L’indagine della nostra rivista su cosa voglia dire vivere il proprio lavoro come un buon lavoro continua. 

Al rientro dalle vacanze, c’è una domanda che inevitabilmente riemerge con forza nei pensieri di tutti i lavoratori: esiste la possibilità di vivere il tempo che ci divide dalle prossime vacanze in maniera piena e serena? Oppure lavorare è la pena necessaria a guadagnarsi il tempo libero? Quel godimento che ha caratterizzato i giorni passati disponendo liberamente del proprio tempo è possibile anche al lavoro?

In questo numero proseguiamo nell’indagine sul «buon lavoro» riportando alcune riflessioni emerse durante una tavola rotonda attorno alla quale, agli inizi di questo settembre, si sono riuniti lavoratrici e lavoratori provenienti dai settori più disparati, nello specifico: sanità, scuola, industria farmaceutica, polizia e informatica.

Siamo partiti proprio da questa domanda: il lavoro è soltanto il mezzo attraverso cui guadagniamo ciò che ci permette di vivere, oppure può essere anche un luogo nel quale una parte della nostra vita prende forma? E ancora: quali sono gli elementi che rendono un lavoro un buon lavoro? L’esercizio non è avvenuto sciorinando definizioni teoriche, ma attraverso il racconto di episodi concreti: momenti nei quali, per ciascuno dei partecipanti, il proprio lavoro è apparso più umano, più significativo, più capace di rispondere a un bisogno personale.

Sin dalle prime battute del confronto è emersa una prima chiara consapevolezza: “il lavoro non può coincidere semplicemente con il salario”, che in un certo senso, riecheggia l’evangelico «non di solo pane vive l’uomo». «Il lavoro dà una grossa parte di identità alla persona che lo compie», è stato subito osservato. «Quando conosciamo qualcuno, una delle prime domande che poniamo è: che lavoro fai?».

Non a caso, come forse troppo spesso si dimentica, la perdita del lavoro o una condizione lavorativa negativa non hanno conseguenze soltanto economiche. Toccano anche il modo in cui una persona percepisce sé stessa e il proprio posto nella società.

Se non di solo pane, dunque, di cos’altro vive l’uomo?

Utilità e senso

Percepire che ciò che si fa ha un valore per i nostri interlocutori ha certamente una grande importanza. «Per me è fondamentale sentirmi utile, rispettata e avere la sensazione di fare qualcosa di buono», racconta una lavoratrice del settore sanitario.
E puntualizza che la soddisfazione, per sua esperienza, non nasce tanto dalla possibilità di incidere sulle grandi decisioni dell’organizzazione, quanto dal rapporto quotidiano con le persone: «Il risultato concreto lo vedo nel rapporto con il paziente: nell’averlo curato, nell’essermi avvicinata a lui in modo empatico». È una soddisfazione fatta di piccoli gesti, ma proprio per questo immediata e tangibile.

«Il mio buon lavoro è tornare a casa sapendo di aver portato con me un grazie, oppure di aver visto una persona sentirsi curata», ci ha testimoniato.

A volte basta dunque un gesto di riconoscenza per rendere percepibile l’utilità del proprio lavoro. Ma non è l’unico modo. Un lavoratore che si occupa di formazione commerciale in un’azienda farmaceutica ci ha raccontato un’esperienza che, nata quasi per caso, continua a essere molto richiesta e che ha permesso a lui e ai suoi colleghi di lavorare con una consapevolezza diversa.

Si tratta di un’iniziativa apparentemente semplice: una formazione sui prodotti dell’azienda, pensata per permettere ai lavoratori di scoprire che cosa si nascondesse dietro i nomi e i numeri che incontravano ogni giorno. «Chi lavora in ambito legale o finanziario vede soltanto numeri e nomi, senza sapere realmente di che cosa si tratti. Dopo lavora meglio, perché sa quello che fa».

Il punto non era soltanto conoscere meglio un prodotto, ma vedere l’opera complessiva di cui il proprio lavoro faceva parte: «Ti fa vivere meglio quello che fai, perché sai di essere un pezzo di qualcosa».

Una dinamica simile è stata raccontata in un altro contesto: una casa anziani. Cucina, pulizie e cura degli ospiti possono facilmente diventare mondi separati. Un percorso formativo comune ha però permesso ai diversi settori di comprendere meglio il senso complessivo del proprio lavoro.

«Se tutti capiamo che siamo qui per il paziente, che è al centro di tutto, molte dinamiche cambiano».

Anche decisioni difficili diventano più comprensibili quando sono legate a un fine riconosciuto da tutti.

