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Per una volta non un giudizio su principi e concetti, ma la descrizione di una somma di storie vere. Non una denuncia, ma un invito a saper usare il buon senso che spesso è anche sinonimo di carisma ed intelligenza gestionale.
Un giovane ragazzo, poco più che trentenne, lavora da quasi due anni come temporaneo. Per tutto questo tempo ha prestato servizio nella stessa società, nello stesso reparto e sotto lo stesso responsabile. Non solo è apprezzato, ma nei mesi il suo grado di autonomia è cresciuto e con esso le sue responsabilità ed i suoi compiti. Nessuno, all’interno dell’azienda, gli ha mai proposto l’assunzione cosi come il suo datore di lavoro non ha pensato di dargli un incentivo, un aumento di paga o semplicemente di ringraziarlo per il buon lavoro svolto. L’attività gli piace, gli consente d’imparare e gli riesce bene. L’ambiente è buono e i colleghi lo stimano, lui sa farsi valere. Alla lunga l’incertezza pesa ed il desiderio è quello di raggiungere stabilità. Viene a sapere da un collega che può fare dei corsi di formazione, sono addirittura rimborsati. Chiama l’agenzia per capire come fare, ma purtroppo sono impegnati. Richiama: ancora impegnati. Chiama ancora una volta finché non decide di arrangiarsi. Frequenta due corsi in un anno e si specializza sempre di più. È sposato, la moglie lavora a tempo parziale come commessa. Hanno un figlio piccolo. Se la cavano da soli, non hanno aiuti: i genitori di entrambi vivono lontano. La moglie viene licenziata. Non ci si perde d’animo, lui un lavoro ce l’ha. Si fa coraggio e chiede all’azienda di poter essere assunto, di poter giovare di una paga regolare che non fluttui mese per mese in funzione delle ore effettive, di poter ricevere anche lui le gratifiche che i colleghi, alcuni dei quali chiedono a lui come svolgere i loro compiti, ricevono perché dipendenti dell’azienda, ma niente, non sono a budget nuove assunzioni! Strano… il gruppo cresce, fattura bene e il margine s’incrementa di anno in anno. Una volta, due volte, dopo la terza volta l’esigenza vince sulla fedeltà, anche perché lui fino ad oggi ha rispettato il suo dovere di buon lavoratore, ma adesso ha un dovere verso la sua famiglia. Si mette in moto e cerca un’alternativa. La trova. Le condizioni sono ottime, ma: «fra tre settimane devi iniziare» gli dicono. Certo, lui avrebbe potuto dire che era legato ad un preavviso, avrebbe potuto trattare e trovare una soluzione per rispettare regole e contratto, ma non se la sente forse per debolezza o forse per rancore, non importa… per mantenere un buon rapporto ne parla subito all’azienda. Sono contenti per lui, capiscono la situazione e per quanto sarà un problema sostituirlo non hanno armi per trattenerlo, dimostrano buon senso. Allora lui, più leggero e tranquillo, si rivolge al suo datore di lavoro, all’agenzia… «eh no caro mio… non funziona così, ci devi garantire il preavviso». Pur sapendo che poteva accadere, sperava comunque in un commento positivo da parte loro, si era convinto che avrebbero capito la situazione. «Devi mandarci una lettera di dimissioni scritta, la dobbiamo ricevere al più presto altrimenti ci metti in difficoltà con l’azienda a cui dovremo comunicare la cosa e a cui dovremo trovare un sostituto». Lui spiega che l’opportunità è irripetibile, che si tratta di un contratto a tempo indeterminato, con una paga fissa e di gran lunga migliore dell’attuale, che ha già parlato con l’azienda e che per loro non ci sono problemi… «a prescindere da tutto, le regole sono regole, mi dispiace»… lui segue le istruzioni, si rende disponibile a pagarne le conseguenze, non ne vuole più sapere forse cambia anche tono e atteggiamento, ma si sente veramente umiliato e preso in giro. Crede di aver risolto, ha fatto esattamente quello che gli hanno chiesto. L’ultimo giorno di lavoro saluta tutti, offre anche un piccolo aperitivo… sollevato ed impaziente si dirige verso la sua ultima uscita, ma poco prima di timbrare lo chiama il capo reparto: «ma, ti sei ricordato di avvisare l’agenzia che finisci con noi?». La domanda lo coglie impreparato… certo che lo ha fatto «guarda che ad oggi noi non abbiamo ricevuto alcuna segnalazione da parte loro… prova a risentirli». Lui li richiama, non conosce bene le regole ed ha paura che la cosa possa metterlo in difficoltà per il suo nuovo inizio. Si sente impotente e confuso, non sa più cosa fare: ha fatto tutto quello che gli hanno detto di fare. Sbaglia, vinto dall’ansia alza la voce, si fa sentire. Passa dalla parte del torto e per di più non capisce se ha risolto il problema. A questo punto non conta più… domani deve iniziare il nuovo lavoro… se l’è trovato da solo, se l’è guadagnato con il suo impegno e con il tempo dedicato alla formazione che lui stesso si è procurato e gestito. Verrà sicuramente penalizzato dall’agenzia che in tutta questa situazione ha solo rispettato le regole, ma sicuramente non ha mai saputo usare il buon senso.
Alla luce di questa storia, che rappresenta un susseguirsi di fatti verosimili e probabilmente anche realmente accaduti, vogliamo dire che la dignità professionale di una categoria contrattuale, quella del lavoro temporaneo, possa aumentare la sua credibilità anche attraverso l’utilizzo del buon senso… competenza distintiva di chi sa decidere. Ci pare, ma saremmo veramente molto felici di sbagliarci, che in diverse società di prestito di personale manchi decisamente il carisma e l’autorevolezza necessari a saper maneggiare regole e regolamenti interpretandoli a vantaggio di tutte le parti. La sensazione è che il settore sia immaturo professionalmente e che sia popolato da persone che non abbiano chiaro cosa significhi legittimare un settore e nobilitare una classe di lavoratori e professionisti. L’interesse commerciale e le abilità ad esso correlate non bastano per sviluppare e migliorare un ambito lavorativo: servono anche flessibilità, credibilità e senso della responsabilità. 
Se l’obiettivo è quello di raggiungere emancipazione e rispettabilità la via, a nostro parere, non può essere quella di chiedere sempre e solo ai lavoratori il dovere di rispettare le regole, anche perché in questo modo il risultato sarà sempre e solo l’incomunicabilità. Non pretendiamo che dall’oggi al domani le società di prestito di personale capiscano come farsi carico del bene comune o sappiano interpretare le principali esigenze dei loro lavoratori, ma di certo ci aspettiamo che il settore inizi a fare un salto di qualità soprattutto negli atteggiamenti, nella gestione dei particolari e nell’interpretazione delle situazioni… partendo magari dal presupposto che anche loro stessi sono lavoratori.
 
Paolo Coppi