Il divario dei salari ticinesi con quelli del resto della Svizzera sta aumentando progressivamente. Secondo la Rilevazione svizzera della struttura dei salari dell’Ufficio federale di statistica, nel 2020 il salario mediano ticinese era del 16,7% più basso del salario mediano svizzero.

Questa differenza è aumentata al 17,6% nel 2022 e al 18,7% nel 2024. Questo dato è certamente allarmante e denota un mercato del lavoro problematico nel quale i salari crescono a un ritmo inferiore rispetto al resto del paese. Non è così invece per la produttività e per il costo della vita.
In numerose occasioni anche nel passato, il nostro sindacato ha denunciato questo problema e ha sottolineato come sia fuorviante giustificare questo divario salariale con un presunto costo della vita più contenuto alle nostre latitudini. Che il caffè qui costi meno è probabilmente vero, ma i prezzi dei beni alimentari sono gli stessi in tutto il paese. Non risulta infatti che i supermercati applichino prezzi diversi a seconda dei cantoni. Senza poi toccare il tasto delle fatture della cassa malati, che ormai, come mi hanno fatto notare, per molte famiglie sono più alte dell’affitto, ma non sono considerate nel paniere per il calcolo del costo della vita. 
Se il costo della vita cresce, i salari devono crescere almeno nella stessa misura. Anzitutto per garantire il benessere delle persone e delle famiglie, e anche perché, indipendentemente da quello che qualcuno vorrebbe suggerire, a sostenere l’economia sono soprattutto i consumi delle lavoratrici e dei lavoratori. Se questi vengono a cadere, per esempio perché si va a fare la spesa all’estero o perché si rinuncia a mangiare certi alimenti, perché non si va più al ristorante, in gita o non ci si abbona più ai giornali, le aziende non festeggiano.
Il divario salariale in aumento è anche un indicatore del valore che le imprese ticinesi danno al contributo delle lavoratrici e dei lavoratori. Che troppe aziende considerino i salari solo come un costo è dimostrato anche dalle analisi che hanno seguito, a qualche anno di distanza, l’introduzione del salario minimo. Alla vigilia della sua applicazione in molti avevano predetto la chiusura di numerose aziende che, secondo le loro approfondite valutazioni, non sarebbero riuscite a far fronte al pagamento dei salari. Si diceva: «Falliranno o dovranno licenziare!». E in ogni caso: «I salari si livelleranno verso il basso». Invece tutto ciò non è accaduto. Le aziende hanno pagato salari notevolmente più alti, anzi hanno alzato anche i salari già superiori al salario minimo. La verità quindi è che pagavano salari bassi anche se avrebbero potuto pagare salari superiori.
Il ritardo salariale ticinese è sempre stato attribuito a una prevalenza nel cantone di aziende a basso valore aggiunto. Oggi in realtà il nostro cantone ospita aziende all’avanguardia e il 79,7% dei posti di lavoro è nel settore terziario. Perché la situazione peggiora piuttosto che migliorare?
Il salario mediano nel settore terziario in Ticino si è addirittura abbassato dal 2022 al 2024 e ha un ritardo marcato e in crescita rispetto alla mediana svizzera (17,8%). Non parliamo poi di uno dei settori industriali ad alto valore aggiunto in crescita nel nostro cantone, l’industria farmaceutica, in cui il divario salariale raggiunge addirittura il 47%. Che dire? A guardare questi dati sembra che il problema non stia proprio nella natura delle aziende, quanto piuttosto in una cultura aziendale che vede i dipendenti come un costo piuttosto che come una risorsa.