La crisi pandemica, come facilmente prevedibile, ha negativamente influenzato le annuali discussioni salariali nei settori dell’edilizia principale e dei rami affini. Il lockdown di questa primavera a cui ha fatto seguito una ripresa delle attività rallentata (anche per rispettare le nuove norme a protezione della salute) ha messo a dura prova le imprese che, dinnanzi a oggettive difficoltà di lavoro ed un conseguente calo della cifra d’affari, sono comunque chiamate a far fronte ai costi fissi mensili.
Anche i lavoratori, diciamolo a chiara voce, hanno fatto la loro parte in questi mesi: nei periodi di chiusura delle attività, e per alcuni anche nei mesi successivi al blocco dei lavori, sono stati messi al beneficio della disoccupazione parziale. L’orario ridotto è di certo un ottimo strumento legale che evita i licenziamenti, ma porta con sé una riduzione del salario in quanto la LADI indennizza solo l’80% del salario. E che dire poi del disagio richiesto ai lavoratori spesso costretti con la mascherina per diverse ore del giorno? Sia quel che sia, la crisi pandemica ha messo in difficoltà sia le imprese che i lavoratori. Per questo motivo, invece di un aumento salariale sullo stipendio orario/mensile si è privilegiata una richiesta di un importo «una tantum» a parziale compensazione del mancato guadagno dei lavoratori. 
Ad aprire le danze nelle negoziazioni salariali per il 2021 ci ha pensato, a livello nazionale, il settore principale dell’edilizia: tre incontri, discussioni sterili con gli impresari costruttori che chiedevano di diminuire i salari in quanto il carovita marcava segno negativo (- 0.7%, indice del costo della vita di novembre 2020) e nessun risultato: se ne riparla il prossimo anno. A cascata, almeno per il momento, stesso risultato in tutti i settori dell’artigianato di cantiere cantonale: nulla, con il 1. gennaio 2021 i salari rimarranno fermi al palo.
 

Falegnami

Ma c’è anche chi ha fatto addirittura peggio. Iniziamo dai falegnami: all’inizio della scorsa estate, i partner contrattuali nazionali avevano trovato una piattaforma d’intesa fatta di reciproche concessioni. In estrema sintesi, un nuovo CCL con mezz’ora di lavoro settimanale in più, solo parzialmente compensata da un aumento dei giorni di vacanza e l’introduzione di un fondo settoriale di prepensionamento a partire dal 1.1.2022 per tutti i lavoratori a partire dal 63esimo anno d’età con il 60% del salario. Un primo passo nella direzione di un strameritato riconoscimento di un modello di pensionamento anticipato che, per lunghi anni, era stato duramente osteggiato dai mastri falegnami. I delegati dei lavoratori, soppesando i pro e i contro dell’accordo negoziale, accettavano quindi il pacchetto «orario settimanale/prepensionamento» nelle rispettive conferenze professionali organizzate durante il mese di giugno. Si giunge così a poche settimane fa, ed ecco che i delegati nazionali dei mastri falegnami decidono di accettare l’aumento dell’orario di lavoro ma rifiutano il pensionamento anticipato! In buona sostanza, i mastri, hanno «spacchettato» l’accordo nazionale dicendo sì a ciò che a loro interessava (orario di lavoro, in particolare) ma rifiutando ciò che a loro risultava indigesto (pensionamento anticipato). Un vero e proprio schiaffo al partenariato sociale. 
Una grave provocazione che ha una conseguenza: senza il pensionamento anticipato, cade il CCL di categoria a partire dal 1.1.2021. Un vuoto contrattuale che metterà in difficoltà le stesse falegnamerie, un autogoal privo di senso per le aziende del cantone Ticino che, senza un CCL dovranno affrontare una concorrenza senza regole con l’estero. Assieme al settore delle metalcostruzioni, le falegnamerie sono al primo posto nella presenza di lavoratori distaccati e padroncini attivi sul nostro territorio. C’è di certo tempo per ricucire lo strappo, ma sicuramente l’anno nelle falegnamerie del cantone Ticino comincerà senza un CCL.
 

Gessatori

Anche i mastri gessatori non hanno brillato in lungimiranza: nel periodo precedente al Covid-19, i lavoratori erano già sul piede di guerra, pronti a scendere in piazza per condizioni di lavoro migliori (ovvero, una soluzione adeguata per la remunerazione del tempo di viaggio e dell’indennità pranzo) e, dopo nove anni (!) all’insegna del nulla, per un meritato aumento salariale. A giugno, in occasione di un incontro informale tra capo-negoziatori padronali e sindacali, in una logica di buonsenso, ci sentivamo dire dai rappresentanti dell’associazione padronale «c’è il Covid-19, non sappiamo come chiuderemo i conti quest’anno, rinnoviamo il CCL di un anno senza discutere di tempo di viaggio e indennità pranzo e in contropartita discutiamo per un aumento salariale congruo».
Passano alcuni mesi, i lavoratori danno mandato ai sindacati di procedere nella direzione testé indicata e, al primo incontro di trattativa, ci si stente dire dagli stessi «ci spiace ragazzi, non c’è trippa per gatti, rinnoviamo il CCL per ulteriori due anni senza cambiare una virgola e di aumenti salariali non se ne parla». Come dire, per i mastri gessatori non è mai il momento giusto. Anche in questo settore, l’anno inizierà senza un CCL e, facile previsione, la giungla già ora ben presente si infoltirà pericolosamente.
I falegnami e i gessatori ticinesi pretendono di avere un CCL valido, a garanzia dei propri diritti e a tutela del mercato del lavoro e contro la concorrenza sleale. I mastri gessatori ritorneranno sui propri passi? Non è dato di saperlo. La porta dei sindacati rimane aperta ma una cosa è certa: i lavoratori nel settore del gesso del cantone Ticino sono pronti a risalire sulle barricate per il proprio contratto e per la propria dignità.
 
Paolo Locatelli

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