C’è un’ironica espressione napoletana ricca di amarezza che afferma così: «Non ci resta che piangere». In questo tempo in cui esplode ancora la guerra, vorrei fare mia questa espressione.

Davvero non ci resta che piangere, un pianto liberatorio, un pianto che esprima il nostro e l’altrui dolore. Vorrei poter partecipare al dolore di tutti coloro che sono così atrocemente segnati per la perdita delle persone care, per la distruzione delle loro case, per le ferite dell’anima. Immagino quale abisso interiore possa tormentare le donne ucraine che hanno abbandonato di corsa, piene di paura, la loro terra, senza avere speranze per il futuro.
Qui da noi, grazie a Dio, la guerra non c’è. Da qualche giorno sono diversi i profughi verso i quali si sta compiendo una grande azione di solidarietà, come è avvenuto in modo incredibile in Polonia e negli altri paesi confinanti con l’Ucraina. Moltissimi si sono chinati per venire incontro ai loro bisogni e si sono lasciati toccare dal loro dolore. Non può essere certo questa la soluzione: abbiamo bisogno della pace. Tutti.
Il pianto di dolore allora si innalza come una preghiera che si leva all’unico che può donarci la pace: nostro Signore. Questa preghiera e questo pianto sono anche partecipazione alla sua dolorosa passione. Ci rendiamo conto di quanto Cristo ha patito condividendo le sorti dell’umanità e quanto egli patisca ancora. In tutta l’umanità che soffre per l’ingiustizia, la fame, le calamità, le guerre, è Cristo che soffre.
Pensiamo anche al suo pianto, al pianto di Gesù per la morte di Lazzaro e al suo pianto sulla città di Gerusalemme. Il Signore è segnato dal dolore, come ciascuno di noi. Come queste persone che vivono il dramma della morte improvvisa di un figlio, di un fratello, di un padre, di un amico, anche Gesù piange per la perdita di una persona cara. Gesù piange su Gerusalemme perché non l’ha riconosciuto, perché non ha ascoltato la sua voce, perché non ha accolto il suo messaggio di pace. Anche oggi il Signore piange sulla nostra città terrena, sul nostro mondo lacerato dalle guerre e da tutte le altre miserie che stiamo vivendo. Gesù partecipa al nostro pianto di dolore, ma piange anche perché noi uomini non abbiamo capito il suo messaggio.
Prendendo la sua croce, il Signore prende su di sé tutte le sofferenze dell’umanità. Nessun dolore gli è estraneo. Il suo dolore culmina in un grido straziante: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Quel grido si leva anche oggi da tutti i cristiani che subiscono la pena delle guerre: «Ma perché? Perché Dio permetti questo?». Sembra effettivamente che Dio ci abbia abbandonato. Dopo la vicenda del Covid-19, ora anche quella della guerra! Ma davvero il Signore ci ha realmente abbandonato? Ci ha lasciati orfani in questa valle di lacrime?
Il Signore dalla croce ci ha dato Maria sua madre, madre di misericordia. Nel salve Regina diciamo: «Volgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi». Noi esuli figli di Eva in questa valle di lacrime possiamo rivolgerci a Maria, regina della pace e chiedere per sua intercessione che venga la pace.
Attendiamo dunque la Pasqua, come passaggio dal dolore alla gioia, dalla morte alla risurrezione, dalla guerra alla pace. Cerchiamo di entrare nello strazio della passione di Cristo e dell’umanità sofferente, per intraprendere un autentico cammino di conversione e per accogliere con cuore rinnovato il messaggio della Pasqua. Le prime parole del risorto sono: «Pace a voi». Il Signore vuole renderci costruttori di pace, come spesso dice papa Francesco: «Artigiani di pace». Capaci di comprendere il bisogno dell’altro, di affrontare i conflitti col dialogo, col compromesso, con la cooperazione, col perdono.
Care lavoratrici e cari lavoratori, cerchiamo di entrare nella triste vicenda umana dei nostri giorni per sentircene compartecipi. Se possiamo, agiamo con solidarietà nei confronti dei profughi che ci hanno raggiunto.
Di fronte alle nostre difficoltà per il crescere dell’inflazione e per le incertezze della vita di tutti i giorni, non perdiamo la speranza.
Nei prossimi mesi e forse anche nei prossimi anni, sia a causa della guerra, sia a causa delle scelte energetiche, potremmo diventare tutti più poveri. La povertà, però, scriveva un autore africano già negli anni settanta del secolo scorso è: «La ricchezza dei popoli». Quella povertà che ci consente di sperimentare una vita più autentica, bella, sobria, solidale.
Spogliamoci di tutto ciò che non corrisponde al messaggio di Cristo. Cerchiamo di non essere portatori di interessi personali, ma di ricercare costantemente la verità, il bene comune e quell’amore portato alle estreme conseguenze che ci fa accettare la via della sofferenza, anziché fare il male. Che questa Pasqua ci trovi disponibili a prendere ciascuno la nostra croce per risorgere con Cristo a quella vita nuova di cui l’umanità ha così tanto bisogno. Una vita di uomini nuovi, di uomini liberi, di uomini aperti al dialogo, di uomini capaci di costruire un futuro di speranza e di luce, di cooperazione e di solidarietà, di amicizia tra i popoli. Buona Pasqua!

Don Marco Dania


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