Dottrina sociale della Chiesa

Nell’enciclica Laborem exercens (LE) Giovanni Paolo II spiega che la di­gnità del lavoro non sta tanto in ciò che produce o nella scelta del posto di lavo­ro, ma piuttosto nell’essere una dimensione importante per l’autorealizzazione dell’uomo. Anzi, il Papa ribadisce più volte che tramite il lavoro si «diventa più uomo» (LE 9). Rileg­gendo queste frasi e riflettendoci oggi, nel 30° della loro pubblicazione, ci sentiamo un po’ a disagio: è senz’altro vero che cerchiamo tut­ti di autorealizzarci nel nostro lavoro, ma chi direbbe che il lavoro costituisce un luogo per «diventare più uomo»? Anzi, può essere que­sta una richiesta adeguata per il mondo del la­voro oggi? E, infine, il grado della realizzazione di sé e della propria umanità dipende allora dal tipo di lavoro che si trova?


 

L’enciclica «Caritas in veritate» si ri­volge esplicitamente ai sindacati, incoraggiandoli ad affrontare le sfi­de della società attuale. Senz’altro gli eventi a Roma il 15 ottobre, in occasione della «giornata internazionale dell’indignazione», costituisco­no un’occasione allarmante per un sindacato di porsi determinati interrogativi. Innanzitutto, bisogna chiedersi se le spiegazioni dei gran­di partiti, sia di destra che di sinistra, colgano veramente il problema: il gruppo dei ca. 1.000 «black bloc» sarebbero semplici «criminali» che non c’entrerebbero con la stragrande maggio­ranza di alcuni centinaia di migliaia di manife­stanti pacifici. Questo è indubbiamente vero. Ma in questo modo, si interpreta la manifesta­zione degli «indignati» come un evento «nor­malissimo», «previsto» da una democrazia che garantisce la «libertà d’opinione».


 

«Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale». (Rerum novarum, 15)
 
Senza dubbio, l’attuale crisi ci ripor­ta al problema cruciale della società moderna: il rapporto tra lavoro e ca­pitale.
La prima enciclica sociale Rerum novarum sottolinea che solo se questi due elementi sono in equilibrio, si realizza la «giustizia so­ciale». Nella storia della Svizzera, la Pace del lavoro è un esempio concreto.
L’equilibrio sociale tra lavoro e capitale, non è niente di prestabilito ed eterno, ma il risultato di un sistema che deve essere continuamente verificato, a seconda delle sfide economico-sociali del momento.


 

Quanto affermato nella Laborem exercens al paragrafo 20, e cioè che lo scopo del sindacato è la «difesa degli interessi essenziali dei lavoratori in tutti i settori», può apparire ai nostri occhi un po’ scontato.
Il sindacato, allora, non è altro che una lobby, un gruppo di interessi? A ben vedere, è pro­prio tale fraintendimento che Giovanni Paolo II vuole evitare quando specifica che si tratta di «interessi essenziali». A differenza degli «in­teressi personali» o «individuali», che un lavo­ratore pretende esclusivamente per se stesso e contro gli altri, cioè in questo caso contro i datori di lavoro, gli «interessi essenziali» gli spettano in quanto persona.


 

Il capitolo 19 dell’enciclica Laborem exer­cens è l’unico che fa riferimento al ruolo della donna nell’ambito lavorativo sotto un titolo insospettabile: «Salario e altre presta­zioni sociali». Questa modalità di presentazio­ne è la prima indicazione che i principi etici ge­nerali del lavoro non fanno nessuna distinzione nell’uguale dignità tra «uomo» e «donna» (così anche nei capitoli 9, 25 e 26).
Del riconoscimento dell’uguale dignità, fa parte anche la necessità di un adattamento del lavoro alle competenze e forze diverse dei due sessi. Se si facesse per esempio infatti finta che uomini e donne abbiano la stessa forze fisica, si lederebbe gravemente la dignità della donna, perché in questo modo si model­lerebbe il mondo del lavoro soltanto sull’idea dell’uomo lavoratore.