Come annunciato il centenario del nostro giornale è stato festeggiato con un incontro il 10 settembre al quale hanno partecipato Paride Pelli, direttore del Corriere del Ticino, Roberto Porta, presidente dell’Associazione ticinese dei giornalisti, Daniel Ritzer, direttore de laRegione e Mario Timbal, direttore della RSI.

L’idea era di mettere al centro della discussione non tanto «il Lavoro» e la sua storia, quanto la sua funzione, che è quella di informare. Per l’OCST questo aspetto è sempre stato essenziale perché il sindacato promuove la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori nella vita aziendale, ma anche in quella politica e sociale. È possibile essere attivi e prendere decisioni consapevoli solo avendo a disposizione le informazioni necessarie. Perché ciò che rende un sistema davvero democratico è che ciascuno, indipendentemente dalla propria professione e dalla propria formazione, disponga degli strumenti necessari per formarsi un’opinione. Questi strumenti sono informazioni corrette e buoni argomenti. Cerchiamo, qui di seguito, di riportare quanto emerso a beneficio di chi non ha potuto partecipare.

L’appartenenza politica dei giornalisti
Il primo tema trattato nel corso della discussione è quello dell’appartenenza politica dei giornalisti. Secondo Mario Timbal spesso ci si aspetta che un giornalista non abbia un’opinione politica. Che sia neutrale. Invece ciò che conta è la qualità del prodotto offerto. 
Del resto, come ha affermato Daniel Ritzer, solo un giornalista che non fosse interessato a quanto accade nella polis non avrebbe un’idea politica. Questo sarebbe il vero problema.

La questione del finanziamento dei media
Negli ultimi anni si sono ridotti sia il numero di lettori e ascoltatori, sia la pubblicità e questo ha messo in crisi il mercato dell’informazione, tanto che in Svizzera 70 testate sono state chiuse. «Il problema del mercato dell’informazione, come segnala Ritzer, è che i social media hanno preso una quota del mercato che un tempo apparteneva ai media tradizionali».
Ma sebbene l’informazione sia un bene pubblico, oggi il finanziamento è riconosciuto solo alla RSI. I giornali ricevono un sostegno indiretto solo per la spedizione postale: ma che ne è di tutte le notizie che non viaggiano sulla carta? «Si parla di bene comune, però le notizie si pensa siano gratuite», ha aggiunto.
Secondo Paride Pelli «il problema del finanziamento è la chiave». Rispetto al 2022, anno nel quale è stata bocciata l’iniziativa sul finanziamento dei media, oggi c’è una sensibilità maggiore anche a livello politico. «Per conservare il pluralismo è necessario per il Ticino mantenere almeno due testate». 
Per Daniel Ritzer «la politica ha bisogno dei quotidiani. In gioco non c’è solo la sopravvivenza dei quotidiani, c’è la sopravvivenza della politica stessa».
Roberto Porta ha ricordato che sono già scomparse molte testate, in Ticino per esempio il Giornale del Popolo. La sua voce manca. 
«È un problema di comunità: i media sono uno strumento della comunità con i quali la comunità dialoga. La crisi della comunità si riflette poi nella crisi dei media. Si calcola che il 30 percento degli adulti e il 50 percento dei giovani non si informa. Come facciamo a costruire una comunità così?»
Il problema è anche la riduzione progressiva delle risorse messe a disposizione del servizio pubblico: «L’azienda, ha raccontato il direttore della RSI, al momento si trova in una situazione molto complessa, perché, ancor prima della votazione, stiamo già riducendo. Questo cantone deve chiedersi cosa perderà in termini culturali, d’informazione e di dibattito pubblico, sociale, politico, se l’iniziativa ‘200 Fr. bastano!’ dovesse passare». Tanto più che per il Ticino la SSR investe molto di più di quanto raccoglie.

La gente non legge più o produciamo contenuti meno interessanti?
Secondo Paride Pelli le persone leggono ancora, ma fruiscono delle informazioni in modo completamente diverso. Vent’anni fa i giornali avevano molte più pagine, oggi la foliazione è ridotta. Lo spazio su un giornale meno voluminoso è più prezioso. «Secondo me bisogna andare verso un giornale d’opinione perché il giornale generalista è superato. Dobbiamo approfondire le notizia, dare un’altra chiave rispetto a quello che offrono i social media».
 
