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«Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale». (Rerum novarum, 15)
 
Senza dubbio, l’attuale crisi ci ripor­ta al problema cruciale della società moderna: il rapporto tra lavoro e ca­pitale.
La prima enciclica sociale Rerum novarum sottolinea che solo se questi due elementi sono in equilibrio, si realizza la «giustizia so­ciale». Nella storia della Svizzera, la Pace del lavoro è un esempio concreto.
L’equilibrio sociale tra lavoro e capitale, non è niente di prestabilito ed eterno, ma il risultato di un sistema che deve essere continuamente verificato, a seconda delle sfide economico-sociali del momento.


 

Perché una volta che tale rapporto inizia ad incrinarsi significativamente, si delinea una pe­ricolosa divisione sociale che a lungo andare può seriamente mettere a rischio l’armonia e la pace sociale.
In questo senso, la definizione della Rerum novarum può essere considerata il punto di ar­rivo dopo un secolo di tensioni sociali: a ben vedere, non è la divisione tra lavoro e capitale, risultato del liberalismo economico moderno, che viene condannata, bensì la loro contrap­posizione, tipica di un sistema di capitalismo estremo in cui l’unico fine del profitto econo­mico porta allo sfruttamento del lavoratore.
Ancora l’enciclica Laborem exercens del 1981 (LE) denuncia tale contrapposizione tra il numero ristretto di «imprenditori» e proprieta­ri dei «mezzi di produzione» e la «moltitudine» degli operai che può partecipare al «capitale» solo tramite il lavoro. Questo antagonismo so­ciale è interpretato poi come terra fertile per la propaganda marxista alla «lotta di classe» (LE 11), già rifiutata dalla Rerum novarum.
La Centesimus annus, infine, ricorda, nel pa­ragrafo 35, che la Chiesa sin dall’inizio si è op­posta alla lotta socialista, in quanto essa in re­altà non mirerebbe ad una soluzione armonica tra lavoro e capitale, ma all’aggravamento del­la loro divisione, in quanto vorrebbe sostituire gli imprenditori capitalisti con lo Stato: infatti, afferma Giovanni Paolo II, il socialismo non sa­rebbe altro che un «capitalismo di stato».
Come risulta da questa breve rassegna dei 120 anni di Dottrina sociale della Chiesa, non è la distinzione o la divisione tra lavoro e capitale a produrre una situazione di ingiustizia sociale. Infatti, la loro divisione è la prima condizione per un’economia e un sistema sociale liberi, basati sulla libera imprenditoria, il lavoro libe­ro, la funzione positiva della concorrenza e del profitto legittimo.
L’obiettivo centrale di un giusto ordinamento politico deve essere quello di mantenere nel loro giusto equilibrio lavoro e capitale: per­ché solo un tale equilibrio riconosce il valore centrale della persona e le apre le prospettive necessarie di partecipazione ai processi eco­nomici e quindi di poter realizzare le proprie potenzialità.
Perciò, al centro dell’attenzione politica deve stare il lavoro: e il capitale deve essere consi­derato non il «fine» ma il «mezzo» del sistema produttivo, precisamente come il «frutto» dello stesso lavoro (LE 12). In questo senso, non in chiave socialista, è anche da intendere il primo articolo della Costituzione italiana, secondo la quale la società italiana sarebbe «fondata sul lavoro».
Con questa analisi, la Laborem exercens ci fornisce anche una chiave di lettura della cri­si attuale: innanzitutto possiamo costatare che si sta realizzando quella situazione che in una società liberale è il primo segno di una profonda crisi sociale, ossia la divisione tra lavoro e capitale. A differenza della questione sociale dell’800, però, il «capitale» è diventato il «fine» dell’economia, sostituendo il «lavoro». Non sono i mezzi di produzione, ma il capita­le finanziario. Infatti, tante sono le analisi che ci indicano come principale causa della crisi l’allontanamento o addirittura l’autarchia del mondo finanziario rispetto ai processi di pro­duzione reale, e quindi al lavoro.
Applicando alla nostra situazione le due linee della Laborem exercens, possiamo innanzitut­to sottolineare che il problema della crisi non consiste nella divisione tra lavoro e capitale, bensì negli squilibri prodottisi per l’assenza di regole adatte e di uno Stato che si assuma le sue responsabilità. Secondo, c’è da rifiutare qualsiasi soluzione che verta su una sorta di «capitalismo di stato»: come la funzione degli Stati nella crisi dell’800 non era di sostituire le aziende, così nell’attuale crisi la loro funzione certamente non deve essere quella di sostitu­ire le banche.
Gli Stati oggi devono affrontare insieme e con maggiore impegno il loro compito di regolare i processi economici e bancari, per ricreare una situazione economica in cui la libera imprendi­toria, il lavoro libero, la concorrenza e il profitto possano essere i cardini positivi in un sistema che vede al suo centro l’uomo e il lavoro.