Nel 1848 Karl Marx e Friedrich Engels scrivendo il famoso «Il Capitale» si erano rivolti ai proletari di tutto il mondo ovvero a tutti i lavoratori e non solo ad una parte.

Chissà cosa avrebbero detto quegli stessi proletari se fossero stati spettatori di come è stato gestito il caso Tri-Star. Cosa avrebbero pensato della decisione presa a tavolino, di non includere nelle discussioni la parte sindacale che si faceva portavoce delle inclinazioni e delle sensibilità di una porzione della fabbrica – probabilmente quella maggioritaria - che la pensava diversamente. Di certo oltre a essere fallimentare, non è stato un esempio di pluralismo ed integrazione, ma solo di prepotenza.
Delocalizzare le attività produttive presenti a Bioggio portandole in Messico è un errore grave! La scelta è sbagliata perché decenni di attività professionale, anni di formazione sul campo, meccanismi produttivi di altissimo livello e una capacità operativa sofisticata, hanno acquisito un valore economico incalcolabile che va oltre le cifre scritte su un conto economico. Decidendo di trasferire un’attività come quella della Tri-Star da Bioggio a Nogales significa assumersi il rischio di fallire in nome di un progetto che ha come unico scopo il risparmio e non il futuro di un’impresa! Tuttavia con un’azienda rigida nelle sue posizioni si negozia aumentando il valore della partnership e provando ad allargare la discussione sensibilizzando anche le istituzioni ad assumersi una parte di responsabilità sociale.
Il valore della partnership non è certo un’esclusiva solo cristiana e lo stesso Karl Marx era certo che l’essenza di ogni essere umano consistesse nell’insieme dei rapporti sociali che era in grado di costruirsi. Pertanto l’utilità della cooperazione all’interno delle dinamiche professionali è fondamentale per tutte le parti in gioco perché il risultato di questo equilibrio si chiama bene comune! Su questo punto ci pare molto chiaro che l’autorità di chi guida  per esempio una trattativa, venga legittimata dal fatto che persegue proprio questo bene comune. Questo è l’espressione della volontà di chi si rappresenta anche quando – come successo nelle concitate assemblee del personale in Tri-Star - 67 lavoratori su 70 esprimono un parere diverso da quanto previsto.
Anche di fronte ad una possibile contraddizione – constatare che le persone hanno un’idea diversa - la costruzione di qualcosa di utile non avviene voltando le spalle ad un ordine che si è costituito all’interno della fabbrica e nemmeno ribaltandolo, ma al contrario ripensando lo scenario a partire dalle disposizioni, in tanti casi faticosamente raccolte ed ordinate partendo dal basso, che si sono definite a livello collettivo.
Nessuno ha intenzione di giustificare gli errori che sono stati comunque commessi in Tri-Star, ribadendo che lo sbaglio più grande, forse troppo debolmente affrontato a monte, rimane la volontà del gruppo americano di delocalizzare. Tuttavia il caso Tri-Star, come altri nell’ambito industriale, ha messo in luce, ancora una volta, un grosso equivoco: a determinare la strategia di un sindacato non sono né gli slogan, né i pregiudizi, né tanto meno le pretese ideologiche e non realistiche di una parte. Al contrario una strategia si deve costruire a partire dall’ascolto meticoloso delle esigenze dei lavoratori coinvolti, dal confronto ragionevole con le parti implicate e si concretizza infine nello sforzo di ottenere il meglio possibile per tutti (in taluni casi a tutti i costi!).
Derogare al bene collettivo restituisce solo ulteriori problemi che ricadono pesantemente sulle spalle dei lavoratori.

Comitato industria OCST


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