La qualità delle informazioni e le fonti
Come risolvere il problema dell’affidabilità delle fonti di informazione? Roberto Porta ha sottolineato che si tratta di una questione di competenza. I giornalisti acquisiscono delle competenze approfondite rispetto agli argomenti che trattano e al territorio nel quale operano. È propriamente questo che li rende una fonte affidabile di informazioni. È su questa competenza che si gioca la fiducia. 

La questione della censura e dell’autocensura
Daniel Ritzer ha raccontato che «Nel momento in cui ci siamo ritrovati a subire pressioni per quello che pubblicavamo, è stato di grande aiuto il consulente legale che ha detto che in generale noi tendiamo a fermarci molto prima di quanto potremmo. Questo non vuol dire che si può fare o dire qualsiasi cosa. Però quello all’opinione è un diritto». Si esprime la propria opinione e si dà il diritto di replica alla persona interessata. In questo modo si apre un dibattito democratico, nel vero senso della parola.
Si parla invece di censura e autocensura rispetto al diritto di cronaca. In questo caso è bene ricordare quanto diceva George Orwell e cioè che «Il giornalismo è scrivere qualcosa che qualcun altro non vorrebbe fosse scritto. Il resto sono pubbliche relazioni». Quindi un giornale deve essere scomodo per definizione.
«Rispettiamo una certa deontologia, ma difendiamo un interesse pubblico», ha concluso.

Come riorientare le risorse e informare i giovani?
Secondo Mario Timbal è importante restare fedeli alla propria natura: «‘il Lavoro’ è un giornale di opinione e bisogna rimanere su questo». 
Il problema del coinvolgimento dei giovani è l’eterno problema che tutti ci troviamo ad affrontare. Tuttavia tendiamo a sottovalutare le loro competenze in questo ambito: «I giovani sono i primi a rendersi conto delle fake news e vanno a verificare la notizia sui media tradizionali. Peraltro alle votazioni hanno sostenuto massicciamente il servizio pubblico». C’è però una parte dei giovani che non si informano. Cosa fare per loro? «Abbiamo tutti pensato di fare contenuti per i giovani, ma la cosa più efficace è puntare su redazioni di giovani». 
Uno dei problemi in questo caso è che la fruizione dell’informazione avviene nella solitudine, magari attraverso i social, che propongono contenuti mediati da un algoritmo che cerca di compiacere il destinatario dell’informazione, ama lo scontro e polarizza le posizioni. Soprattutto è in grado di monetizzare le interazioni. «Per questo dico che bisogna tornare all’educazione che non può essere delegata solo alle famiglie, ha aggiuto Timbal. Sui social è l’effetto comunità che può farci uscire dalle logiche dell’algoritmo». 
Secondo Roberto Porta «stiamo davvero giocando con il fuoco. Lo scorso anno più della metà della popolazione mondiale è andata alle urne e più della metà dei messaggi politici sui social è stato prodotto dall’intelligenza artificiale».
Daniel Ritzer ha comunque sottolineato «che si può fare informazione di qualità anche attraverso i social. Bisogna convivere con questi strumenti ed essere educati ad utilizzarli. Il problema resta come monetizzare».

La persona al centro dell’informazione
Secondo Pelli in Ticino il problema della precarietà tra i giornalisti è meno diffuso che altrove. «Oggi per le redazioni cerchiamo giornalisti giovani che portino un linguaggio nuovo, ma facciamo fatica a sostituire la memoria storica della vecchia generazione che va in pensione». In generale bisogna fare i conti con le risorse a disposizione e questo porta a fare delle scelte, per esempio rispetto a quale ambito della redazione rafforzare. Questa scelta va fatta in base all’interesse del pubblico. 
A differenza di quanto si tende spesso a credere, ha osservato però Ritzer, compito del giornalista e di una redazione non è solo quello di trattare un tema, ma anche quello di fare una scelta tra i diversi temi da trattare. «Il ruolo dell’informazione non è assolutamente capire e dare al pubblico ciò che il pubblico vuole, ma è piuttosto permettere al pubblico di interrogarsi sul contesto in cui vive. Quali sono gli aspetti critici? Quali sono i problemi? Quali sono le cose che funzionano? E, a partire da lì, alimentare il dibattito alla consapevolezza».

