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 Venerdì 2 dicembre oltre 2000 lavoratori dell’edilizia di tutto il cantone hanno lasciato i cantieri per ritrovarsi a Bellinzona e manifestare per il rinnovo del Contratto nazionale mantello.

I lavoratori di tutti i fronti sindacali compatti hanno protestato per richiamare agli impresari costruttori e all’opinione pubblica l’importanza di un contratto forte per difendere le maestranze, ma anche le imprese del settore.

Riuniti in assemblea presso lo Stadio di Bellinzona hanno ribadito la loro volontà che le trattative riprendano in tempi rapidi e su un piano costruttivo. Il contratto deve puntare al «rafforzamento della protezione della salute e dei diritti dei lavoratori e ad introdurre la responsabilità solidale dell’imprenditore e del committente nelle opere di subappalto», viene indicato nella risoluzione accolta con un applauso scrosciante dai presenti.

«Bisogna rafforzare e migliorare il Contratto nazionale mantello, ve lo meritate!» ha detto Paolo Locatelli, responsabile OCST dell’edilizia.

La jungla di sfruttamento, subappalti, forme fantasiose di impiego, caporalato e irregolarità, ha minato la sicurezza e la salute sul lavoro nel settore edile in Ticino.

 

In un’intervista a Enzo Lucibello apparsa recentemente su un noto domenicale, il presidente della Disti (organismo che rappresenta la grande distribuzione) si è dilettato a spargere considerazioni scriteriate che sollecitano una seppur breve presa di posizione.

L’emerito presidente torna in particolare a lasciare intendere che i sindacati avrebbero interesse a introdurre un contratto collettivo nella vendita non tanto per proteggere il personale ma perché, con i contributi di solidarietà versati dai lavoratori non sindacalizzati, incamerebbero più di un milione all’anno.

Se non gliel’avessimo spiegato e rispiegato! I contributi di solidarietà non sono destinati ai sindacati ma vanno ad alimentare un fondo, gestito pariteticamente da sindacati e commercianti, che serve per attuare scopi comuni in favore della categoria. La ripartizione del provento tra le parti firmatarie del contratto è esclusa. Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare e il nostro presidente dimostra di appartenere a questa categoria.

Siccome le stupidaggini non camminano sole, un’altra svirgolata riguarda l’attribuzione ai sindacati (chi ne avrebbe dubitato?) della responsabilità per la rottura delle trattative sul contratto collettivo e sugli orari di apertura dei negozi. Dimentica l’emerito presidente che è la forzatura padronale sull’orario di chiusura durante la settimana ad avere comportato l’impossibilità di raggiungere un’intesa.

Malgrado le esternazioni del presidente della Disti, la necessità di tutelare il personale di vendita attraverso un contratto collettivo e l’esigenza di regolare gli orari di apertura conciliando non solo gli interessi del personale e dei datori di lavoro ma anche del piccolo commercio e della protuberante Disti rimangono inalterate.

Qualcosa di incoraggiante sembra muoversi nell’ambito dell’elaborazione del progetto di legge sugli orari di apertura dei negozi.

C’è da auspicare che si possa essere risparmiati da uscite fuori luogo provenienti dai piani alti della Disti poiché nuocerebbero visibilmente al già delicato percorso in atto.

 

La Svizzera è minacciata dalla penuria di insegnanti. Lo sta dicendo da qualche anno il nostro sindacato dei docenti. È però in buona compagnia. L’Associazione degli insegnanti svizzeri (LCH) ha in più occasioni messo il dito nella piaga: «La penuria colpisce in modo particolare le classi più difficili da gestire, gli adolescenti della scuola media e le materie scientifiche. E il fatto che un numero sempre minore di maschi scelga questa professione non fa che aggravare la situazione».

Anche l’autorevole Centro svizzero di coordinamento della ricerca educativa (CSRE)non esita a esprimere giudizi inequivocabili nel suo «Rapporto sul sistema educativo svizzero 2010» . La Svizzera – si legge nel Rapporto – è il solo Paese dell’OCSE che forma gli insegnanti in soli tre anni, invece dei quattro degli altri Stati.

I docenti svizzeri trascorrono molte più ore di fronte alla classe rispetto ai colleghi degli altri Paesi europei. La CSRE documenta inoltre come il numero di insegnanti di età superiore ai 50 anni continua ad aumentare ovunque nella Confederazione. Il Ticino detiene il record e supera il 40 per cento. La LCH, da parte sua, ammonisce che per assicurare il ricambio generazionale occorre migliorare le condizioni di lavoro: «I salari per esempio, non sono più concorrenziali per quei giovani che fanno delle scelte seguendo anche criteri economici». Zurigo ha adottato misure urgenti per favorire l’assunzione di nuovi insegnanti. Altri cantoni stanno facendo lo stesso. E in Ticino?

L’OCST Docenti ha fatto dell’attrattiva della professione insegnante un suo cavallo di battaglia nel confronto con il Governo e il Decs.

Il diritto d'opzione rappresenta l'obbligo che hanno i lavoratori frontalieri di scegliere se mantenere l'iscrizione al Servizio Sanitario Italiano o se iscriversi ad una cassa malati svizzera.

Mancano solo quindici giorni al termine ultimo, 31 dicembre 2011, concesso ai ritardatari per l'esercizio di tale diritto. L'ufficio competente dell'Istituto delle Assicurazioni Sociali di Bellinzona (IAS) ha accertato che circa la metà dei lavoratori frontalieri interessati non ha ancora provveduto a ritornare il modulo ufficiale TI 1. Tale modulo è stato trasmesso tramite lettera raccomandata con ricevuta di ritorno in data 14 settembre 2011 a tutti questi lavoratori ritardatari.

In ragione del grande numero di casi tuttora pendenti, si sollecitano tutte le persone che ancora non hanno dato seguito alla richiesta di provvedere al più presto a stretto giro di posta.

Rendiamo attenti che, se il lavoratore frontaliero non risponde alla lettera raccomandata esercitando il diritto d'opzione per rimanere assicurato nel paese di residenza, sarà assoggettato obbligatoriamente a una cassa malati svizzera per la copertura delle cure medico-sanitarie, con costi più elevati rispetto al sistema sanitario italiano.

Se entro il 31 dicembre 2011, (termine ultimo fissato dal Parlamento ticinese) i lavoratori frontalieri interessati non risponderanno alla raccomandata, a loro non sarà più possibile esercitare il diritto d'opzione e, come detto, verranno obbligatoriamente assicurati, compresi i familiari a carico, ad una cassa malati svizzera.

Quanto affermato nella Laborem exercens al paragrafo 20, e cioè che lo scopo del sindacato è la «difesa degli interessi essenziali dei lavoratori in tutti i settori», può apparire ai nostri occhi un po’ scontato.
Il sindacato, allora, non è altro che una lobby, un gruppo di interessi? A ben vedere, è pro­prio tale fraintendimento che Giovanni Paolo II vuole evitare quando specifica che si tratta di «interessi essenziali». A differenza degli «in­teressi personali» o «individuali», che un lavo­ratore pretende esclusivamente per se stesso e contro gli altri, cioè in questo caso contro i datori di lavoro, gli «interessi essenziali» gli spettano in quanto persona.