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L’indagine «Lavorare a scuola. Condizioni di benessere per gli insegnanti» - curata da L. Castelli, A. Crescentini e J. Marcionetti – conta 91 pagine e ha preso le mosse dalla richiesta del DECS del 2011 per conoscere i dati quantitativi e qualitativi sullo stato di salute dei docenti nel nostro Cantone. Due erano quindi gli obiettivi:
a) quantificare la presenza del disagio e della sindrome da burnout;
b) indagare i fattori associati al disagio e al burnout sul posto di lavoro.
Lo studio del «Centro innovazione e ricerca sui sistemi educativi della SUPSI/DFA» di Locarno (Quaderni di ricerca n. 23) si è svolto in due momenti distinti, partendo dalla definizione di burnout data da studi condotti altrove.
 
Cos’è il burnout?
È una sindrome da esaurimento fisico ed emotivo che riguarda chi lavora a stretto contatto con altre persone; si tratta di un logoramento psicofisico tipico delle professioni sociali (insegnanti, infermieri, agenti di polizia…); è l’esito di una situazione di stress prolungata nel tempo in ambito lavorativo.
Nell’indagine qui esposta, la sindrome da burnout è stata trattata secondo questi tre parametri: a) i disagi personali; b) quelli legati al lavoro in sé; c) quelli di relazione con gli allievi.
 
I risultati della prima fase
In una prima tornata (marzo 2014), tutti gli insegnanti delle scuole statali del Ticino di ogni ordine e grado hanno ricevuto un questionario online da compilare diviso in due tronconi:
1) informazioni sociodemografiche sul docente;
2) informazioni sul benessere/disagio al lavoro, compreso il burnout percepito dal soggetto.
Al questionario digitale hanno risposto 2’754 insegnanti che corrisponde al 52.9% sul totale dei docenti nell’anno scolastico 2013/14. Alcuni dati di chi ha partecipato allo studio: 61% donne, 53.9% sposato, 52.5% con figli, 71.7% nominato.
Ebbene, sul totale di chi ha rinviato il questionario compilato, il 20.1% (553 soggetti) si situa al di sopra della soglia di vigilanza per ciò che riguarda il malessere legato al lavoro in sé: 31 docenti con sintomi di gravità elevata, 198 di gravità media e 324 di lieve intensità.
Il 15.1% (425 casi) dei rispondenti è al di sopra della soglia di vigilanza per quanto riguarda il burnout legato ai rapporti con gli allievi: 45 insegnanti con sintomi di elevata gravità, 153 con gravità media e 227 che riportano sintomi lievi (vedi figura 1). 
La maggior parte dei casi di spossatezza psicofisica, sia per il lavoro sia per i contatti con gli allievi, si trova nelle scuole comunali (SI e SE) e nelle scuole medie; in quest’ultime è soprattutto l’interazione in aula a creare problemi. Non vi sono per contro differenze significative tra docenti maschi o femmine e statisticamente insignificanti sono le differenze di malessere tra le fasce d’età degli insegnanti e relativi alla loro anzianità di servizio. L’incidenza dello stress psicofisico si fa invece sentire di più per chi lavora al 100%.
In merito al profilo personale, le variabili «benessere, soddisfazione, ottimismo» regrediscono se il carico di lavoro è percepito dal docente come eccessivo, mentre invece migliorano dove c’è un buon supporto dei colleghi (specialmente SI, SE) e dell’organizzazione generale dell’istituto scolastico dove si lavora.
 