Tre strumenti essenziali per il giornalista
Secondo Roberto Porta, redattore responsabile di Modem e Presidente dell’Associazione ticinese dei giornalisti, ogni giornalista ha bisogno di almeno tre cose. 
«Doris Leuthard, durante la conferenza stampa nella quale annunciava le sue dimissioni, aveva suggerito ai giornalisti di chiedere il tempo per fare ricerca. È il tempo in primo luogo che porta a risultati di qualità, che possono attrarre l’attenzione e essere interessanti».
In secondo luogo, sono necessarie le risorse. Per questo le grandi piattaforme devono finalmente iniziare a pagare per i contenuti giornalistici che veicolano e che sfruttano. «Si era parlato, ad un certo punto, della Lex Google». 
«In terzo luogo è bene ricordare che nel settore privato, in Svizzera tedesca e nella Svizzera italiana non c’è, da più di vent’anni un contratto collettivo di lavoro. Questo è certamente un vuoto da colmare, dato che la qualità del prodotto finale dipende anche dalle condizioni di lavoro».

Benedetta Rigotti


L’informazione va sostenuta anche finanziariamente

Il panorama mediatico in Ticino e in Svizzera si sta costantemente ridimensionando: sono in calo sia il numero di lettori e ascoltatori, attirati dall’informazione a costo zero offerta dai social e dalle piattaforme, sia gli introiti pubblicitari che in gran parte fluiscono all’estero fagocitati dai grandi servizi online. La naturale conseguenza è che molte testate non reggono la trasformazione.
Il sindacato OCST, in occasione del centenario del suo giornale «il Lavoro», si è chinato sulla questione nel corso di una discussione in seno al suo Comitato direttivo.
Da questa discussione sono emersi molti importanti argomenti che conducono il sindacato a prendere posizione anche in vista della votazione in Gran Consiglio sulla mozione di Lorenzo Jelmini, relatore Claudio Isabella, che propone un sostegno ai media (NdR: approvata dal Gran Consiglio martedì 16 settembre 2025).
Emerge quanto segue. L’informazione offerta sia dal servizio pubblico che da tutto il panorama di servizi privati è da considerare un bene pubblico perché è essenziale alla democrazia. Per l’OCST è vitale che le lavoratrici e i lavoratori possano disporre di tutti gli strumenti necessari per formarsi un’opinione su quanto accade, in particolare di informazioni corrette e buoni argomenti, provenienti da più fonti. In Ticino purtroppo abbiamo perso già il Giornale del Popolo. Questa tendenza va invertita, per questo l’OCST chiede che si favorisca la permanenza delle voci attuali e la rinascita di nuovi strumenti.
L’OCST ritiene che vada offerto un sostegno a tutti i media e che questo sostegno non si limiti alla sola riduzione dei costi di invio postale, che peraltro si accompagna ad un continuo aumento delle tariffe e una riduzione della qualità del servizio. I giornali cartacei infatti devono investire per attivare canali di informazione a pagamento anche online e il sostegno deve giungere anche alle piattaforme online di informazione. Altrimenti si rischia di escludere i giovani dall’offerta di informazione di qualità, ciò che sarebbe un pericolo gravissimo. 
Al cuore di un’informazione di qualità stanno le persone, in particolare i giornalisti. Gli utenti devono potersi affidare a persone competenti e che dispongono del tempo necessario per fare ricerca e valutare la qualità delle fonti. L’alternativa è un’informazione anonima e inaffidabile. Per questo l’OCST chiede che si entri in materia di una regolamentazione delle condizioni di impiego tramite un contratto collettivo che ormai manca nel settore da più di vent’anni.
È necessario inoltre investire su un’educazione all’uso degli strumenti digitali e all’importanza dell’informazione sia per i giovani, sia per gli adulti. I social media, per come sono impostati, nascondono un grande pericolo di manipolazione. La via da percorrere per invertire la tendenza alla disinformazione passa da un’educazione all’uso corretto dello strumento e alla selezione delle fonti e, parallelamente, dalla diffusione di contenuti affidabili e seri anche su queste piattaforme.

Xavier Daniel, Segretario cantonale dell’OCST