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Che la situazione per i quotidiani e più in generale per la stampa cartacea non sia delle migliori non è una novità. Il calo degli introiti pubblicitari, il calo degli abbonati e i nuovi media presenti in internet hanno contribuito a mettere in difficoltà il settore.
 Poco più di un anno fa un altro storico quotidiano ticinese ha dovuto chiudere i battenti. Ora è invece il Corriere del Ticino ad annunciare una diminuzione del personale a motivo di difficoltà finanziarie. La ristrutturazione proposta dalla direzione del gruppo ha coinvolto 9 persone. Per due collaboratori è stato proposto un prepensionamento, a una collaboratrice non verrà rinnovata la formazione mentre i rimanenti sei hanno ricevuto la disdetta del rapporto d’impiego.
Non pochi gli elementi di questa triste situazione che lasciano perplessi. Innanzi tutto la tempistica e le motivazioni. Di recente sono stati investiti parecchi soldi per rinnovare alcune infrastrutture, una scelta strategica certo legittima, ma inevitabile porsi qualche domanda. Quei soldi non si potevano usare per salvare gli impieghi? Lecito obbiettare che le conseguenze sui collaboratori non siano allora giustificate.
Anche sulle modalità sorgono dubbi. Perché attuare una ristrutturazione così penalizzante per i collaboratori quando vi era margine per proporre un piano alternativo che portasse comunque ad un risparmio puntando sulla pianificazione di prepensionamenti ed evitando di licenziare personale? Un piano che purtroppo non si è voluto discutere.
Perplessità anche sulla scelta di non coinvolgere i sindacati se non a fatti avvenuti come pure l’indicazione iniziale della direzione CdT che parlava di «piano sociale» salvo poi, il giorno successivo, rettificare –visti i contenuti- e chiamarlo «accordo di liquidazione».
Non da ultimo, non possiamo certo condividere la scelta delle persone coinvolte in questa ristrutturazione. Ad eccezione dei due prepensionamenti, è quanto meno dubbia e certo alquanto poco etica la decisione di licenziare collaboratrici impiegate a tempo parziale e con figli a carico. E lo è ancor meno sollevare dal proprio incarico persone alle prese con problemi di salute che seppure non ne impediscono totalmente l’abilità lavorativa, certamente la condizionano.
Per tutti questi motivi i sindacati hanno prontamente reagito chiedendo innanzitutto il ritiro dei licenziamenti e la possibilità di valutare delle alternative.
Purtroppo la direzione non ha per ora dato segnali incoraggianti limitandosi a indicare che le richieste verranno sottoposte al Consiglio di amministrazione.
Il sindacato OCST esprime piena solidarietà alle persone colpite da questa ristrutturazione e garantisce l’impegno nel cercare tutte le soluzioni possibili per annullare o quanto meno ridurre le conseguenze di questa triste vicenda.
 
Lorenzo Jelmini