I risultati della seconda fase
Nella seconda tappa (settembre 2014, giugno del 2016), la ricerca è proseguita con questionari di approfondimento e interviste in 24 sedi scolastiche distribuite sul territorio ticinese (6 x SE, SMe, SMS, SProf); in tutto sono stati raccolti 676 moduli e 144 interviste. Qui sono stati considerati altri indicatori importanti legati al soggetto: la soddisfazione di vita personale e lavorativa, lo stato di salute, l’ottimismo, il carico di lavoro percepito, i conflitti di ruolo, il supporto percepito da parte dei colleghi, le relazioni con i colleghi e la direzione della scuola, l’organizzazione, la percezione dell’efficacia del proprio lavoro, l’autonomia, l’innovazione.
Passando in rassegna alcuni degli indicatori sopra menzionati, la ricerca fa emergere che il 75% dei rispondenti si dichiara «abbastanza o completamente» soddisfatto della propria vita, mentre il 5% riporta importanti segni di malessere psicofisico. Il 90% indica un buon grado di ottimismo e pure un elevato senso di autoefficacia sul lavoro in tutti i settori scolastici. Circa il carico di lavoro, la metà del campione sondato dice che poche volte lo percepisce come eccessivo, salvo chi insegna nelle SMS che attesta una maggior dose di lavoro rispetto alle altre scuole. Quasi la totalità degli insegnanti indica valori alti nell’autonomia professionale (specialmente nelle SI e SE), mentre solo il 25% dice che c’è poca promozione di innovazioni nel proprio istituto scolastico, indicatore che fa diminuire il grado di soddisfazione dei docenti a scuola. Le relazioni con la direzione della scuola sono ritenute abbastanza o del tutto soddisfacenti da tre quarti dei partecipanti allo studio; la medesima percentuale valuta positivamente sia gli aiuti ricevuti dai colleghi sia le relazioni interpersonali, con qualche inconveniente in più nelle SMS.
Nelle interviste di approfondimento (a 45 maestri scuole comunali, 23 SMe, 37 SMS, 39 SProf.) si sono considerati questi punti: storia personale dell’insegnante e situazione familiare, clima di sede, vita di sede, relazione con i colleghi e la direzione, fattori di disagio e di stress, risorse attivate in caso di bisogno.
Dai colloqui personali emergono queste osservazioni importanti. Anzitutto, si nota come la rappresentazione della propria professione determini in misura preponderante il benessere/malessere sul posto di lavoro. Balza all’occhio subito come l’attività centrale del docente sia l’insegnamento, altre attività connesse sono viste con meno riguardo, quindi si è meno disposti a svolgerle e sono percepite come sovraccarico di lavoro. Altro aspetto per nulla trascurabile: i docenti si aspettano che l’ambito professionale sia conciliabile con quello privato (casa, famiglia…) e quando le esigenze lavorative aumentano, diminuisce il grado di soddisfazione e aumenta la possibilità di entrare nella sfera del malessere.
Riguardo al lavoro in aula con gli studenti, gli intervistati segnalano che la gestione delle classi può sicuramente portare a stress e affaticamento, ma non necessariamente al burnout, il quale invece si sviluppa se associato alle cattive relazioni con colleghi, direzione, genitori e allievi e ad altri fattori.
 
Le conclusioni dello studio
Una prima conclusione non può essere che positiva perché la maggioranza degli insegnanti (80%, cifre arrotondate) in Ticino vive bene il proprio lavoro; vi è però una buona percentuale (il restante 20%) che presenta sintomi di malessere sopra la «soglia di vigilanza» e che quindi necessita di aiuto; il burnout, in questi casi, è dovuto soprattutto al lavoro in sé ma anche alle interazioni con gli allievi; le percentuali sono in linea con altre precedenti indagini svizzere e internazionali.
Lo studio conferma inoltre che ad un elevato grado di burnout corrispondono bassi livelli di ottimismo, di soddisfazione a scuola e in generale nella vita, di salute globale, di autoefficacia, di qualità nelle relazioni lavorative, di innovazione della sede scolastica, di chiarezza nel proprio ruolo sul lavoro. Nelle interviste si riscontra chiaramente che il benessere lavorativo è legato all’identità professionale, ossia all’attività che il docente svolge in coerenza con la propria formazione accademica e con le relative aspettative di ruolo. In particolare, entrano in gioco queste variabili che compongono il benessere/malessere di un insegnante: definizione dei sui compiti (ruolo), capacità di gestire le pressioni sociali (genitori, istituzioni…), responsabilità educativa, gestione delle relazioni con gli studenti (casi problematici…), cooperazione e il supporto dei colleghi, aspettative delle autorità scolastiche, il bilancio tra attività professionale e vita privata, obblighi di formazione continua.
Dai colloqui personali viene alla luce la crescente diversificazione dei compiti assegnati al docente e l’aumentata pressione perché assuma impegni educativi carenti in famiglia e nella società in generale, ciò che può essere fonte di eccessivo stress. Analogamente ad altre indagini, anche lo studio del DFA evidenzia uno dei fattori di massima allerta: il conflitto con le famiglie degli allievi che poco a poco fa percepire come inadeguate le risposte date dai docenti e che, quindi, è concausa dei disagi lavorativi. In questo frangente, gli aiuti interni ed esterni alla scuola sono di sostegno al benessere psicofisico dell’interessato.
L’inchiesta condotta in Ticino permette ora di aver un quadro più chiaro sulla dimensione quantitativa del burnout a scuola e sullo stato di sanità della classe magistrale. Lo studio ha anche messo a fuoco tutta una serie di fattori che entrano in gioco quando si parla di disagio dei docenti a scuola. Ora si tratta di incrementare la fase operativa per recuperare chi ha bisogno di sostegno e trovare soluzioni per migliorare il contesto lavorativo a beneficio di insegnanti, scolari, famiglie, istituzioni e società in generale.