classe». Anzi, proprio nella sua funzione socia­le, il primo compito del sindacato deve essere di evitare un tale egoismo, percependosi come parte importante di quella solidarietà più gran­de e universale che è quella della società.
Questo apre il sindacato ad una nuova di­mensione di esperienza sociale che si realizza nell’assumersi la responsabilità nella società e per la società: secondo la prima dimensione, il sindacato non deve mirare alla lotta o all’abu­so dello sciopero ma alla «giustizia sociale», mentre la seconda dimensione lo obbliga ad impegnarsi anche attivamente per la società, soprattutto nel campo di formazione, istruzio­ne ed educazione, come sottolinea l’enciclica.
In queste due dimensioni, il sindacato dà il proprio contributo etico alla realizzazione di quegli «interessi essenziali» o «giusti diritti» che non sono nient’altro che l’espressione del­la dignità della persona da realizzare in tutti gli ambiti della vita sociale.
In questo senso, ci pare emblematico quanto espresso dall’esponente di Solidarnosc Ma­zowiecki, quando scopre il sindacato come germe vivo per la costruzione della società: «L’esperienza è che dei valori cristiani gene­ralmente accettati sostengono nell’uomo qual­cosa di indistruttibile e la coscienza di questa indistruttibilità diventa una coscienza collettiva che prima o poi si fa strada nella storia: la con­sapevolezza che la libertà e la realizzazione della società sono due fattori e valori indisso­lubili e in quanto tali formano nuove strade e tracciano nuovi cammini nella storia».