Partecipazione

Sentirsi parte, però, significa anche poter prendere parte. Non la pretesa che ogni decisione venga presa collettivamente, ma la possibilità per chi svolge un lavoro di contribuire alle scelte, alle idee e alle soluzioni.

Un responsabile di una Polizia comunale ha raccontato il percorso seguito per riorganizzare i turni: «Se si vuole far lavorare bene le persone, bisogna renderle partecipi e dare loro una voce», ci ha detto.

La scelta, nel loro caso, è stata quella di dividere il team in gruppi di lavoro e di coinvolgerli soprattutto nelle decisioni organizzative: «Non sono stato io a decidere semplicemente nuovi orari. Ho chiesto ai responsabili dei gruppi di elaborare delle proposte, confrontandosi con i problemi reali del servizio».

La partecipazione, in questo senso, non significa assenza di vincoli. Significa permettere alle persone di mettere in gioco la propria esperienza e il proprio giudizio.

Un buon clima non è il quieto vivere

Molto spazio è stato dedicato alle relazioni tra colleghi. Ma anche qui è emersa una distinzione importante: stare bene insieme non significa semplicemente evitare tensioni.

«A volte il buon clima, per alcuni, diventa il quieto vivere», ha osservato una docente.

Un ambiente nel quale nessuno solleva problemi per paura di compromettere i rapporti rischia di diventare sterile.

«Un buon clima significa sentirsi liberi di portare delle osservazioni, senza che vengano automaticamente considerate come critiche non costruttive». Il confronto e anche il dissenso possono quindi essere elementi positivi, se inseriti in un contesto di fiducia.

La parola «ascolto» è tornata più volte nella discussione. Ma è emersa anche una precisazione: ascoltare non basta, se poi nulla cambia.

«Puoi anche essere ascoltato, ma se concretamente non c’è un cambiamento, rimani frustrato», è stato osservato. «Se esistono problemi concreti, come gli orari o la necessità di maggiore sostegno, il semplice ascolto non è sufficiente».

L’ascolto autentico implica quindi una risposta: un’organizzazione capace di raccogliere le difficoltà e, quando possibile, intervenire.

Da numero a persona

È chiaro che la dimensione dell’organizzazione può cambiare profondamente sia il modo in cui si vive il lavoro, sia la possibilità concreta di ascoltare le persone.

Una lavoratrice di una casa anziani ha raccontato la differenza vissuta passando da una struttura molto grande a una più piccola.

«Prima, per ottenere una risposta, dovevo passare attraverso computer, mail e diversi livelli organizzativi. Ora posso semplicemente bussare a una porta e parlare con qualcuno».

La conseguenza di questa prossimità è evidente: «Prima eravamo un po’ dei numeri. Ora le persone sanno chi sei: dal direttore al fisioterapista, fino agli altri collaboratori».

Essere conosciuti, riconosciuti, avere un volto e non soltanto un ruolo: anche questo sembra essere un elemento decisivo del buon lavoro.

Non solo per guadagnarsi la pagnotta

Emerge allora con chiarezza che un lavoro diventa «buono» quando permette alle diverse dimensioni dell’umano di fiorire. Non è soltanto il denaro — il «pane», come si diceva — a rispondere al bisogno dell’uomo. C’è il bisogno di relazione, che trova risposta nell’ascolto, nella fiducia, nel confronto, nella partecipazione e nel riconoscimento reciproco. E c’è il bisogno di creare: di riconoscere il senso di ciò che si fa, di percepirsi parte di un’opera comune, di sentirsi utili a uno scopo condiviso e liberi di mettere qualcosa di sé in ciò che si fa.

Sono tutti elementi che possono alimentare la certezza di camminare, insieme, in direzione di qualcosa di grande. E forse è proprio questa certezza a rendere possibile non soltanto sopportare il cammino verso le prossime vacanze, ma trovare qualcosa di buono anche nel cammino stesso.

Lo aveva capito bene, per esempio, Léon Harmel, industriale francese della seconda metà dell’Ottocento e tra i precursori della dottrina sociale della Chiesa che avremo certamente modo di conoscere meglio. Nella piena coscienza che il bisogno dell’uomo andasse ben oltre il portarsi a casa la pagnotta, introdusse nella propria realtà industriale pensioni, forme di partecipazione dei lavoratori e numerose iniziative sociali che contribuirono alla creazione di una comunità lavorante. 

Dietro quelle iniziative stava una convinzione che rovesciava il modo di guardare alla fabbrica e, in fondo, anche al lavoro. Harmel la riassumeva così:
«Il mio vero affare è fare degli uomini».