Con padre Francesco Occhetta, segretario generale della fondazione «Fratelli tutti», approfondiamo alcuni temi offerti dall’enciclica Magnifica Humanitas.
Qual è l’originalità offerta dall’enciclica Magnifica Humanitas?
L’originalità del testo è quella sia di riconoscere il valore delle enormi potenzialità dell’innovazione scientifica, dell’intelligenza artificiale e dell’economia globale, sia di denunciare il rischio che diventino strumenti di concentrazione del potere e della ricchezza, anziché mezzi al servizio della persona.
La vera svolta dell’enciclica è antropologica. Non si parte dall’economia, dalla tecnica o dalla politica, ma dalla persona umana. La persona è «magnifica» proprio perché limitata, vulnerabile, bisognosa degli altri. Il limite che la tecnica vuole superare non è un difetto ma la condizione che rende possibili la libertà, la responsabilità, la solidarietà e persino l’amore.
Per questo il Papa invita a sostituire il paradigma della prestazione con quello della relazione. Una società che misura tutto sulla produttività finisce per scartare chi è fragile; rimettere al centro la dignità di ogni persona permette di costruire istituzioni, imprese e tecnologie orientate al bene comune e dal volto umano. Per questo le tecnologie possono essere ripensate e orientate diversamente, ma dipende dalle responsabilità che ciascuno assume oggi.
Ogni persona è degna in quanto semplicemente esiste. Quanto è attuale questa affermazione?
È probabilmente una delle intuizioni più profetiche dell’enciclica. Viviamo in una cultura nella quale il valore della persona viene spesso misurato attraverso il successo economico, la visibilità sociale, l’efficienza o la performance. Anche il mondo digitale alimenta questa logica, trasformando il riconoscimento in consenso, il merito in competizione permanente e l’identità in immagine.
Magnifica Humanitas rovescia questa impostazione. La dignità non è il risultato di ciò che una persona produce o possiede, ma precede ogni sua azione. È una dignità ontologica che appartiene all’essere umano semplicemente perché esiste.
Questa prospettiva ha conseguenze concrete. Significa riconoscere pari dignità al malato, all’anziano, al disoccupato, al migrante, alla persona con disabilità e a chi attraversa momenti di fallimento. Una società che identifica la salvezza con il successo finisce inevitabilmente per generare scarti; una società che riconosce la dignità originaria della persona costruisce invece inclusione e fraternità.
Un cambiamento di rotta è possibile ed è responsabilità di tutti e di ciascuno. Qual è il ruolo delle persone e dei corpi intermedi, come il sindacato, nell’«avviare processi di bene»?
La Dottrina sociale della Chiesa nasce proprio intorno al lavoro degno e attribuisce ai corpi intermedi una funzione decisiva: trasformare la società dal basso. Tra individuo e Stato esistono infatti realtà (sindacati, associazioni, cooperative, imprese sociali, Terzo settore, comunità educative) che rendono concreta la partecipazione democratica.
Il sindacato non può limitarsi alla contrattazione salariale o alla difesa dei lavoratori garantiti. È chiamato a rappresentare i nuovi lavori, i precari, i lavoratori delle piattaforme digitali, i giovani e tutte quelle figure che rischiano di rimanere invisibili.
L’espressione «avviare processi di bene», cara al magistero di Papa Francesco e ripresa da Leone XIV, significa precisamente questo: costruire alleanze, favorire la partecipazione, creare reti tra imprese, istituzioni, mondo educativo e società civile. Non si tratta semplicemente di redistribuire risorse, ma di generare corresponsabilità. La vera democrazia economica nasce quando le persone partecipano alle decisioni, condividono responsabilità e diventano protagoniste dei processi produttivi. Per questo il Papa ritiene fondamentali la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, la comproprietà, il welfare aziendale, la formazione continua e la valorizzazione dei beni invisibili, come fiducia, relazioni e cooperazione.
«Le ingiustizie non nascono solo da scelte sbagliate dei singoli, ma anche da strutture, meccanismi, assetti economici e culturali che producono diseguaglianze quasi automaticamente». A cosa si riferisce il Papa?
Il Papa riprende una categoria classica della Dottrina sociale della Chiesa: quella delle «strutture di peccato», cioè sistemi economici, politici e culturali che finiscono per produrre esclusione anche senza la cattiva volontà dei singoli. Il riferimento riguarda anzitutto il paradigma tecnocratico, nel quale le decisioni vengono delegate agli algoritmi e ai grandi operatori tecnologici senza un adeguato controllo democratico. Ma riguarda anche un modello economico che concentra ricchezza, informazioni e potere nelle mani di pochi soggetti globali.
Nel mondo del lavoro ciò si manifesta nella precarizzazione diffusa, nelle disuguaglianze salariali, nella condizione dei rider e dei lavoratori della gig economy, nell’insufficiente accesso alla formazione, nelle nuove povertà educative e digitali.
Per il Papa il problema non è soltanto redistribuire il reddito, ma modificare le regole che producono sistematicamente esclusione. Per questo insiste sulla necessità di una governance democratica dell’intelligenza artificiale, di politiche formative inclusive, di una regolazione pubblica delle piattaforme digitali e di una partecipazione effettiva dei cittadini ai processi economici.
Quali sono i rischi della diseguaglianza, definita «asimmetria epistemica, economica e politica», e come correggerla facendo riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa?
L’asimmetria epistemica riguarda il controllo della conoscenza, dei dati e degli algoritmi da parte di pochi grandi soggetti tecnologici. L’asimmetria economica consiste nella crescente concentrazione della ricchezza e dei profitti. L’asimmetria politica nasce quando chi controlla informazioni e capitali finisce per influenzare anche le decisioni pubbliche.
Il rischio è una democrazia sempre più debole, nella quale molti subiscono processi che pochi progettano. Si accentuano così le disuguaglianze educative, occupazionali e sociali, mentre cresce la distanza tra chi governa l’innovazione e chi la subisce.
La Dottrina sociale della Chiesa propone alcuni criteri fondamentali per correggere questi squilibri. La dignità della persona, che impedisce di ridurre il lavoratore a semplice fattore produttivo. Il bene comune, che orienta economia e tecnologia verso il beneficio dell’intera società. La destinazione universale dei beni, che ricorda come anche conoscenza, innovazione e ricchezza debbano essere accessibili e condivise. La solidarietà, che chiede di tutelare i più deboli e ridurre le disuguaglianze. La sussidiarietà, che valorizza la partecipazione dei corpi intermedi e delle comunità locali. La partecipazione, che promuove il coinvolgimento dei lavoratori nelle imprese e nelle decisioni economiche.
La vera alternativa non è scegliere tra Stato e mercato, ma costruire una grande alleanza dei corpi intermedi capace di mettere in rete istituzioni, imprese, università, Terzo settore e sindacati. Solo così la tecnologia può diventare uno strumento di fraternità e non di dominio. In questa prospettiva, come scrivo anche nel volume «Il filo nascosto», i principi della Dottrina sociale della Chiesa costituiscono la bussola per orientare riforme, politiche pubbliche e innovazione verso uno sviluppo realmente umano e inclusivo.
