Dottrina sociale della Chiesa

Il pensiero sociale cristiano considera il profitto come uno strumento al servizio dell’uomo; la tendenza ad assolutizzarlo e a togliere di mezzo la gratuità lo ha privato di senso e del suo fondamento sociale. Ecco l’origine della crisi attuale: l’egoismo non produce ricchezza.

 

"L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà" (CV 21). Ci sono due passi importanti che Benedetto XVI ha voluto compiere con questa frase e che segnano due punti cardine del pensiero sociale cristiano.

Assolutizzare il profitto...

Evinciamo il primo passo dal contesto della citazione: in precedenza si parla infatti dell’utilità del profitto, e quindi della sua funzione positiva in quanto mezzo: considerare il profitto come mezzo e non come fine significa dargli il giusto peso e il giusto significato. Un’azienda, per esempio, se impiega bene i fattori produttivi produce ricchezza che poi può essere distribuita e che così è di vantaggio di tutti. In questo senso, l’enciclica sociale del 1991, la Centesimus annus, parla della «giusta funzione del profitto» (CA 35).

La felicità si realizza in un ambito nel quale si dedica attenzione alle persone e questo vale anche sul posto di lavoro. Dal punto di vista etico, un’azienda non si deve sottrarre.

L'azienda non è certo responsabile della felicità dei suoi dipendenti. La felicità la trovino altrove!» – così disse il direttore di una grande azienda ticinese, durante una conferenza stampa. Un’affermazione in controtendenza rispetto ai più recenti sviluppi, si potrebbe pensare, dato che leggiamo sempre di più dei programmi «di felicità» attuati nelle medie e grandi aziende.

Sotto questo titolo molto ambizioso vengono intese le strategie ed i servizi di benessere per i propri dipendenti: attrezzature negli uffici, palestre, punti relax, asili nido, lavanderie aziendali, assistenze mediche ecc., fino alla creazione del ruolo di «direttore della felicità».

Nell’enciclica Caritas in veritate, si identifica  nella sostituzione  del classico «imprenditore» con il «manager» uno dei cambiamen­ti più caratteristici nel mondo dell’economia e del lavoro.
Infatti, nel paragrafo 40, que­ste due figure vengono delineate quasi come stereotipi e contrap­poste l’una all’altra: mentre il profilo dell’im­prenditore si caratterizza per i suoi rapporti personali con i suoi dipendenti e per la sua responsabilità quasi paterna nei loro confronti, il manager corrisponde soltanto ed esclusiva­mente ai parametri del profitto, dettato dagli azionisti.


 

In occasione del Congresso il segreta­riato cantonale dell’OCST ha realizzato un’intervista con il professor Stefano Zamagni, consulente della Pontificia commissione Justitia e Pax, su alcuni temi proposti dall’enciclica «Caritas in veritate».


La crisi economica in atto non è passegge­ra; è piuttosto lo specchio di uno squilibrio profondo. Quali indicazioni si trovano nella «Caritas in Veritate» per affrontare i proble­mi strutturali che hanno generato la crisi?
La crisi in atto è una crisi di tipo entropico, dunque è diversa dalle crisi che si chiamano di tipo dialettico. Qual è la differenza? La se­guente: che le crisi dialettiche nascono da un conflitto fondamentale che la società, per una ragione o per l’altra, non riesce a risolvere.
Le crisi si chiamano di tipo entropico quando nascono invece da una perdita di senso, quan­do cioè la società perde il senso del proprio in­cedere, del proprio agire in ambito economico come in altri ambiti, ecco che entra in crisi.
Quella di oggi è una crisi di tipo entropico  che è dunque più grave di quella di tipo dialettico. La Caritas in veritate ha questa caratteristica, quel­la di offrirci una chiave di lettura della presente crisi che tenga conto della sua specificità. La letteratura che oggi esiste, ed è ormai diventata enorme sulla crisi in atto, focalizza l’attenzione solamente sulle cause prossime della crisi, non su quelle remote. Ebbene la Caritas in veritate compie esattamente questo sforzo. Questa è la ragione per la quale questa Enciclica sta aven­do, in giro per il mondo, un successo che non si era mai riscontrato con nessuna altra Enciclica, almeno dei tempi recenti.


 

Un sindacato cristiano all’origine del superamento del blocco orientale comunista – ecco in poche parole l’importanza storica di Solidarnosc.
Quando il 31 agosto 1980 fu concessa la costituzione di questo primo movimento di opposizione all’interno dell’ambito di potere sovietico, l’ideologia marxista, che pretende­va di essere la verità storica definitiva, è stata sconfitta proprio sul piano della storia.
Dopo il colpo di stato militare del 13 dicem­bre 1981 Solidarnosc – che si era formato dopo il drastico rialzo dei prezzi alimentari e il licenziamento di Anna Walentynowicz dai cantieri navali di Danzica – è stato dichiarato illegale: diecimila persone, tra cui i fondatori Lech Walesa, anch’egli operaio nei cantieri di Danzica, e Bronislaw Geremek, professore di storia, furono arrestate.
Questa imposizione piuttosto che soffocare il movimento che già nel settembre 1981 conta­va oltre 10 milioni di membri, lo nutrì. Nel 1989 fu il partito vincente delle prime elezioni demo­cratiche. Avendo compiuto così la sua opera rivoluzionaria, esaurì la sua forza politica, e dal 2001 continua unicamente nella sua missione sindacale.