Trattative fiscali
Dopo anni di tensioni più o meno esplicite, i Governi di Italia e Svizzera sono tornati a sedersi ad un tavolo comune con l’intento unitario di giungere a una intesa chiara in materia fiscale; le trattative si protraggono ormai da diverso tempo, soprattutto a causa dell’instabilità politica che ha contraddistinto la realtà italiana degli ultimi anni.

Ai margini delle tematiche forti (in primis il rientro dei capitali non dichiarati), Berna e Roma si sono ritagliate del tempo per parlare anche di altri argomenti forse meno eclatanti sul piano mediatico ma non per questo meno urgenti. Uno in particolare riguarda da vicino il nostro Cantone e le sorti di migliaia tra i nostri iscritti. Si sta parlando, manco a dirlo, dei lavoratori frontalieri e in particolar modo del sistema di imposizione fiscale che li riguarda.

Frontalieri: la Convenzione del 1974 e l’Accordo sulla Libera Circolazione delle Persone
Come molti già sanno, al giorno d’oggi il sistema si basa ancora su di una vecchia Convenzione del 1974, la quale stabilì che potevano definirsi lavoratori frontalieri unicamente coloro che vivevano nella così detta «fascia di frontiera» (tracciata secondo un raggio di circa venti chilometri dal confine). Fu così deciso che i redditi da lavoro prodotti da questi soggetti avrebbero dovuto subire un’imposizione alla fonte nel Canton Ticino, secondo un livello di tassazione del tutto simile a quello previsto per i lavoratori residenti; il frontaliere non avrebbe più dovuto pagare alcun tipo di tassa in Italia ma il Canton Ticino avrebbe ristornato a Roma il 38% dell’imposta alla fonte pagata da ogni lavoratore.
A metà degli anni Duemila entrò però in vigore il nuovo «Accordo sulla Libera Circolazione delle Persone» che generò molta confusione nel panorama fiscale. L’Accordo estese infatti la possibilità di poter godere dello status di frontaliere a ogni cittadino del territorio nazionale, purché questo rientrasse al proprio domicilio almeno una volta a settimana. Eppure al tempo stesso la Libera circolazione delle persone non si arrogò il potere di estendere a tutti i nuovi frontalieri la validità delle Convenzioni precedenti. Così la Convenzione del 1974 continuò ad applicarsi solamente a quei frontalieri da essa contemplati, ovvero i residenti nella fascia di frontiera!
Il risultato? Una linea di demarcazione che ha generato una disparità di trattamento tra chi versa le imposte solo in Svizzera e chi è costretto a pagare in Italia la tassa IRPEF (seppur diminuita dell’imposta alla fonte già versata in Svizzera e con una franchigia di 6’700 euro sul reddito imponibile).

Un nuovo accordo fiscale per i frontalieri?
E ora? Cosa succederà? Ancora non vi è una risposta certa. C’è chi pensa già alla peggiore delle ipotesi, ovvero l’abolizione della Convenzione del 1974 e l’estensione della tassa IRPEF italiana a tutti i frontalieri, uno scenario che vedrebbe un forte innalzamento della pressione fiscale a danno dei frontalieri residenti in fascia di frontiera.
Senza cadere ora in facili allarmismi, partiamo dagli unici dati certi di cui oggi si è a conoscenza. Se è vero che il Canton Ticino ha chiesto ufficialmente a Berna di abolire la Convenzione del 1974, così da poter trattenere nelle proprie casse l’intera imposta alla fonte pagata dai frontalieri, dal canto suo Berna ha risposto per il tramite della propria Consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf di non voler annullare la Convenzione; al contempo, la stessa ha affermato che i due Stati «stanno studiando un nuovo sistema di imposizione fiscale per i frontalieri che verrà definito entro la primavera del 2015»: cosa questo poi voglia dire non è dato saperlo. E l’Italia? Per ora a Roma tutto tace.
Insomma, appare probabile che qualcosa cambierà per poter uniformare il sistema e risolvere una discriminazione ritenuta inaccettabile dai due Governi, a maggior ragione al giorno d’oggi, in un mondo dove le nuove infrastrutture stradali e ferroviarie hanno sensibilmente accorciato i tempi di accesso al Ticino.


Le azioni del sindacato
Le trattative bilaterali vedono come primi protagonisti gli Stati sovrani e a nessun altro è dato di intervenire se non come organo consultivo. Il sindacato OCST, ha già espresso la sua contrarietà ad un peggioramento del carico fiscale dei frontalieri. Lo ha fatto sia in apposite prese di posizione e lo ha espresso anche alla Consigliera federale Widmer-Schlumpf in un recente incontro.
Per il tramite del sindacato CISL è ora in preparazione un documento tecnico di aperto sostegno alla Convenzione attuale che sarà inviato al Ministero italiano dell’Economia. Vi è contenuta la richiesta di estendere la Convenzione odierna a tutti i frontalieri.
Circa il rapporto delle imposte spetta agli Stati apportare quei correttivi che prendano in considerazione le rivendicazioni e le attese delle parti, con particolare riferimento alle richieste del Canton Ticino. Il timore che leggiamo sulle labbra dei nostri iscritti è quello di essere trattati con sufficienza e disinteresse da parte del Governo italiano, da sempre poco attento alla realtà del frontalierato, nonostante il fenomeno sia in continua crescita (ricordiamo che il Canton Ticino è il primo datore di lavoro della Lombardia). Ogni frontaliere è al contrario una risorsa irrinunciabile per l’Italia, protagonista di grandi sacrifici e vero e proprio importatore di ricchezza.

Andrea Puglia