Stampa

Nell’enciclica Laborem exercens (LE) Giovanni Paolo II spiega che la di­gnità del lavoro non sta tanto in ciò che produce o nella scelta del posto di lavo­ro, ma piuttosto nell’essere una dimensione importante per l’autorealizzazione dell’uomo. Anzi, il Papa ribadisce più volte che tramite il lavoro si «diventa più uomo» (LE 9). Rileg­gendo queste frasi e riflettendoci oggi, nel 30° della loro pubblicazione, ci sentiamo un po’ a disagio: è senz’altro vero che cerchiamo tut­ti di autorealizzarci nel nostro lavoro, ma chi direbbe che il lavoro costituisce un luogo per «diventare più uomo»? Anzi, può essere que­sta una richiesta adeguata per il mondo del la­voro oggi? E, infine, il grado della realizzazione di sé e della propria umanità dipende allora dal tipo di lavoro che si trova?


 

Una risposta a queste domande è contenuta nello stesso paragrafo che la solleva: il lavoro costituisce un «bene dell’uomo», indipenden­temente da quale lavoro si tratti. Un lavoro mi può piacere o meno, può essere più o meno faticoso, può affascinare o annoiare – ma sempre sfida il lavoratore nella sua umanità e richiede qualcosa di lui che nella società di so­lito si tende ad evitare: la virtù.
Ed è proprio attraverso le virtù, che l’uomo esercita nel contatto con gli altri, che egli cre­sce nell’umanità. Essere puntuale e affidabile, non scaricare le proprie responsabilità su altri ed offrire aiuto a colleghi, essere giusti ed equi nelle relazioni personali, dare la precedenza alle buone ragioni e non all’egoismo e all’or­goglio – tutte queste sono qualità che costano fatica, ma che rendono l’uomo «più uomo» e che perciò costituiscono un «bene» per lui.
Non è forse che abbiamo perso, nella nostra società, la consapevolezza che solo a queste condizioni possiamo veramente essere una so­cietà umana? Quante volte scambiamo ciò che ci fa bene come «uomini» con la realizzazione dei nostri interessi soggettivi. Nella nostra so­cietà determinata dagli interessi soggettivi e persino egoistici, già l’entrare in un rapporto «umano» con altri e coltivarlo costituisce spes­so una fatica per gli individui: una società, però, nella quale l’umanità non è più la regola ma l’ec­cezione non fa più bene all’uomo.
In una tale società, anche il lavoro, di con­seguenza, non è più percepito come un luo­go per «diventare più uomo». Da una società che ha ridotto l’idea del «bene» agli interessi soggettivi, il lavoro viene apprezzato solo se corrisponde ai parametri individuali di autorea­lizzazione – altrimenti viene comunemente giu­dicato una fatica inutile e percepito come un dovere alienante che invece di realizzare più umanità, la impedisce.
Per l’enciclica Laborem exercens ciò costitu­isce senz’altro il fraintendimento più eclatante della dimensione «umana» del lavoro. Urge­rebbe, perciò, recuperare la dimensione edu­cativa del lavoro.
Ma ciò presuppone la riscoperta dell’im­portanza di educazione per la società intera. Perché educare significa formare la propria personalità nella relazione con gli altri – i col­leghi, con la famiglia e con la società – perché il «bene dell’uomo» non sta, in ultima analisi, in un interesse egoistico di autorealizzazione ma soltanto se questa autorealizzazione avvie-ne nel rapporto concreto agli altri. Sono questi rapporti che danno senso alla fatica e alla ri­nuncia, perché attraverso la fatica e la rinuncia si realizzano quei valori che soltanto possono essere chiamati veramente «umani».
In questo senso, sottolinea Giovanni Paolo II, la fatica del lavoro non aliena l’uomo né impe­disce di realizzare sé e il suo bene, perché in questa fatica il lavoratore non è mai da solo ma sempre in rapporto agli altri: innanzitutto al posto di lavoro egli incontra ed ha a che fare con altre persone. Ma anche oltre: chi lavora sta sempre in una duplice relazione, ossia con la sua famiglia per la quale guadagna il neces­sario, e con la società, perché contribuisce con il suo lavoro al bene comune (LE 10). È nei confronti di questi tre gruppi – dei colleghi di lavoro, della propria famiglia e della società – che la fatica del lavoro acquisisce un signi­ficato educativo e rende il lavoratore sempre «più uomo».