L’enciclica «Caritas in veritate» si ri­volge esplicitamente ai sindacati, incoraggiandoli ad affrontare le sfi­de della società attuale. Senz’altro gli eventi a Roma il 15 ottobre, in occasione della «giornata internazionale dell’indignazione», costituisco­no un’occasione allarmante per un sindacato di porsi determinati interrogativi. Innanzitutto, bisogna chiedersi se le spiegazioni dei gran­di partiti, sia di destra che di sinistra, colgano veramente il problema: il gruppo dei ca. 1.000 «black bloc» sarebbero semplici «criminali» che non c’entrerebbero con la stragrande maggio­ranza di alcuni centinaia di migliaia di manife­stanti pacifici. Questo è indubbiamente vero. Ma in questo modo, si interpreta la manifesta­zione degli «indignati» come un evento «nor­malissimo», «previsto» da una democrazia che garantisce la «libertà d’opinione».


 

In questo modo, però, la politica si libera dal vero quesito centrale che gli «indignati» solle­vano, cioè la denuncia di un grave problema democratico: il fatto che il sistema politico si è allontanato, negli ultimi decenni, sempre di più dalla sua base democratica, ed è diventato un affare di esperti e di manager. Così la politica ha perso la sua dimensione pubblica, e sem­bra oggi il compito di chi persegue interessi specifici – personali, partitici, industriali ecc. Di conseguenza, da un lato si diffonde l’impres­sione che non esistono più i leader politici indi­rizzati al bene comune, mentre dall’altro il voto elettorale sembra ormai solo una questione formale che non ha più niente a che fare con la capacità della popolazione di influire sulla poli­tica. Questo forte sentimento dell’incompeten­za politica da parte del popolo democratico si scarica in questo periodo in tanti paesi europei nei movimenti di protesta.
Nei casi della Tav in Piemonte o della stazio­ne centrale a Stoccarda, esso cerca di riven­dicare la sua competenza democratica attra­verso il suo «veto» – espresso nella protesta – con il quale sventa decisioni politiche su in­frastrutture importanti che sono già approvate dall’intero processo democratico-parlamenta­re. Prescindendo da alcuni gruppi riprovevoli che adoperano la violenza, la massa che pro­testa in modo pacifico impone così la propria partecipazione politica, perché dai meccani­smi democratico-parlamentari non si sente più rappresentata.
In occasione della «giornata dell’indignazione», tale protesta si è rivolta contro una politica rite­nuta ligia e passiva nei confronti dei meccanismi dell’economia e della finanza, ignorando com­pletamente il popolo democratico.
In questi fenomeni di protesta alcuni politolo­gi vedono già la «fine» della democrazia parla­mentare. Secondo loro, ci troviamo nell’epoca della «post-democrazia». Ma proprio in questo termine ci accorgiamo del rischio pericoloso che nelle proteste si esprime: trattandosi di un processo extra-parlamentare, non possiamo presupporre la sua «democraticità». Anzi una tale mobilizzazione delle masse mette a sua volta a rischio il carattere democratico della nostra società, dato che non esiste nessun metodo per poter rilevare che in questa massa degli «indignati» si esprime veramente la vo­lontà della popolazione.
Ora, se da un lato queste proteste denun­ciano quindi giustamente che le nostre demo­crazie sono ormai in crisi, dall’altro esse a loro volta aggravano ancora di più la crisi democra­tica. Allora ci rendiamo conto dell’importanza di una democrazia funzionante, finalizzata a ri­levare che cosa è la vera volontà politica della «maggioranza».
Nei confronti di questo «disagio della demo­crazia» emerge un compito fondamentale del sindacato: come attore nella società civile, deve agire a sostegno e in favore del sistema democratico, non contro di esso. Ha il com­pito di svolgere, in altre parole, il ruolo di un «volano di trasmissione» degli interessi dei lavoratori verso il sistema parlamentare. Così esso realizza una funzione importante affinché gli interessi dei cittadini possano di nuovo rag­giungere la politica invece di scaricarsi nei cor­tei degli «indignati». Proprio in un momento di «crisi» della democrazia, dunque, il sindacato può riscoprire una sua funzione centrale per la società e per la politica.