Dottrina sociale della Chiesa

Provo a dire qualcosa su questo impegnativo tema, da semplice militante sindacale e storico che non si sente certo al «di sopra» della mischia.

La prima convenzione collettiva implicante la pace del lavoro è stata firmata nel 1937 tra sindacati e associazioni padronali dell’industria metallurgica. Nel dopoguerra i contratti con questa clausola si sono generalizzati e quindi la pace sociale, insieme ad altri elementi, ha costituito la base di quel patto sociale tipicamente svizzero basato sulla ricerca del dialogo, della trattativa e del compromesso che ha permesso alla nostra nazione di operare un forte sviluppo dell’economia, grazie anche all’aiuto fondamentale dei lavoratori immigrati.

Approfondire insieme la nuova enciclica "Caritas in veritate" e rivisitare il nostro modo di essere sindacato, è per noi la via per iniziare.


Le risposte che l’enciclica di Benedetto XVI dà ad alcuni problemi dell’economia e della vita sociale costituiscono delle vere e proprie sfide. Provocano, infatti, ad un cambiamento di mentalità e indicano una concezione dell’uomo, che il Papa propone «a tutti gli uomini di buona volontà», come cita il frontespizio della lettera enciclica.

Come rilevava il collega Andrea Fontana nell’articolo che abbiamo pubblicato nello scorso numero (Il Lavoro n.14 del 17 settembre 2009, p. 12), la sfida può essere raccolta da uomini aperti alla ricerca della verità di se stessi e del mondo, che sentono la forza attrattiva di una vita di fraternità e vissuta con un significato che dia sostanza alle cose.

 

L’enciclica «Caritas in veritate» propone alcuni criteri per rendere il lavoro più a misura d’uomo: uno di questi è il grado di partecipazione.


In occasione del Seminario nazionale dell’Associazione Culturale «Ettore Calvi», che si è tenuto il 16 e il 17 ottobre scorso a Riccione a cui ha partecipato anche una delegazione dell’OCST, sono intervenuti personalità attive in ambiti diversi, imprenditoriali, universitari e rappresentanti delle associazioni padronali e sindacali per verificare i criteri di un impegno nel mondo del lavoro a partire dalle indicazioni proposte nell’enciclica «Caritas in veritate», recentemente pubblicata.

Il tema dominante di tutti gli interventi è stato la possibilità di vivere il lavoro come compimento del bisogno di esprimersi dentro la realtà e come fonte di soddisfazione, piuttosto che come una condanna.

 

Venerdì 22 gennaio si è svolto presso il Liceo Diocesano di Lugano un incontro di approfondimento sull’enciclica Caritas in veritate, organizzato nell’ambito delle iniziative di formazione per i collaboratori dell’OCST, ed aperto a tutti gli interessati.

Ospite di questo incontro è stato Gianmaria Martini, professore di Economia politica presso l’Università della Svizzera italiana e l’Università degli studi di Bergamo.

 

L’uomo secondo le scienze economiche: un lupo che lotta con altri lupi

Ciò che stupisce un economista nel leggere l’enciclica Caritas in veritate, ha esordito il professor Martini, è la descrizione dell’uomo che ne emerge, una visione rivoluzionaria che ha delle fortissime implicazioni economiche e sociali.

Uno dei padri dell’economia moderna, Adam Smith, nel suo celeberrimo libro «La ricchezza delle nazioni» scriveva: «Non é dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione del proprio interesse. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai dei nostri bisogni ma dei loro vantaggi».

Il pensiero sociale cristiano considera il profitto come uno strumento al servizio dell’uomo; la tendenza ad assolutizzarlo e a togliere di mezzo la gratuità lo ha privato di senso e del suo fondamento sociale. Ecco l’origine della crisi attuale: l’egoismo non produce ricchezza.

 

"L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà" (CV 21). Ci sono due passi importanti che Benedetto XVI ha voluto compiere con questa frase e che segnano due punti cardine del pensiero sociale cristiano.

Assolutizzare il profitto...

Evinciamo il primo passo dal contesto della citazione: in precedenza si parla infatti dell’utilità del profitto, e quindi della sua funzione positiva in quanto mezzo: considerare il profitto come mezzo e non come fine significa dargli il giusto peso e il giusto significato. Un’azienda, per esempio, se impiega bene i fattori produttivi produce ricchezza che poi può essere distribuita e che così è di vantaggio di tutti. In questo senso, l’enciclica sociale del 1991, la Centesimus annus, parla della «giusta funzione del profitto» (CA 35).