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Un pulviscolo di insediamenti da oltre confine... Non è tutto oro quello che...Non è tutto oro quello che …

La stampa dà oggi risalto ai dati sulla creazione di nuove aziende, divulgati da una società privata di informazioni economiche.

Emerge in particolare che il Ticino corre ad un ritmo molto superiore a quello nazionale grazie in particolare al ruolo svolto da imprenditori provenienti dall’Italia. 

Questa tendenza, di per sé positiva, non è priva di insidie. L’attualità di questo tema induce a ribadire la necessità che la creazione di nuove aziende (e soprattutto di quelle che giungono dalla vicina Italia nella scia della libera circolazione) sia adeguatamente seguita, analizzata e incanalata affinché sia un effettivo fattore di crescita e non inietti al contrario germi disgreganti nel mercato del lavoro locale.

Insidie e pericoli

Alla libera circolazione si tende perlopiù ad addebitare le pressioni di natura occupazionale e salariale che scompaginano oggi il mercato del lavoro. Ubicato a ridosso della frontiera e soprattutto di una regione – la Lombardia - dalle dimensioni nettamente sovrastanti, il Ticino è tanto più esposto all’afflusso da oltre confine di manodopera e di lavoro distaccato.

Rimane al contrario un po’ nell’ombra l’insediamento vero e proprio di aziende che la libera circolazione ha parimenti agevolato. Benché il fenomeno sfugga tuttora ad un rilevamento preciso, sono numerose le imprese venute e che vengono ad insediarsi nel nostro Cantone. E’ soprattutto il caso nel settore terziario dove l’avvio di un’attività imprenditoriale ad opera di persone d’oltre frontiera o il trasferimento al di qua del confine di un’attività già esistente è relativamente agevole, non necessitando di investimenti ragguardevoli.

A prima vista interessante poiché arricchisce il tessuto delle imprese e incrementa i posti di lavoro, questo fenomeno non è esente da insidie e pericoli. Analogamente a quanto si attua sul versante della manodopera, occorre vigilare allo scopo di prevenire contraccolpi dannosi.

Nuove aziende o piccole enclavi lombarde?

Gli operatori economici d’oltre confine guardano con interesse al Ticino poiché ritengono di potere conseguire un duplice obiettivo. L’insediamento nel nostro Cantone consente in primo luogo di sottrarsi ai noti condizionamenti e lacci che intralciano l’attività delle imprese nello Stato di provenienza. Ha poi il pregio di potere usufruire dei rilevanti spazi e margini di manovra concessi dal regime di libera circolazione.

Si avverte poi sovente il desiderio di combinare i vantaggi del territorio ticinese (stabilità politica e sociale, livello favorevole di imposizione fiscale, amministrazione efficiente, servizi bancari e assicurativi di ottimo livello, ubicazione lungo gli assi di internazionali di traffico e trasporto, disponibilità di manodopera, buoni livelli formativi…) con una politica retributiva calcata sui livelli lombardi. Non ci si cura affatto (conoscendolo poco) di considerare il fabbisogno locale dal profilo dell’occupazione e dei livelli retributivi. Si tende del resto a privilegiare la manodopera frontaliera poiché è in tal modo possibile mantenersi vicini o scostarsi il misura ridotta dai livelli retributivi d’oltre frontiera.

Le imprese diventano in tal modo delle piccole enclavi lombarde in territorio ticinese. Si è radicalmente discosti da considerazioni di attenzione verso il territorio di accoglienza e di responsabilità verso la collettività locale. Nelle relazioni sociali si è conseguentemente lungi dal recepire e aprirsi alla cultura del dialogo e della collaborazione tra le parti sociali, che è patrimonio del territorio.

In questo modo si iniettano con elevata frequenza nel mercato del lavoro germi di distorsione e fattori sfavorevoli alla manodopera locale.

Un sottobosco di precarietà

La possibilità di aprire o trasferire in Ticino imprese quasi a scatola chiusa (con personale e condizioni di lavoro attinte alla realtà d’oltre confine) ha pure rimpolpato un sottobosco di attività ad elevata precarietà. Si tratta segnatamente di ditte appollaiate a ridosso della frontiera e perciò poco visibili, che impiegano soprattutto manodopera frontaliera. L’apporto fornito al Ticino è insignificante se non persino controproducente.

Il caso più emblematico è quello dei call center o perlomeno di una loro fetta. Per contrastare gli abusi ivi riscontrati, su proposta della Commissione tripartita il Consiglio di Stato ha decretato un contratto normale con salari minimi vincolanti. L’impatto del provvedimento è tuttavia solo parziale poiché sono ancora numerose le infrazioni e gli espedienti messi in atto per aggirare i salari minimi.

Una situazione analoga emerge nel campo della vendita telefonica di prodotti o servizi dove ad un salario fisso particolarmente esiguo si sbandiera al personale la possibilità di ottenere provvigioni proporzionali al volume di merce venduta ma nei fatti difficilmente conseguibili.

Guardarci dentro

I nuovi insediamenti meritano di essere sottoposti ad un più puntuale rilevamento e ad una maggiore vigilanza. Possono infatti anch’essi concorrere ad alimentare il degrado del mercato del lavoro, che l’OCST ha già avuto modo di denunciare.

Si rinnova perciò l’appello all’autorità cantonale, che ha colto questa esigenza, a volere varare alcuni elementi di osservazione e controllo che possano meglio incanalare il fenomeno. Si auspica segnatamente:

E’ parimenti opportuno che le nuove imprese abbiano a raggiungere i corpi associativi padronali. Ne deriverebbe un maggior legame con il territorio e le sue regole. Sarebbe pure agevolato il compito di preservare un funzionamento ordinato dei rami professionali. Tenendo presente che le società fiduciarie assumono sovente la consulenza delle nuove imprese e che i fiduciari stessi sono associati alla Camera di Commercio, è auspicabile che questa organizzazione possa impegnarsi nella direzione indicata.

 

OCST - Segretariato cantonale - M. Robbiani